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Omelia XIV  Domenica del Tempo Ordinario 7 Luglio 2019


XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

Is 66, 10-14; Sal 65; Gal 6, 14-18; Lc 10, 1-12. 17-20

7  Luglio  2019

Durante la salita verso Gerusalemme, Gesù “designò altri 72 e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. Dopo aver precisato le condizioni della sequela, l’evangelista Luca parla della “missione” rivolta a tutti e qui rappresentata dal numero di 72, tanti quanti sono i popoli noti alla tradizione giudaica (cfr. Gen 10). Nelle parole del Risorto, i suoi patimenti, la sua morte e resurrezione sono il contenuto della predicazione “della conversione e del perdono dei peccati” che gli Undici sono inviati a fare “a tutti i popoli” (cfr. Lc 24, 47).

Gesù diceva: “la messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!”. I pochi sono la minoranza all’interno della cultura giudaica e pagana, il “piccolo gregge” (Lc 12, 32). La sproporzione tra l’abbondanza della messe e la scarsità degli operai non scoraggia i discepoli, anzi, costituisce la premessa per pregare “il Signore della messe” che invii operai: Il primato appartiene al Signore e non c’è missione senza invocazione a Dio, non c’è evangelizzazione senza che “Dio apra la porta della predicazione e così possiamo annunciare il mistero di Cristo” secondo le parole di san Paolo (Col 4, 3). Per questo Gesù sale “sul monte a pregare” e prega “Dio per tutta la notte” prima di scegliere i dodici (cfr. Lc 6, 12-13). 

I pochi “operai” vengono inviati “a coppie” perché la prima credibilità dell’annuncio del regno sta nella comunione fraterna di testimoni che non sono mai singoli. Essi sono inviati ad annunciare il regno e la sua pace “come agnelli in mezzo ai lupi”: miti ed inermi con la sola forza conferita dalla Verità. Caratteristica della missione è la radicalità: Gesù dice ai discepoli di non dotarsi di nulla, di non portare con sé “né borsa, né sacca, né sandali”, e di non fermarsi a “salutare nessuno lungo la strada”. Ogni inviato abbia lo stile della povertà e della precarietà che sono condizioni imprescindibili della missione: non mezzi scarsi ed improvvisati, ma l’assenza totale di mezzi garantisce l’efficacia missionaria; quanto alla pace, non basta annunciarla, ma occorre essere costruttori di pace da donare a tutti anche a chi la rifiuta. 

Come Gesù ha costantemente indicato il Padre e il legame con Lui (cfr. Gv 1, 18) durante l’intera sua predicazione, così noi cristiani oggi dobbiamo essere suoi testimoni nel mondo. La nostra missione è, infatti, la manifestazione in parole e gesti della personale decisione di essere alla Sua sequela.

Scrive E. Bianchi: “Chi si affida radicalmente a lui sperimenta la sua protezione e ascolta la sua voce che lo rassicura: «Nulla potrà farvi del male»… Anche di fronte al successo della missione, al constatare che «i demoni si sottomettono a lui nel Nome di Cristo», il cristiano riconoscerà che ciò è dovuto essenzialmente all’intercessione di Cristo stesso: «Io vi ho dato il potere di sconfiggere il Nemico». E così vivrà la sua parola: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi, ma perché i vostri nomi sono scritti nei cieli»” .

La gioia consiste nel sentirsi amati ed incoraggiati da Gesù che non ci deluderà mai ma, attraverso la nostra fragilità e la nostra debolezza, diffonderà il suo Vangelo sulla terra.

Siamo chiamati a seguire il Cristo Signore con la consapevolezza quotidiana che annunciamo e testimoniamo il regno di Dio soltanto se riconosciamo di essere abitati da Lui e dal Suo Amore.

Buona Domenica.

   Francesco Savino