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Commento al Vangelo della Domenica

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

7 febbraio 2016

In questa Domenica, V del Tempo Ordinario, siamo chiamati a considerare l’esperienza di Simone, Giacomo e Giovanni nella “pesca miracolosa” narrata da Luca.

Si tratta di un episodio che ci interpella e ci induce a riflettere sulle parole di Sant’Agostino che ripeteva spesso: “Ho paura quando passa il Signore. Perché ho paura che passi e io non me ne accorga”.

Il Signore passa nella nostra vita come è accaduto nella vita di Simone, di Giacomo e di Giovanni.

Sul lago di Genesaret, in Galilea, appena  terminata una predicazione con la quale il Maestro colpisce le folle perché parla con una autorevolezza diversa da quella degli scribi, Gesù si rivolge a Simone  dando il via ad un dialogo con lui che lo segnerà per sempre.

Inizia con un comando improvviso: “Pendi il largo (duc in altum) e calate le reti per la pesca!” E’ una richiesta paradossale perché Simone e i suoi compagni hanno faticato tutta la notte senza pescare nulla e sanno bene che, in pieno giorno, la pesca non è fruttuosa. Eppure Simone mette da parte le sue certezze e risponde senza indugio: “Sulla tua parola getterò le reti!”.

Siamo di fronte ad un’ affermazione straordinaria che esprime l’essenza della fede cristiana: un’adesione fiduciosa e profonda a Gesù, un’obbedienza alla sua Parola che è un tutt’uno con la sua Persona.

“Avendo fatto questo, presero una quantità enorme di pesce e le reti si rompevano”. Simone chiama in aiuto Giacomo e Giovanni, che sono nell’altra barca, e le due imbarcazioni quasi affondano per l’abbondanza della pesca. Al vedere ciò Simone “si getta alle ginocchia di Gesù” e grida: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. E’ la stessa esperienza di Isaia che, di fronte alla santità di Dio, non può fare a meno di esclamare: “Povero me, uomo impuro che ha visto il Signore!” (cf.Is 6,5).

L’incontro autentico con Dio svela la nostra condizione di peccatori, ovvero  la nostra fragilità, la nostra distanza dal Signore. Scopriamo lo scarto tra il nostro dover essere (santità) e la nostra realtà (il nostro essere).

Gesù, il Signore, apre il cuore alla fiducia che è possibile cambiare, è possibile una vita vera e nuova. Per questo Simone cambia nome  e viene chiamato Pietro, per segnare significativamente il  suo cambiamento, per iniziare un “programma nuovo” di vita. E’ cambiato il codice (nomen est omen). Alla “vocazione” di Simone, segue la missione!

Una missione precisa che Gesù affida a Simon Pietro: “Non temere, d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Sarai capace, cioè, di accompagnare uomini e donne all’incontro con il Signore. E’ proprio bella questa promessa  che Gesù fa a Pietro mentre egli confessa la propria fragilità ed inadeguatezza. E’ la constatazione che solo l’incontro totale con Gesù ti abilita ad essere “pescatore di uomini”. Ti rende credibile! Mi piace dire con G. Bernanos, che l’incontro con Gesù ti rende una “GRAZIA”! Un dono bello ed autorevole.

Il Vangelo di questa Domenica ci richiama a considerare che il Cristianesimo non è una “idea” ma una Persona, in carne e sangue, da seguire lasciando tutto. “Vivere è Cristo”. Essere in Lui, per Lui e con Lui: una cosa sola!

Commentando questo passo del Vangelo di Luca, Papa Francesco utilizza tre parole che sintetizzano la nostra riflessione: “ascolto, rinuncia e missione”.

   Che sia una Domenica nella quale l’incontro con il Risorto, contemporaneo a noi, oggi, ci rafforzi nell’ascolto della Sua Parola e nella rinuncia alle nostre pseudocertezze, trasfiguri le nostre esistenze e le renda docili per  la missione.

Buona Domenica! Buon cambiamento, vero!

†  Francesco Savino


 

Domenica 31 gennaio 2016 

Ascoltiamo oggi, nella pagina del Vangelo secondo Luca, la reazione drammatica che il discorso programmatico di Gesù provoca nei suoi concittadini, radunati per celebrare la liturgia del sabato nella sinagoga di Nazareth. Ad una iniziale “meraviglia”, suscitata negli ascoltatori dalle “parole di grazia”  di Gesù, si sostituisce una constatazione pregiudiziale che ne riduce e ne smorza la capacità rivoluzionaria e liberante :”Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Segue, poi, nella conclusione, una reazione di sdegno omicida!

La liturgia ci aiuta a leggere il dramma del “rifiuto” di Gesù da parte dei suoi concittadini presentando l’esperienza di un profeta “rifiutato”, Geremia, il quale, pur consapevole dell’ostilità che la sua predicazione  suscita nel popolo e nei suoi capi, non per questo tace poiché in lui arde “un fuoco” incontenibile: era stato scelto fin dal grembo materno, prima che venisse alla luce, consacrato per essere profeta delle nazioni, per annunciare con “parresia” la Parola  di Dio.

Per  comprendere la reazione degli abitanti di Nazareth di fronte all’annuncio di salvezza di Gesù, facciamoci aiutare  da una parabola riportata dai  tre  Vangeli sinottici e che può essere considerata come la ‘parabola fondamentale': quella del Seminatore. Un tale accostamento può aiutarci anche a fare un serio esame di coscienza sulla nostra capacità di lasciarci interpellare dalla Parola di salvezza che Gesù consegna ancora “oggi” a ciascuno di noi.

Che tipo di ascoltatori siamo?

Non è sufficiente la ‘meraviglia’ per le parole di grazia di Gesù. La sua Parola deve prendere dimora in noi e deve tradursi in scelte, atteggiamenti, gesti, opere che prolunghino in noi le scelte, gli atteggiamenti, i gesti, le opere di Gesù stesso.

Lo “sdegno” degli abitanti di Nazareth ci impone di pensare che non basta avere ‘familiarità’  con la Parola di vita, se poi tale familiarità porta a presumere di avere  una conoscenza di Gesù derivante soltanto da qualche nozione di catechismo o di teologia senza  che ci “contagi’”

L’epilogo drammatico della narrazione lucana  non solo ci induce alla consapevolezza che anche noi, come Chiesa, prolungando la missione di Gesù, profeta “scomodo”, possiamo essere perseguitati, allontanati, martirizzati e, non per questo, dobbiamo smettere di  “camminare” con Gesù e dietro di Lui, per apprendere la “logica” dell’amore, della misericordia, della carità!

La “fede”, ricorda san Paolo nella seconda lettura, se non è accompagnata e alimentata dalla carità non serve: “se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla“. Se ci impegniamo rimanere alla  sequela di Gesù, impareremo sempre nuovamente che “la carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta“.

Soltanto la Carità può alimentare e rendere autentica la fede, perché, per essere cristiani, non è sufficiente “credere”, è necessario essere “credibili” .

Soltanto la Carità ci rende tali!

+ Francesco Savino


 

Domenica 24 gennaio 2016 – III Domenica del Tempo Ordinario

Nella pagina del Vangelo di Luca di questa III domenica  del tempo ordinario, analogamente al Vangelo Marco  che riporta le espressioni “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio si è avvicinato, convertitevi e credete al Vangelo”, così come il vangelo di Matteo   presenta le “beatitudini” e il “discorso della montagna”,  leggiamo le parole “programmatiche” di Gesù. Ciò che segue: insegnamenti, segni, azioni, gesti, il racconto di tutta  la vita pubblica, la sua passione e morte sono da  interpretare alla luce di queste parole programmatiche.

Gesù  parla di sé, interpreta la sua vita e la sua missione a partire dall’annuncio di salvezza riportato dal profeta Isaia e lo fa in un contesto di liturgia della Parola  nella sinagoga di Nazareth.

Il passo di Neemia, che abbiamo ascoltato, ci informa  su come avveniva tale liturgia, molto simile alla nostra liturgia della Parola. Ma più che alla modalità dello svolgimento  della “funzione”, siamo invitati a prestare attenzione ad alcune annotazioni riguardanti la reazione del popolo: “tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge … tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore … tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge”.

Non siamo informati se a Nazareth qualcuno dei presenti nella sinagoga, i compaesani di Gesù, abbia reagito come il popolo sulla piazza, davanti alla porta delle Acque di cui si parla nella prima lettura. Da quanto si legge di seguito nel Vangelo di Luca, sembrerebbe proprio  di no.

Potremmo tuttavia chiederci se la Parola, questa Parola di salvezza che per noi “oggi” viene proclamata,  produce in noi reazioni.

Che tipo di ascoltatori della Parola siamo? Siamo capaci di riconoscere nella Parola la presenza del Signore, di rispondere “amen“, “sì, è così” a quanto Egli ci dice, oggi, per la nostra vita? Siamo capaci di ‘piangere’ sulla nostra esistenza quotidiana così diversa da quanto il Signore ci chiede? Siamo capaci di versare lacrime di autentico pentimento, lacrime di conversione che ci portino a ‘praticare’ la Parola di vita che il Signore abbondantemente semina in noi?

Accogliere la Parola, che “oggi” il Signore fa risuonare per noi, altro non significa se non essere disposti a continuare, nella vita personale e delle nostre comunità, quel “mandato” che Gesù sente proprio, nella sinagoga del suo villaggio e per il quale anche noi abbiamo ricevuto l’unzione, lo Spirito del Signore: “portare ai poveri il lieto annuncio, proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, rimettere in libertà gli oppressi e proclamare la vicinanza e la Misericordia di Dio”. Di più: essere disposti a seguire  Gesù, consapevoli di essere  unico Corpo con Lui e per Lui.

Quanto San Paolo scrive alla Comunità di Corinto è rivolto a ciascuno di noi ed è un invito a  convertirci. Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; né la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”.

Come possiamo accogliere “oggi” l’annuncio di salvezza di Gesù e farlo  risuonare, se siamo divisi, se non riusciamo, né ci impegniamo seriamente, a camminare insieme?

Per ciascuno  risuoni come ammonimento quanto scrive l’Apostolo Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la Parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la Parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s’è osservato, se ne va, e subito dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla”.

La felicità, la gioia, segno della presenza del Signore che opera in noi e nelle nostre Comunità  per continuare  la sua missione, sia sempre l’unica nostra forza.

Che questa Parola di salvezza, si compia anche per noi, oggi!

 + Don Francesco Savino


 

Domenica 20 Dicembre 2015

IV Domenica di Avvento: Maria, dimora del Signore, “donna in uscita”.

Ormai è imminente la memoria della nascita del Signore Gesù nella carne, promessa della Sua venuta nella gloria. In quest’ultima settimana lasciamoci accompagnare e, al tempo stesso, interpellare da una ragazza, Maria di Nazareth, incinta dell’Emmanuele, il Dio con noi, “luce” che illumina ogni tenebra, ogni “notte esistenziale”.

Maria ha appena pronunciato il suo “eccomi!”, divenendo “Arca dell’alleanza” in quanto dimora del Signore (cfr. Es 40,35), quando si mette in cammino, in fretta, verso le montagne della Giudea per andare a visitare sua cugina. Elisabetta, pur sterile, è al sesto mese di gravidanza grazie all’intervento dello Spirito di Dio (cfr. Lc 1,13-15), della Sua Misericordia cui nulla è impossibile (cfr. Lc 1,37).

In questo  andare, la Vergine Maria rivela a noi tutti che Dio con il suo irrompere misterioso nella sua carne, l’ha resa “donna in uscita”, donna di Carità che diventa missionaria.

“Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo ed essa fu piena di Spirito Santo”.

Umanissimo l’incontro fra queste due donne “graziate”: si intrecciano valori che per noi, chiamati oggi ad essere come Maria, sono paradigmatici.
Per ogni credente che accetta di essere abitato dall’Emmanuele, si espande una gioia, che non è euforia o ebbrezza di un momento, ma consapevolezza di essere amati da Dio Bambino: la gioia messianica!

L’incontro tra Maria ed Elisabetta è all’insegna di una pura gratuità propria di chi sa ospitare, accogliere in sé l’altro non soltanto come dono, ma anche come risorsa: la reciprocità!

“Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”.
Le parole che Elisabetta rivolge a Maria sono di benedizione perché  la sua giovanissima ed umile parente è divenuta “casa” della Presenza di Dio, perché si è fidata e affidata, ha creduto alle parole del Signore.

Maria è “benedetta tra le donne” perché ha avuto una fede che l’ha resa “trasparenza”, si è consegnata al Mistero di Dio lasciando che in lei si compisse una volontà incomprensiblie!

Nell’incontro con Elisabetta, Maria pronuncia “il più grande canto rivoluzionario” di Avvento: il Magnificat.

La bella notizia della IV Domenica di Avvento è per tutti noi questa: come per Maria ed Elisabetta, l’incontro con Gesù, l’Emmanuele, ci rende gioiosi, capaci di reciprocità e benedizione tra noi. Pur tra le lacrime e le sofferenze!

Chiediamo al Signore il dono di incontrarlo per divenire, come Maria, uomini e donne  dal cuore “in uscita”, disponibile ad essere “arca” di Carità per tutti, in particolare per le persone più fragili e vulnerate.

Accettiamo con coraggio la sfida di passare dall’egocentrismo all’eterocentrismo: questa è la scelta di Dio, la proposta del Natale
del Signore.

Buona domenica!

+ don Francesco 



DOMENICA 13 DICEMBRE 2015

Apertura Porta Santa Cattedrale

[Messaggio domenicale III Domenica di Avvento]

 


 

 

DOMENICA 6 DICEMBRE 2015

II Domenica di Avvento 2015:  il DESERTO, condizione di cambiamento per vedere la salvezza

Una bella e straordinaria esperienza per questa seconda domenica di Avvento: incontriamo Giovanni il Battista, un uomo che vive di essenzialità, mangia lo scarso cibo che il deserto gli offre, veste con abiti ottenuti dalle pelli di cammello, come i nomadi del deserto della Giordania, ed è seguito dalle folle. Così lo conosciamo e ricordiamo anche che battezzava le folle e che anche Gesù si fece battezzare da lui.

L’ evangelista Luca scrive ” la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto” dopo la lunga serie di nomi Tiberio, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, Anna e Caifa: ci sono tutti i capi politici e religiosi del tempo. In Giovanni Battista la storia umana, sempre fallibile e problematica, e la parola potente di Dio si incontrano. Questo incontro produce una voce.

Giovanni è “voce di uno che grida nel deserto: preparate le via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!” La sua identità è essere voce che grida in un luogo in cui tutto è ridotto all’essenziale, dove il silenzio “ti parla” dove la solitudine è condizione di vita. Egli percorre tutta la regione “predicando un battesimo di conversione per la remissione dei peccati”.

Il deserto è dunque necessario per mettere ordine nella propria vita ed iniziare un cammino di conversione che consenta di lasciarsi incontrare dal Signore e riconoscerlo, accoglierlo, fargli spazio e lasciare che operi in ciascuno un cambiamento di mentalità, una metanoia, una conversione.

Il Signore viene e noi gli andiamo incontro in un processo di cambiamento che si presenta accidentato: il cammino non è facile, non tanto per gli scenari che la storia personale, sociale e planetaria oggi presenta, per tutte le oppressioni che  aspettano di essere liberate, ma soprattutto perché la nostra fede  tiepida ed ad “intermittenza” non ci consente di credere che la promessa “Ogni uomo vedrà la  salvezza di Dio” si è già realizzata ed aspetta il compimento oggi, in me, e alla fine dei tempi, quando il Signore verrà.

Alle parole che già ci sono state consegnate nella prima domenica di Avvento, VIGILANZA/RESPONSABILITA’ e PREGHIERA, aggiungiamo le parole forti di questa seconda domenica: DESERTO e CONVERSIONE.

Il deserto come desiderio, attesa, di esperienza di liberazione; conversione come condizione decisiva perché accada in me l’incontro con IL GIA’ Venuto, IL VENIENTE, IL VIVENTE tra noi.

Facciamo nostra la domanda necessaria ed urgente, per non sprecare il Kairòs di  questo Natale 2015,che faceva Origene, un grande padre della Chiesa: “A che giova che Gesù Bambino nasce in un presepe se poi non nasce dentro di me, nella mia anima?”

La nascita mistica di Dio nella mia anima, di cui parla San Gregorio di Nazianzio, è  possibile ad una condizione: la conversione gridata da San Giovanni Battista!

Soltanto se ci sarà un vero cambiamento, ci sarà l’incontro tra me e Cristo. Così sarà Natale!

Non sprechiamo la possibilità di vedere la salvezza di Dio.

A tutti un invito di conversione!

+ don Francesco

DOMENICA 29 DICEMBRE 2015

I^ Avvento

Inizia un nuovo Anno Liturgico con la prima domenica di Avvento. Il tempo per noi credenti non ciclico, non soggiace al fato o al caso, ma è lineare, aperto alle sorprese di un Dio che da sempre ha cura di noi, dell’umanità!

Un Dio compassionevole e grande nella Misericordia. Siamo chiamati, dunque, ad aprirci con stupore a Dio che ci sorprende, sempre.

L’Avvento: un Dio che viene a camminare con l’uomo, a “sporcarsi le mani” con Lui, senza condannarlo ma accompagnandolo.

“ ….. Gesù disse ai suoi Discepoli: vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli ….. Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.

Sostiene padre Ermes Ronchi: “Irrompe la profezia. L’Avvento è anzitutto questo. Il tempo che prepara nascite, il tempo di Santa Maria nell’attesa del parto, tempo delle donne: solo le donne in attesa sanno cosa significa davvero attendere. Ma non si attende solo la nascita di Gesù”.

Anzi Lui è già nato, lo sappiamo, lo abbiamo incontrato in modi diversi, ma attendiamo la sua ultima venuta nella gloria. E l’Avvento ci colloca ancora una volta tra un “già”, la venuta storica di Gesù, e un “non ancora”, l’ultima e definitiva venuta. E noi viviamo il “frattempo” fra il già e il non ancora, un frattempo spesso segnato da crisi. C’è una crisi economico-finanziaria che impoverisce sempre i più poveri, una crisi di giustizia rispetto soprattutto alla distribuzione delle risorse-ricchezze, c’è una crisi della Chiesa, diminuiscono le vocazioni, l’indifferenza religiosa, e non solo, cresce. Le grandi istituzioni perdono fiducia e credibilità, le relazioni umane diventano sempre più sospettose e conflittuali e la declinazione delle crisi potrebbe continuare. Ma il Vangelo d’Avvento di questa domenica ci aiuta a non “naufragare” a non smarrire il cuore, a non appesantirlo di paure e delusioni: “State attenti a voi stessi che i vostri cuori non si appesantiscano”. Alziamoci, guardiamo in alto e lontano perché la nostra liberazione è vicina. Uomini e donne in piedi, a testa alta, occhi alti e liberi: così vede i discepoli il Vangelo, gente dalla vita verticale capace poi di essere anche orizzontale. Ci saranno sempre nella vita, personale e non, momenti di sfiducia, scoraggiamento, angoscia profonda, non senso generale: vivere è convivere con queste possibilità dell’esistenza. Ma se accogliamo il “venuto” e il “veniente”, Gesù, il Messia, se la nostra vita diventa vita cristica, allora tutto sarà percepito e vissuto in Lui e con Lui andremo oltre. Le stesse immagini di questa “fine” parusia, ultima e definitiva venuta di Gesù, “il sole, la luna, le stelle …..”, immagini che nella narrazione evangelica possono spaventarci, vanno decodificate nel senso che tutto sarà detronizzato e demitizzato e solo il Signore nostro Dio resterà!

Bello l’invito di Gesù a noi oggi suoi discepoli che viviamo nel “già” e nel “non ancora”: “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere …..” Vegliare, voce del verbo “lottare” contro ogni sorta di idolatria, vigilare, ovvero essere uomini e donne capaci di responsabilità, di avere cura del fratello che incontriamo, della creazione che abitiamo, della storia con i suoi segni che ci interpellano, di noi stessi. Pregare, voce del verbo interiorizzare, vivere l’intimità con Cristo per avere uno sguardo alto e altro sulla vita. Allora il Vangelo ci apre veramente il cuore ad una vita bella e buona perché ci insegna a leggere il presente e la sua storia come “utero” di futuro, a non fermarci all’”oggi” ma a guardare avanti: “perché questo mondo porta nel grembo un altro mondo” (E.Ronchi). Tempo di Avvento, il Liberatore è venuto, viene e verrà sempre: non siamo né soli né abbandonati alle forze del male perché Lui, la Misericordia fatta carne ci avvolge, ci abbraccia e ci fa “respirare” col suo respiro.

Buon anno liturgico! Buon tempo di Avvento.

+ don Francesco 

DOMENICA 22 NOVEMBRE 2015 

Domenica XXXIV del Tempo Liturgico Ordinario: Solennità di Cristo Re dell’Universo

Siamo giunti alla conclusione dell’anno liturgico B, durante il quale siamo stati accompagnati nella liturgia domenicale dal Vangelo secondo Marco, il Vangelo del Discepolo, del Catecumeno. Ognuno di noi si è sentito preso per mano e aiutato a comprendere il senso della Parola e ad approfondire la conoscenza di Gesù Cristo, il Messia che dà senso alla nostra esistenza.

Prima di entrare nel contenuto teologico-spirituale di questa domenica, mi sembra opportuno, direi necessario, porci la domanda: in questo anno liturgico la nostra relazione con Cristo è diventata più bella, più autentica e più matura?

Quali sono stati gli ostacoli che abbiamo incontrato nel nostro itinerario di ricerca di Gesù! Quali le scoperte, le novità acquisite? Per dirla in termini molto più netti: Gesù, il Cristo, è diventato sul serio il fondamento, il contenuto, il fine della nostra vita? Entriamo in “punta di piedi” nella riflessione della festa di Cristo Re dell’Universo.

Il Vangelo ci presenta due uomini, uno difronte all’altro: Pilato e Gesù. Siamo nel Vangelo di Giovanni, il Discepolo che con audacia profonda legge la storia di Gesù cogliendo gli aspetti più inediti. Siamo di fronte ad una “epifania” (manifestazione) veramente paradossale ma al tempo stesso sconcertante in termini positivi per ciascuno di noi. Cerchiamo di capire! Pilato e Gesù due poteri opposti a confronto: Pilato, il potere politico, prigioniero delle sue paure, delle sue indecisioni.

Un uomo non libero! Gesù, il condannato, il disarmato, l’impotente ma libero, libero nella coscienza, libero nei pensieri, libero nei sentimenti, libero dinanzi alla comunità delle persone. Gesù libero perché nella verità.
Il potere di Pilato si basa sulla forza delle armi, il potere di Gesù, umanamente indifeso, si basa solo e soltanto sull’amore per la verità che si traduce, anche, in un amore di tenerezza e di misericordia verso tutti.
La domanda di Pilato: Dunque tu sei re? La risposta di Gesù: Il mio regno non è di questo mondo. In questo dialogo c’è tutta la differenza cristiana che Gesù consegna ai suoi Discepoli di allora e a noi Discepoli di oggi. Voi siete nel mondo, ma non del mondo. I grandi della terra dominano e si impongono, tra voi non sia così. E’ in quel “tra voi” c’è tutta la differenza sostanziale, perché i regni della terra si combattono, il potere di questa terra, di quaggiù, si sostanzia di guerra, si nutre di violenza. Il potere di questo mondo ha bisogno di “servi”, di “cortigiani”!

Il potere di Gesù non ha bisogno di mercenari, di eserciti, di uomini che “mettono fuori” la spada! La regalità di Gesù è una regalità di servizio: non sono venuto per essere servito, ma per servire. La regalità di Gesù si manifesta nel farsi dono senza “se” e senza “ma”. Versa il suo sangue, non sacrifica nessuno, ma sacrifica se stesso, non spezza nessuno, spezza solo se stesso. Pilato non capisce! Non può capire! Come non comprendiamo noi la regalità di Gesù se diventiamo prigionieri di idoli che seducono la nostra esistenza promettendole facili ed euforiche affermazioni del proprio “io”: il potere come dominio, il successo e il prestigio a tutti i costi, la ricchezza eccedente spesso acquisita anche se acquisita attraverso la illegalità e la corruzione! La regalità di Gesù si comprende solo se entriamo nella logica dei suoi pensieri, dei suoi sentimenti. Pilato dopo il dialogo con Gesù esce fuori e lo presenta alla folla: ecco l’uomo! Qui è l’apice della rivelazione secondo l’evangelista Giovanni. Quell’”uomo”, sconfitto e umiliato, è l’uomo più vero, il più autentico degli uomini. Il vero “RE” il vero uomo libero. E’ in lui e con lui nasce la possibilità per ogni uomo, incontrandolo, di essere veramente uomo.

In Lui, con Lui, e per Lui si sperimenta la pienezza dell’umano. Ecco la bella notizia della fine dell’anno liturgico, nella festa di Cristo Re dell’Universo: la regalità di Cristo non è potere ma pienezza di vita! Umanità bella, buona e vera. Questa è la strada per scrivere una pagina di un umanesimo nuovo! E’ Gesù, l’uomo nuovo, archetipo di chi vuole essere un “uomo nuovo”.  A noi il compito, come sempre, di esercitare la libertà, di decidere se vogliamo fidarci dell’”Ecco l’uomo” oppure se preferiamo l’uomo-pilato, la personificazione del potere. L’augurio per tutti di una domenica di “sintesi” dell’anno liturgico e al tempo stesso una domenica nella quale vogliamo verificare la nostra libertà di adesione alla regalità-servizio di Gesù.

+ don Francesco

DOMENICA 15 NOVEMBRE 2015

XXXIII DOMENICA del tempo liturgico ordinario

Come abitare la crisi: da apocalittici? Tra due Domeniche celebreremo la festa di Cristo Re dell’universo, che segna la conclusione dell’anno liturgico. In queste ultime domeniche siamo chiamati a riflettere sulle cose ultime o escatologia. Da sempre il cammino dell’uomo è stato accompagnato dalle domande sull’origine del mondo, le cose prime o protologia, e sulla fine del mondo o escatologia. Tra le tante risposte filosofiche, religiose e scientifiche, vanno annoverate in ordine alle realtà ultime, quella giudaica e quella cristiana sotto il nome di apocalissi o rivelazioni. Il genere letterario apocalittico è un linguaggio che vuole essere rivelativo, profetico, anche se a volte risulta oscuro, di non facile interpretazione.

La declinazione del genere apocalittico consiste nell’imminenza della fine, nell’ultimo giudizio con relativa separazione dei buoni dai cattivi, nella catastrofe, nella nuova era! Il tutto in un clima di esaltazione, di paura e di ansiosa attesa, attenta a discernere i segni e a calcolare, a fare i conti con i tempi!

Nella comunità dell’evangelista Marco erano presenti gruppi apocalittici che facevano una lettura catastrofica del presente, dell’oggi!

Un presente nella “tribolazione”!

Gli avvenimenti negativi vengono letti, interpretati come segni di una storia alla fine! Passa la scena di questo mondo!

Marco prende atto di questa ansia apocalittica e coglie il positivo: il sognare un mondo diverso, altro, emancipato e liberato da tutte le negatività. L’apocalisse sembra essere l’urlo del povero in situazioni estreme! Marco smussa il discorso apocalittico dalle sfaccettature negative e invita i componenti della comunità ad una vita di responsabilità! A risvegliare la coscienza! A fare attenzione! A non diventare creduloni perché “Quanto a quel giorno o quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13. 32 ).

Ecologia mentale è riconoscere di non sapere quando finirà il mondo e come! Compito del discepolo di Gesù è affidarsi al suo Signore e alla sua parola, non cedendo alla tentazione degli idoli, all’idolatria. Il tempo si abita, il mondo si vive nella consapevolezza che non siamo abbandonati alle forze del male e che la Pasqua è la chiave di lettura delle cose ultime. La passione, il dolore, la morte non sono le ultime realtà ma solo penultime! Cristo Risorto è rivelazione che la morte non ha più potere su chi ama. Allora la domanda così attuale anche oggi: come attraversare il tempo della crisi, della sofferenza, della tribolazione e della devastazione? Con l’agape! Amare la terra abitandola diversamente e sognarla altrimenti, con la santità della vita e la forza della preghiera! Siamo chiamati a vivere il mondo e la sua storia con tutte le sue contraddizioni con il Vangelo della vigilanza su se stessi e sulla creazione. Una Domenica di vigilanza responsabile, di intercessione  in comunione profonda con il popolo francese, le vittime del terrorismo e le loro famiglie!

In preghiera

+ don Francesco.

XXXll DOMENICA DEL TEMPO LITURGICO ORDINARIO

DOMENICA 8 NOVEMBRE 2015

La vedova povera, icona del dono di se. Ha dato tutta la sua vita! Il vangelo di questa Domenica ci narra un durissimo attacco di Gesù verso gli scribi e i farisei, che sono un dato antropologico della ipocrisia, presunzione, orgoglio, autoreferenzialita’.
Sono prigionieri della sindrome di essere necessariamente primi!

Gli scribi erano esperti delle sante Scritture. Dall’infanzia si dedicavano alla lettura e allo studio della tradizione di Israele e diventavano, all’età adulta, rabbini autorevoli. I farisei erano un gruppo che cercava di vivere la legge di Mosè. Lo scontro tra Gesù e gli scribi e i farisei riguardava soprattutto la loro postura di “persone religiose “.
C’è stato un conflitto aspro, ma, non dimentichiamolo, oggi Gesù potrebbe rivolgere gli stessi avvertimenti a molti noi, a tanti ecclesiastici!

Davvero queste invettive di Gesù sono molto attuali specialmente nei confronti di chi è arrogante, presuntuoso e va alla ricerca degli applausi e cerca di apparire.

Come ha ragione Papa Francesco quando ci invita ad essere essenziali, sobri e a non vivere di apparenze! Da faraoni! E Gesù fa questi discorsi di fronte alla sala del tesoro, dove i fedeli, i pellegrini saliti a Gerusalemme, mettono le loro monete nelle “cassette delle offerte”.

Gesù, come sempre, vede, osserva, discerne, vigila e fa discernimento per ricavare lezioni di vita. Nota che alcuni, i ricchi, mettono grandi somme di denaro ma nota, anche, che una donna, vedova, una persona che non contava nulla in un mondo dominato da uomini, getta due monetine. Gesù commenta il gesto di questa donna marginale e lo fa in modo solenne “AMEN”, cioè, “È COSÌ, È LA VERITÀ E IO VE LO DICO” “Lei ha dato tutto quello che aveva da vivere cioè TUTTA LA SUA VITA! Dona la totalità del suo essere!

Questa donna è per Gesù l’icona dell’amore che sa rinunciare anche a ciò che è necessario! È una discepola di Gesù! Ha capito il senso del Regno di Dio! Vive già in un ‘altra prospettiva! Una esortazione che è al tempo stesso una provocazione: quando parliamo di Chiesa povera, di poveri, facciamo memoria di questa donna domandandoci se la nostra vita si è fatta dono totale senza se e senza ma! Anzi chiediamoci: facciamo parte o siamo esclusi dalla “chiesa povera” o “di poveri!

“Una Domenica, come sempre, di discernimento e di verifica! Una Domenica nella quale, in compagnia della vedova, diventiamo capaci di donare tutta la nostra vita, senza calcoli!
Un abbraccio di santità in Cristo!

+ don Francesco

DOMENICA 1 NOVEMBRE: FESTA DI TUTTI I SANTI.

Celebriamo una festa che riguarda in modo specifico noi, discepoli di Gesù, ma anche tutti coloro che hanno deciso di non vivere alla sua sequela.

Noi che viviamo ancora su questa terra, sia coloro che sono passati all’altra dimensione, dopo la morte.

Vivere è essere abitati dal desiderio di cercare la felicità! Di essere felici! Di vivere una vita piena e bella! Autentica! Di senso! Gesù in questa Domenica con la sua parola vuole dare una risposta a questo desiderio  profondo del cuore. Ecco le BEATITUDINI!

Meditiamo! Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico predicando la venuta del Regno (cf Mt 4. 17 ) e chiama alla sua sequela alcuni che sono diventati suoi discepoli (cf 4, 18 -22 ).

Gesù in poco tempo diventa un rabbi, un profeta per molti credenti della Galilea e della Giudea. Una folla lo segue, nella quale abbondano malati, oppressi, poveri, persone disperate e che soffrono, piangono (cf Mt 4, 23 -25).

Gesù non è un predicatore distaccato, apatico e indifferente, anzi ha uno sguardo compassionevole, empatico. Ascolta il cuore della gente, gemiti, invocazioni, dolore, imprecazioni. Gesù, allora, decide di consegnare soprattutto a queste persone le BEATITUDINI, promessa e programma di vita.

Sale sul monte, luogo dove Dio si rivela, e come  Mosè, ultimo e definitivo, dà non una nuova legge ma una notizia che consente a chi ci crede e si fida un senso completamente nuovo. Gesù grida: ASHRE’, che significa in ebraico un invito ad andare avanti, una parola che cambia l’ottica con la quale si guarda la vita, la realtà, il mondo, gli altri.

Noi traduciamo con BEATI che non è un aggettivo ma un invito alla felicità; a vivere una vita piena e bella. Beati significa anche benedetti che è l’opposto di guai (cfr Lc 6, 24 -26).

Sostiene E. Bianchi: “Nessuno pensi alla beatitudine come a una gioia esente da prove e sofferenze, a uno stare bene mondano. No, la si deve comprendere come la possibilità di sperimentare che ciò che si è e si vive ha senso, fornisce una “convinzione “, dà una ragione per cui vale la pena vivere. E certo questa felicità la si misura alla fine del percorso, dalla sequela, perché durante il cammino è presente, ma a volte può essere contraddetta dalle prove, dalle sofferenze, dalla passione”.

La promessa di Gesù è il regno di Dio, non un luogo ma una relazione: essere con Dio, essere suoi figli. Questo regno è la comunione dei santi del cielo e della terra, la comunione dei fratelli di Gesù, dei figli di Dio, che noi cristiani dovremmo vivere con consapevolezza, ma che, a causa della nostra philautia, del nostro egoismo, non arriviamo neppure a credere saldamente. La proclamazione delle beatitudini va compresa secondo questa prospettiva!

Nell’incontro con Gesù tutto acquista un senso di bellezza! Di felicità! Allora TENIAMO LO SGUARDO FISSO SU GESÙ! ( cf Eb 12, 2).

L’ augurio che ci facciamo è di vivere nella certezza che GESÙ è compatibile con il nostro desiderio di felicità!

Buon onomastico a tutti di santità, cioè di felicità!

+ don Francesco

DOMENICA 25 OTTOBRE 2015

XXX Domenica del tempo liturgico ordinario: siamo a Gerico, la porta della Giudea a Oriente. L’evangelista Marco conclude il racconto della salita di Gesù a Gerusalemme.

Durante il percorso Gesù ha educato i suoi con molte incomprensioni ed equivoci.

È segno di contraddizione!

Mentre non solo i discepoli ma molta folla lo seguiva, un cieco Bartimeo, un uomo marginale, un drop-out, mendicante di strada, un avanzo, uno scarto di cui nessuno si prende cura, sente dire che sta per passare Gesù di Nazareth.

Nel suo cuore nutriva il desiderio di “vedere”! E’ abitato dalla speranza di poter uscire finalmente dalla “notte”.

Ascolta che Gesù sta passando ed inizia a gridare. Dice p. Ermes Ronchi: “Il grido è più che la parola, c’è dentro corpo, energia, dolore, bisogno. E’ il grido del bambino che nasce, del morente in croce che urla al cielo e alla terra il buio che ha nel cuore. Finché c’è un grido, la speranza ha la sua casa”.

“Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me!” E’ il contenuto del grido di Bartimeo. A questo grido, Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!” Ed ecco dalla folla tre parole: “Coraggio! Alzati! Ti chiama!”

Annota sapientemente sempre p. Ermes Ronchi: “Le tre parole rappresentano il nostro triplice ministero. Coraggio! Incoraggiare anzitutto, dare cuore e speranza, condividere la paura, e inoculare coraggio, frutto della fiducia in Dio, in tutti quelli che gridano dolore. Alzati! Rimettere in piedi, aiutare a ripartire, e mai gettare a terra nessuno, mai demolire nessuno. Ed ecco il terzo ministero: Ti chiama, ha ascoltato il tuo grido e ora pronuncia il tuo nome. E’ Lui che può dare luce, dare occhi profondi che vedono, che vedono il cuore di Dio e il senso della vita.

Con una sola espressione Marco ci offre una delle sintesi più belle di cosa sia l’azione pastorale, non compito di esperti, ma missione di ogni discepolo: Coraggio, alzati, ti chiama!  Ed ecco che si libera tutta una energia compressa, l’energia della vita, tutto sembra improvvisamente eccessivo, esagerato. Bartimeo non parla, grida; non si toglie il mantello: lo getta; non si alza in piedi, balza; la fede è moltiplicazione di vita, vita in pienezza”.

Questo episodio è molto di più di un semplice racconto di un intervento terapeutico di Gesù.  Ci invita, a mio parere, a porci alcune domande per una revisione responsabile del nostro modo di essere oggi credenti-discepoli di Gesù. Innanzitutto anche noi siamo “mendicanti di luce”, mendicanti di senso! Bisognosi di andare oltre il “tempo notturno” che spesso abita il nostro cuore e la nostra mente. Quante volte sperimentiamo l’incapacità di guardare la realtà nella sua evidenza più vera, preferendo o la “sindrome dello struzzo” o la “mistificazione” della realtà. E poi la nostra fede è come quella di Bartimeo, capace di un incontro, di una relazione inedita e di stupore con Gesù, non scontata o abitudinaria, che ci sblocca da ogni cecità che rende la nostra vita senza ali?

E il nostro stile di vita è compassionevole, empatico, come il modo di vivere le relazioni di Gesù?

E allora, ognuno di noi si metta in questa domenica davanti al Signore Gesù, in compagnia di Bartimeo, e guardando a lui con una fiducia totale abbia la forza e il coraggio di gridargli solo: “Signore, abbi pietà di me”, “Kyrie Eleison”, e questa sublime invocazione sarà la preghiera più bella consapevoli del nostro peccato. Della nostra fragilità!

A tutti un augurio di una Domenica aperta all’incontro con Gesù Cristo, il Risorto, che guardandoci ci dice: Coraggio! Alzati e… sii felice!

+ don Francesco

DOMENICA 18 OTTOBRE 2015

Nel vangelo di questa Domenica la bella notizia che Gesù ci trasmette è “TRA VOI NON SIA COSÌ”. Cerchiamo di capire il senso. Gesù sta andando a Gerusalemme dove sarà ucciso. L’ha già comunicato ai suoi per la terza volta e ancora una incomprensione. Giacomo e Giovanni mostrano quanto sono distanti dal modo di pensare e di vivere di Gesù. I due fratelli che hanno seguito Gesù fin dall’inizio del suo ministero pubblico, chiedono: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. È una pretesa più che una domanda, fatta da chi ragiona come tante volte facciamo noi nella vita quotidiana :le relazioni contano, dunque rivendichiamo il loro peso, cercando posizioni di prestigio, di potere.
È la “libido dominandi”! La ricerca dell’io del potere! A tutti i costi! Giovanni e Giacomo, “nostri gemelli”vnon hanno capito nulla del messianismo di Gesù! La loro concezione del Messia è nel senso della forza del potere, della gloria, del successo! Gesù risponde a Giovanni e a Giacomo: “non sapete quello che chiedete”! E chiede loro se sono disposti a bere “il calice della sofferenza”, espressione biblica per indicare la sofferenza da subire. Gesù stesso nell’agonia del Getsemani sarà tentato di allontanare da sé quel calice! I due apostoli rispondono affermativamente alla domanda di Gesù, e solo più tardi capiranno il prezzo di questa disponibilità: quando l’evangelista Marco scrive il vangelo intorno all’anno 70, sa che nel 44 Giacomo è stato martirizzato da Erodje a Gerusalemme e Giovanni secondo alcune tradizioni farà la stessa fine! La richiesta dei due fratelli suscita una reazione indignata da parte degli altri. Allora Gesù li chiama tutti e dodici e dà loro una lezione molto istruttiva, perché è “una apocalisse del potere mondano, politico (E. Bianchi ). Dice: “Voi sapete”, perché basta guardare, osservare, “che coloro i quali sono considerati i governanti delle genti dominano, spadroneggiano su di esse, e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così”! ATTENZIONE, GESÙ NON DICE: “TRA VOI SIA COSÌ”, facendo un augurio o impartendo un comando, ma: “TRA DI VOI NON È COSÌ”, ovvero SE È COSÌ, VOI NON SIETE LA MIA COMUNITÀ!”. Il potere mondano non può essere il modello della vita di una comunità cristiana. Il governo nella comunità cristiana è “ALTRO”!bEcco dunque la “VERA COSTITUZIONE” data alla chiesa: una comunità di fratelli e sorelle, che si servono gli uni gli altri, e tra i quali chi ha autorità è servo di tutti i servi. Nella chiesa non c’è possibilità di fare carriera, di vantare privilegi, di ricevere onori: occorre essere servi dei fratelli e delle sorelle, e basta! Il fondamento di questa comunità e’ Gesù che si è fatto servo e ha dato la sua vita in riscatto per tutti. Questo vangelo non riguarda solo la comunità storica di Gesù ma riguarda noi, la chiesa oggi! Siamo chiamati tutti, come chiesa, ad una verifica rigorosa e responsabile, senza farci sconti! Nella verità e nella misericordia. Soprattutto io come Vescovo e tutti i sacerdoti. Preghiamo perché la chiesa non ceda alla mondanizzazione e il nostro IO nell’incontro con Cristo si rigeneri, rinunciando ad ogni pretesa di dominio. Una Domenica di ripensamento del nostro io e del nostro essere la chiesa di Gesù. Un abbraccio empatico a tutti!

+ don Francesco

DOMENICA 11 OTTOBRE 2015

La XXVIII Domenica del tempo liturgico ordinario ci aiuta a capire la libertà e il suo esercizio! Marco narra di un tale, possidente e nell ‘abbondanza economica, inquieto e insoddisfatto, con un interrogativo che gli attraversa l’anima.

Gli manca qualcosa che lo porta alla ricerca! È un “homo viator” mosso dal desiderio di altro, di un senso che dia una ragione alla sua vita! Incontra Gesù, anzi gli corre incontro, s’inginocchia davanti a lui e lo rende partecipe del suo problema: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna? (Mc 10, 17).

È un uomo di discernimento, di invocazione! Il suo bisogno su che cosa deve fare si apre a un maestro buono che è diventato punto di riferimento perché testimonia con la vita ciò che insegna. In Gesù parola e gesto sono indissolubilmente congiunti! Che cosa devo fare? Gesù risponde citando le parole dell’alleanza, i comandamenti tratti dalle dieci parole, significativamente solo quelli che riguardano le relazioni con il prossimo: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso” (Es 20, 13-16).

Quello ribatte: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Gesù, udita la risposta, “fissò lo sguardo su di lui e lo amò”. E amandolo di un amore preveniente e gratuito gli dice: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni e seguimi“.

Non c’è chiamata se non in una relazione d’amore!

Il Signore chiama solo amando! L’esito della chiamata lo conosciamo: quest’uomo si rattrista e se ne va addolorato!

Non poteva non essere triste, perché quando si rifiuta l’amore, l’esito è la tristezza, il vuoto, il non-senso!

Gesù spiega ai discepoli che per accogliere l’amore, occorre non avere altri amori che seducono e ingannano, come il denaro, la ricchezza, il potere che, assolutizzati, diventano idoli!

L’idolo è scambiare il mezzo con il fine! È fraintendere la libertà! Una domanda che ci aiuti ad una verifica: sono in grado di vivere l’esercizio della mia libertà, distinguendo il mezzo con il fine, capendo che la proposta di vita di Gesù è sempre per la mia felicità, per il mio ben-essere?

Una Domenica bella per ciascuno, nella quale la libertà sia esercizio di responsabilità! Custodiamoci in Cristo!

+ don Francesco

DOMENICA 4 OTTOBRE 2015

Il Vangelo di questa Domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, cercando di farlo cadere in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. È un Vangelo esigente! Bisogna stare attenti a non lasciarsi condizionare da dibattiti ideologici: utilizzarlo come un bastone per giudicare e condannare oppure cedere ad un lassismo che non è coerente con la vita – esperienza – stile di Gesù! Per questo faccio mia la scelta – indicazione di Enzo Bianchi: “Ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5, 28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere di vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere in due nella vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore”.

Premesso ciò voglio condividere alcuni spunti di riflessione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. Partiamo dall’Antico Testamento: la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24, 1-4) appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Viene cioè contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso,” espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella legge di Mosè, vi sia una dottrina sul matrimonio e la sua disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la legge di Dio lo vieta Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi! Afferma Enzo Bianchi: “Gesù ancora una volta interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In questo modo egli ci fornisce un criterio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio che attraverso le sue parole vuole rivelarci la sua volontà!

Questa, dunque, la replica di Gesù ai suoi interlocutori :”Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in – principio “della creazione Dio “li fece maschio e femmina” (Gen 1. 27 ); per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola” (Gen 2.24 ). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

Gesù risale al disegno del creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cfr Gn 2.7; 3. 19 ). Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cfr Gn 1.26-27 ). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per dei terrestri fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza! In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, e mai pienamente, solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”.

È con questo annuncio del Vangelo che si apre il sinodo sulla famiglia voluto da papa Francesco. I padri sono chiamati ad ascoltare lo Spirito Santo nella docilità e nell’umiltà, per ridire oggi la Parola di Dio, che può solo e sempre essere espressa alla luce della sua misericordia”.

Una Domenica di discernimento sapienziale e in preghiera con e per le famiglie.

+ don Francesco

DOMENICA 27 SETTEMBRE 2015

Premesso che la chiesa non è un museo e la Parola di Dio non è un reperto archeologico, domandiamoci che cosa Gesù il Risorto vuole consegnarci in questa Domenica! Qual è la bella notizia? Meditiamo con discernimento! Giovanni, colui che aveva posato il capo sul petto di Gesù nell’ultima cena, dice: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva. Maestro, quell’uomo non è dei nostri!»

Non importa che un uomo sia liberato da una presenza che lo rende infelice. Interessa l’appartenenza! La difesa del gruppo! Non è un discepolo! Conta il criterio di appartenenza al noi discepolare! Direi l’istituzione è prima della persona! L’uomo ammalato viene dopo. La sua salute, la sua felicità possono attendere.

Ancora una volta Gesù sorprende! Cambia il modo di pensare e quindi di agire: chiunque è amico della vita, chiunque attiva processi di liberazione, è dei nostri! Diceva un grande padre della Chiesa Origene che i cristiani sono amici della vita! Si può essere amici di Gesù senza essere del gruppo dei dodici! Pertanto criterio decisivo per discernere chi è con Gesù o contro di lui, e quindi chi è della sua chiesa, non è l’appartenenza contabile al noi discepolare, non è  cioè il criterio ecclesiologico ma quello cristologico.

Vi è una chiesa invisibile oltre i confini di quella visibile (cfr. P. G. Bruni ). È chiara la pro-vocazione di Gesù: andare oltre il FONDAMENTALISMO!

Come chiesa siamo chiamati ad uscire dalla malattia mortale dell’ecclesiocentrismo per riporre al centro un Cristo in lei e con lei ma non prigioniero di lei! (cfr. P. G. Bruni ).

Non ripetiamo l’errore dei discepoli che alzano steccati: gli uomini sono tutti dei nostri e noi siamo di tutti (E. Ronchi ).

Il Vangelo termina con parole dure: se la tua mano è di scandalo, se il tuo piede, il tuo occhio ti scandalizzano, tagliali! È un linguaggio figurato, incisivo per dire la serietà con cui si deve pensare al senso della vita! È oltremodo chiaro che la soluzione non è in una mano tagliata. La soluzione è in una mano convertita! Come? Offrendo un bicchiere d’acqua!!!

Gesù, uomo senza frontiere, ci propone di sognare un mondo di uomini e di donne, capaci di fraternità. Un mondo dove tutti sono nostri, amici del genere umano e per questo amici di Dio! Una Domenica di cambiamento senza cedere alla tentazione di dire “non è possibile” oppure “è solo buonismo – ingenuità”.

 


+ don Francesco

DOMENICA 20 SETTEMBRE 2015

Il Vangelo di questa Domenica narra il secondo annuncio della passione, Morte e risurrezione di Gesù. I discepoli sono spaventati, non capiscono la parola della croce perché non accettano un Messia che diventa servo dei fratelli. Continuano a sognare un Messia politico, di potere e di gloria. Loro pensano solo di comandare! Il loro io è supponente! È abitato da sogni di onnipotenza! Da una ambizione eccedente! L’ambizione li porta ad autoproclamarsi a fianco di Gesù. Sia al tempo di Gesù, sia al tempo di Marco che oggi, c’è sempre il problema di “governare” l’io! È la grande questione del peccato di origine: come controllare

l’io che cerca sempre di gonfiarsi, allargarsi, affermarsi comunque! Gesù nel Vangelo ci indica una strada per le pretese di ogni tipo: chi vuole essere primo, primeggiare deve essere servo! Farsi ultimo! Dio ci ha dato l’esempio! “Pur essendo di natura divina… si fece piccolo! Si svuotò di ogni pretesa. Si kenotizzò,si fece “tapino”! E ancora nel Vangelo, Gesù che preferisce il potere dei segni, prende un piccolo (paidion), uno che non conta nulla, lo mette al centro e, abbracciandolo teneramente, afferma: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.
Un bambino, un povero, un piccolo, un escluso è posto in mezzo ad una assemblea di primi, di uomini destinati ad avere il primo posto nella  comunità, per insegnare loro che se uno vuole il primo posto, quello di chi governa, deve farsi ultimo e servo di tutti! La bella e provocatoria notizia di questa Domenica è che il primato, l’autorità secondo il Vangelo discende solo dal servizio. Siamo chiamati a verificarci! A convertirci! Guardiamo a Gesù e impariamo da Lui ad avere lo stesso suo pensiero e gli stessi suoi sentimenti.
Una Domenica di ecologia interiore!

+ don Francesco 

DOMENICA 13 SETTEMBRE 2015

Nel Vangelo di questa Domenica Gesù pone due domande: la prima interroga i suoi come se fosse un sondaggio d’opinione: la gente chi dice che io sia? L’opinione della gente ritiene che Gesù è un profeta. Uno dei tanti! Del passato. È una risposta che non contiene novità! Gesù non è assolutamente contento. Non vuole definizioni per sentito dire! Desidera una risposta che sia il risultato di un incontro, di una esperienza, di una relazione che ha cambiato radicalmente la vita! La stessa domanda a noi, a me, a te!
“E qui ognuno è chiamato a dare la sua risposta. Ognuno dovrebbe chiudere tutti i libri e i catechismi, e aprire la vita”. (E. Ronchi)
Gesù, con le sue domande, è il maestro che educa! Come sono importanti le domande che interpellano, che mettono in gioco, in circolo l’esistenza. Le domande che ci consentono di uscire da noi stessi, dai perimetri chiusi delle nostre sicurezze idolatriche, dal nostro narcisismo autoreferenziale. Gesù, maestro di vita, attrae con la bellezza delle sue provocazioni: tu cosa pensi di me? Pietro, sempre lui, risponde: TU SEI IL CRISTO!!! VENUTO A SALVARE. Ma Gesù comanda di non parlare! C’è un equivoco! Un fraintendimento! Gesù è sì il Messia ma come il servo di Javhe!Il Messia patito, sofferente. Crocifisso! Senza potere! Un uomo appeso ad una croce: è l’appuntamento che Gesù da a tutti coloro che vogliono seguirlo. Chi è Gesù, È il mio “lavapiedi”! Colui che risponde con un bacio a chi lo tradisce. Colui che dona il suo corpo, la sua vita la notte in cui veniva tradito! Colui il cui amore non poteva rimanere prigioniero della morte: vè Risorto aprendo orizzonti di felicità. E con le parole di C. Centore aggiungo: “Tu sei l’affare migliore della mia vita! Sei per me quello che la primavera è per i fiori”. “Ti ho incontrato e hai fatto di me una risorsa per il tuo regno, nonostante la mia pochezza. Mi hai donato uno sguardo, il tuo, che mi permette di guardare alla realtà in un modo trasfigurato. Tu sei il tutto della vita racchiuso nel frammento della mia esistenza! Tu se il TU che rende la mia vita amata. Tu sei il tu più prezioso che una persona puo’ incontrare. Grazie Gesù per il nostro incontro!

+ don Francesco