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Festa del Battesimo del Signore Domenica 8 Gennaio 2017


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Domenica 8 Gennaio 2017

A Natale abbiamo celebrato la manifestazione del Salvatore ai poveri, all’Epifania la manifestazione alle genti, oggi, con il Battesimo di Gesù, celebriamo la sua manifestazione a Israele, concludendo così il tempo delle epifanie dell’Incarnazione. C’è un lungo silenzio su Gesù, dall’infanzia fino a quest’ora. Dove ha vissuto la giovinezza? Dove ha imparato a leggere le Sacre Scritture? Dove è diventato un uomo maturo di circa trent’anni? (cfr. Lc 3,23) I Vangeli non danno risposte. Possiamo solo dire che, negli anni immediatamente precedenti al battesimo, Gesù è stato discepolo del Battista nel deserto di Giuda, perché Giovanni stesso lo testimonia nella sua predicazione messianica: “Chi viene dietro a me, chi è alla mia sequela, è più forte di me” (Mt 3,11; Mc 1,7) (cfr. E.Bianchi).

Cerchiamo di comprendere l’esperienza battesimale di Gesù che, diciamo subito, è stata decisiva e significativa tanto da segnare il passaggio tra “vita privata” e “vita pubblica”, inizio della sua predicazione accompagnata dai gesti di liberazione. L’evangelista Matteo dice che Gesù si reca dalla Galilea al Giordano con il preciso fine di farsi immergere nelle acque del fiume da Giovanni che, invece, “voleva impedirglielo” (Mt 3,14).

Sostiene Luciano Manicardi che “l’incontro tra i due uomini diviene un esempio di obbedienza e sottomissione reciproca: Gesù si sottomette all’immersione di Giovanni e Giovanni rinuncia al proprio bisogno spirituale” (“Io ho bisogno di essere immerso da te”: Mt 3,14) e accetta di immergere Gesù. L’obbedienza reciproca diviene obbedienza a Dio: la giustizia adempiuta tra i due è infatti la realizzazione della volontà di Dio. La giustizia, biblicamente, è la conformità alla volontà divina. L’obbedienza viene qui colta nel suo aspetto adulto e maturo di azione comune e reciproca, non come atto infantile o mortificazione individuale o abdicazione che uno fa alla propria volontà per adempiere a quella di un altro, con i rischi di abuso, di giochi di potere e di sopraffazione che questo comporta. L’obbedienza qui è evento di comunione e di carità che consente l’adempiersi del disegno divino. E’ un atto libero, non impersonale, né immotivato, ma relazionale, e che avviene nel riconoscimento reciproco e nell’amore”.

La bellezza, che rende libera la relazione tra “due celibi”, è fare la volontà di Dio. Un’indicazione significativa come criterio di vita che viene data alle nostre comunità cristiane se vogliamo che i nostri rapporti siano limpidi, casti, autentici (cfr. Mt 7,21; 12,50).

Va ricordato, anche, che ricevere l’immersione nelle acque del Giordano, significava, nella logica del Battista, dichiarare la propria condizione di peccatore e, al tempo stesso, la volontà di convertirsi. Gesù, il Messia, l’unto del Signore, il figlio di Dio venuto nel mondo, si associa alla “fila dei peccatori” manifestando subito la sua scelta di vita che consiste nell’abbassamento, nello svuotamento, nella rinuncia alle sue prerogative divine. Possiamo affermare, dunque, che Gesù interpreta il suo messianismo “al contrario”, contraddicendo ogni logica umana che vuole che la venuta di Dio avvenga nella gloria e nella potenza. Gesù sceglie di essere il servo di Javè!

Gesù, annota l’evangelista Matteo, “appena battezzato, uscì dall’acqua ed ecco, si aprirono per Lui i cieli ed Egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di Lui”. La sua è un’esperienza di presa di coscienza della propria identità: è lo Spirito di Dio il protagonista della sua vita, lo Spirito che aveva fecondato il grembo di Maria. L’apertura dei cieli dice che ormai c’è un’altra comunicazione tra Dio e la terra, tra mondo celeste e mondo terrestre, ed è Gesù, il Cristo. Potremmo dire che si tratta di una esperienza “mistica”, di trasfigurazione della “coscienza” di Gesù. E la “voce dal Cielo”, cioè la Parola di Dio, chiarisce, come ogni voce nella storia biblica, l’identità di Gesù, cioè di Figlio di Dio, Figlio unico e amatissimo, Figlio di cui Dio, può dire: “Io mi rallegro di te, sei amatissimo da me, mi compiaccio di te, per come vivi e agisci, in piena conformità alla mia volontà”.

Queste parole sono rivolte anche a ciascuno di noi: sì, Dio mi dice che sono Suo figlio, che sono da Lui amato. E speriamo che Dio possa dire anche “di te mi compiaccio, di te mi rallegro”.

Ricordiamo che, nel prologo del Vangelo, Giovanni dice che diventiamo veramente “figli di Dio” se la Parola si fa carne dentro di noi e se l’accogliamo incondizionatamente.

Che stupore! Che gioia!

Impariamo a vivere ogni giorno ascoltando la voce del Padre che dice: “Tu sei mio figlio, tu sei il mio amore, la mia gioia”. E il buio che abbiamo dentro di noi si squarcerà. E il soffio di Dio, lo Spirito, che ci abita e ci avvolge, trasfigurerà la nostra esistenza: “lo Spirito è il seno in cui Dio è fecondo come una madre”, scrive il teologo F.X. Durrwell.

Buona Domenica di presa di coscienza della nostra identità di figli di Dio.

   Francesco Savino