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Omelia Domenica delle Palme 25 Marzo 2018


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Passione del Signore

Domenica 25 Marzo 2018

“Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono pane. Così fan tutti, tutti. I cristiani invece stanno vicino a Dio nella sua sofferenza” (D. Bonhoeffer): inizia la grande Settimana Santa, scorrono i giorni del nostro destino, i giorni in cui contempliamo la conclusione della vicenda umana di Gesù, il Crocifisso per verità e il Risorto per amore.

Sarà una settimana nella quale, è opportuno, pregare in particolare per la pace a Gerusalemme e al tempo stesso ci interrogheremo pure sulle condizioni profonde per attuare una pace vera, reale, nel resto del mondo.

L’entrata in Gerusalemme dà il via all’ora storica di Gesù, l’ora verso la quale tutta la sua vita è protesa, l’ora che è al centro della storia del mondo.

Gesù stesso lo dirà a quei greci che, avendo saputo della sua presenza in città, chiedono di vederlo: “E’ venuta l’ora in cui sarà glorificato il figlio del Signore” (Gv 12, 23). La Gloria che risplenderà quando dalla croce Gesù attirerà tutti a sè.

Sono giorni quelli che iniziano nei quali siamo invitati ad entrare in “sintonia” e in “profonda comunione” con Gesù per capire chi è Lui, chi siamo noi e che cos’è la Chiesa che nasce “dal costato trafitto di Cristo e dalla sua risurrezione” (C. M. Martini).

E’ il momento culminante di tutto l’anno liturgico!

Il racconto della passione di Gesù, che la liturgia oggi ci propone accanto a quello dell’entrata festosa di Gesù in Gerusalemme (Mc 11, 1-10), occupa quasi un quinto dell’intero Vangelo di Marco e quindi, per amore di sintesi, evidenzierò soltanto alcuni elementi principali.

Siamo posti dinanzi allo scandalo e alla follia della Croce (cfr. 1Cor 1, 23), siamo messi alla prova circa la nostra fede in Gesù.

Colui che è passato in mezzo alla gente facendo il bene, compiendo gesti terapeutici, vincendo le tentazioni del diavolo, facendolo arretrare, colui che è riuscito a radunare intorno a sè una comunità itinerante di uomini e di donne, quest’uomo, mai cedevole alle libido dominandi, Gesù di Nazareth, conosce una fine vergognosa, la sua vita conosce una morte fallimentare. Ogni persona, ogni discepolo, ogni lettore, chiunque si imbatte in questa vicenda nella sua fase conclusiva, non può non rimanere profondamente sconvolto.

“Ha salvato altri e non può salvare se stesso!” (Mc 15, 31): così lo scherniscono i suoi avversari. Poteva scendere dalla croce, dimostrare la sua forza, invece sceglie, per amore e soltanto per amore, rinunziando ad ogni pretesa del suo “io”, la strada più vera e alternativa per salvare l’umanità: il messianismo del servo di Jahvè, un messianismo che fa della passione e della umiliazione la vera autorevolezza.

Una domanda tutta enigmatica ma radicale s’impone: “dov’è Dio durante la passione di Gesù? Quel Dio che sembrava essergli così vicino e che egli chiamava confidenzialmente «Abbà», cioè «papà caro»; quel Dio che lo aveva definito “figlio amato” al battesimo (cfr. Mc 1, 11) e alla trasfigurazione (Mc 9, 7); quel Dio per il quale Gesù aveva messo in gioco e consumato tutta la propria vita, dov’è ora? Non lo si dimentichi: la morte di croce è la morte del maledetto da Dio (cfr. Dt 21, 23; Gal 3, 13), giudicato tale dalla legittima autorità religiosa di Israele, e, nel contempo, è il supplizio estremo inflitto a chi è ritenuto nocivo alla polis. Davvero Gesù è morto come un impostore appeso fra cielo e terra perchè rifiutato da Dio e dagli uomini …” (Enzo Bianchi).

Sono domande che inquietano, alle quali non è facile anzi è estremamente difficile rispondere. Si può soltanto affermare che Gesù, pur turbato da questa “ora” decisiva della sua vita, si è consegnato, abbandonato, in Dio per compiere la sua volontà e non la propria (cfr. Mc 14, 36). Gesù ha creduto che Dio, il padre, non lo avrebbe assolutamente abbandonato, che sarebbe rimasto dalla sua parte, nonostante che tutto mostrava il contrario.

Per comprendere ancora di più la passione di Gesù bisogna puntualizzare che Gesù ha vissuto la propria fine nella libertà. Infatti avrebbe potuto fuggire prima che gli eventi precipitassero, avrebbe potuto relativizzare alcune sue azioni, avrebbe potuto limitare certe sue parole, invece nulla di tutto questo: per libertà e per verità, come conseguenza delle sue scelte di vita, è andato incontro alla morte in croce, a questa fine ignominiosa. Affinchè tutto fosse chiaro, Gesù ha anticipato profeticamente ai discepoli la sua passione e la sua morte spiegandola loro con il gesto eucaristico dell’ultima cena, pane spezzato, come sarebbe stato di lì a poco la sua vita, vino versato nel calice come il suo sangue sarebbe stato effuso in una morte violenta.

Alla libertà di Gesù si contrappone nella narrazione evangelica di Marco la libertà equivoca dei discepoli: all’inizio del Vangelo Marco scrive che i discepoli “abbandonato tutto seguirono Gesù” (cfr. Mc 1, 18.20), nell’ora della passione annota che essi, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti”.

Lo scandalo della croce rimane tale ma il “gesto eucaristico” sarà capace di ridare sempre un senso a questo scandalo e al tempo stesso sarà capace di radunare di nuovo i discepoli intorno a Cristo risorto.

“Davvero era Figlio di Dio”, è la proclamazione del centurione, pagano! Il Crocifisso è veramente il Figlio di Dio. La croce, supremo atto di amore, capovolge la storia, ogni storia, dalla più piccola alla più grande.

Da allora, “per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della croce”. (Karl Rahner)

Incamminiamoci, allora, in compagnia di Maria, la madre di ogni dolore, alla sequela di Gesù, il Crocifisso e Risorto, con l’unico e grande desiderio di fare di Cristo il fondamento della nostra esistenza.

Buona Settimana Santa a tutti.

   Francesco Savino