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Omelia 40° anniversario di sacerdozio di mons. Francesco Savino +++VIDEO+++


 40° ANNIVERSARIO di  SACERDOZIO [SCARICA]

di mons. Francesco Savino

Venerdì  24  Agosto  2018

Ricorre oggi la memoria liturgica di San Bartolomeo Apostolo ed anche il 40° anniversario della mia Ordinazione sacerdotale: questo santo apostolo continua a segnare il mio ministero cui sono stato eletto e che accolgo ogni giorno con la gioia e la trepidazione di quel lontano 24 agosto 1978.

Bartolomeo è uno Dodici apostoli enumerati nei Vangeli ed è identificato, da una certa tradizione, in Natanaele che, nel Vangelo di Giovanni, è menzionato insieme a Filippo. Le altre notizie riguardanti l’apostolo Bartolomeo sono scarse: lo troviamo tra gli Undici, dopo la Resurrezione di Gesù, in Armenia e fino in India per la predicazione, martirizzato per la sua fede cristiana con atroci torture fino ad essere scorticato vivo e decapitato dopo essere stato appeso al patibolo. Dove ha attinto tanto coraggio per rendere la sua testimonianza di fede cristiana?

L’identificazione di Bartolomeo con Natanaele potrebbe offrirci una risposta.

Nella pericope del Vangelo di Giovanni, Filippo dice a Natanaele di aver trovato “colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth” (Gv 1, 45) ed egli contrappone il suo scetticismo con un pesante pregiudizio: “da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1, 46a). Come accade nella stragrande maggioranza dei casi, Natanaele viene a sapere di Gesù attraverso le parole di un altro. Egli è scettico perché è convinto che il messia atteso non possa provenire da un paesino insignificante ma da Gerusalemme, la grande città, celebrata dai profeti. La sua obiezione è emblematica: anche noi oggi fatichiamo a credere che Gesù si rivela e si lascia incontrare nella vita quotidiana, lontano dalla spettacolarità, e l’eccezionalità.

Gesù è il figlio del falegname, è dio-uomo che gioca, piange, si commuove, si adira. E questo è scandalo.

Il Vangelo, la bella notizia, per Natanaele inizia proprio con una obiezione frutto di un pregiudizio. Filippo, però, taglia corto e gli dice: “vieni e vedi”. La fede richiede un’esperienza diretta, si nutre di incontri autentici, diretti e non virtuali.

Visto che gli va incontro, Gesù saluta Natanaele dicendo: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità” suscitando in lui la curiosità. Dice infatti: “Come mi conosci?” e Gesù: “io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi”.

La fede consiste anche nel sentirsi nello sguardo di Gesù che sa tutto di ciascuno, che ci conosce in tutte le fibre del nostro essere. Il Salmista dice: “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando mi seggo e quando mi alzo, penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo, ti sono note tutte le mie vie”(Sal 138).

Quando Natanaele comprende che Gesù lo conosce da sempre, che lo ha incontrato prima che Filippo gli parlasse di Lui, dichiara: “Rabbì, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”.

Così per Natanaele. Così per ogni credente cristiano: l’incontro con Gesù cambia la propria storia.

Ripenso spesso a quando Gesù si è lasciato incontrare da me, a quel momento di non ritorno quando ha cambiato il mio sguardo sul mondo orientandomi per sempre verso di Lui fino al mio “eccomi” di quarant’anni fa.

Grazie a quell’incontro che si rinnova ogni giorno, riconosco l’abbondanza di “grazia” della mia esistenza, più forte dei miei limiti, vedo la Sua luce più forte delle mie tenebre, ritrovo la Sua fiducia più sicura dei miei dubbi.

Questa sera, deponendo ai piedi dell’altare tutto quello che sono, consapevole che nelle mani Sante di Dio sono accolto e custodito come un bambino in braccio alla mamma, desidero richiamare a me per primo e a voi, carissimi confratelli presbiteri insieme a tutti i presenti, alcune caratteristiche che identificano quanti ricevono il Sacramento dell’Ordine Sacro.

Le troviamo nella Regola Pastorale di San Gregorio Magno, esemplare Pastore della Chiesa. Egli afferma che innanzitutto un sacerdote è chi riceve la grazia della chiamata gratuita e sorprendente di Dio e risponde generosamente. Leggiamo nella Regola: “Se l’impegno pastorale è la prova dell’amore, chi, pur avendo le doti, rifiuta di pascere il gregge di Dio, mostra di non amare il pastore supremo” (I, 5). Può diventare prete solo chi è disposto a rispondere con fede e amore totale alla chiamata divina avendo chiara consapevolezza di che cosa essa domandi. Chi è chiamato, continua la regola, “deve essere illibato nel pensiero, esemplare nella condotta, riservato per il silenzio, utile attraverso la parola, vicino a tutti con solidarietà, dedito più di ogni altro alla contemplazione, legato con vincoli di umiltà a quanti compiono il bene, avversario dell’iniquità dei malvagi per zelo di giustizia, intento a non indebolire la vita interiore per le cure temporali e a non sottrarsi agli impegni di questo mondo per la sollecitudine dei doveri spirituali” (II, 12). Ogni carrierismo, come ogni pavidità non appartengono al cuore del pastore: “Non abbia desiderio dei successi di questa vita né timore delle avversità, si opponga alle lusinghe del mondo tenendo conto di ciò che nell’intimo dà terrore, e ne disprezzi le paure seguendo l’attrattiva delle interiori dolcezze” (II, 14). Possiamo svolgere il Ministero sacerdotale soltanto per amore disinteressato e fedele. Non mancheranno certo momenti di prova e di difficoltà. Ogni timore, però, va fugato, ricordando che la fedeltà alla chiamata è dono del Signore che non nega mai il Suo aiuto a chi lo chiede con umiltà.

Ringraziamo sempre il Signore che chiama a lavorare nella Sua vigna giovani che, dopo aver seguito un percorso di studio e formazione, ricevono il Sacramento dell’Ordine sacro. 

Quanto a me, ripensando a tutta la Grazia riversata sulla mia persona dai Sacramenti, dalla Parola e da quanti hanno percorso con me, in momenti e funzioni diversi, un tratto di strada, posso solo dire con il salmista: “Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?” “Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore”(Sal 108)

Preghiera (Prima della benedizione finale)

Mio Signore, grande e misericordioso,

ti degnasti quel giorno di parlarmi di amore,

cuore a cuore, come sai fare solo Tu.

La Tua Presenza viva raccolse i miei desideri, i miei sogni, i miei affetti,

insieme alle mie fragilità e al mio peccato.

E, liberandomi da me stesso, mi rivelasti quello che sono da sempre.

Ti sei fidato di  me, nonostante tutto, e continui a farlo

anche nei giorni più bui.

Ti lodo, Signore, e la mia bocca canta le tue meraviglie

per dirti ancora e sempre “eccomi”:

fa’ di me quello che vuoi.

Per il popolo di Cassano e per quanti ho incontrato ed incontro,

ti chiedo di essere come tu mi vuoi:

puro nei pensieri, esemplare nell’agire,

discreto nel silenzio, utile con la parola,

 vicino a ciascuno con la compassione

ma soprattutto dedito alla contemplazione,

alleato di chi fa il bene,

inflessibile contro i vizi dei peccatori.

Che io abbia per me soltanto il tempo del riposo spirituale

e mangi la Tua Parola di vita eterna fino a saziarmi,

condivida con i fratelli  la gioia dell’Eucarestia

in attesa del compimento nella Gloria dove ci attendi. Amen

   Francesco Savino