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VI Domenica del Tempo Ordinario | Omelia Messa trasmessa su Rai 1


 VI  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

Domenica 12 Febbraio 2017

«Parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo». Quanto abbiamo ascoltato da San Paolo nella seconda lettura c’introduce alla sapienza che, nel Vangelo di Matteo, proclamato poc’anzi nella formula breve, affiora nel confronto tra la «giustizia degli scribi e dei farisei» e la giustizia di Gesù, argomento del “discorso della montagna” rivolto alla folla e ai suoi discepoli, fra cui siamo anche noi. Possiamo comprendere la sua Parola se ci disponiamo ad essere poveri nello spirito, miti e misericordiosi, trasparenti di cuore e pacificatori, ad avere fame e sete di quella giustizia del Padre che Gesù rivela. E se siamo disposti ad accettare l’inevitabile incomprensione, spesso violenta, di quanti seguono la sapienza di questo mondo.

Gli scribi e i farisei disattendono l’essenza della “legge”: ad essi, in maniera lapidaria, Gesù dice: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi, della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle» (Mt 23,23).

Giustizia, misericordia e fedeltà: questo è il cuore della “legge” di Dio e dell’alleanza che Egli stabilisce in Gesù. Qui possiamo ritrovare la novità di Gesù rispetto a quanto “fu detto agli antichi”.

«Non ucciderai», cioè avrai il massimo rispetto della vita e della dignità altrui; «Non commetterai adulterio», cioè avrai fedeltà per la tua donna e rispetto massimo per quella altrui, e tutto ciò per fedeltà a Dio che resta sempre fedele; «Non giurerai», cioè «opererai la verità», ritenendola un valore sacro e assoluto in sé, e perciò senza fare appello a Dio, come si faceva e si fa, sbagliando, anche tra i cristiani, quando si ricorre al giuramento.

Non uccidere, non desiderare, non giurare: queste prescrizioni ancestrali, impresse nel santuario della coscienza di tutti gli uomini e donne, ricevono da Gesù una luce completamente nuova. Diventano, come gli altri comandamenti, più radicali, più esigenti: di un’esigenza che oltrepassa il rigorismo religioso e promuove l’umanizzazione della legge. Come gli scribi e i farisei, siamo invitati a tener sempre presente che l’uomo non è fatto per il sabato, ma il sabato è fatto per l’uomo, e a conferire alla legge la sacralità inviolabile della persona umana nel conformare a sacralità i rapporti interumani.

Possiamo leggere i comandamenti reinterpretati da Gesù come una corrispondenza delle beatitudini: il “regno” di Dio è per i poveri e per coloro che soffrono, è per quanti perdonano e non praticano la violenza, non coltivano la bramosia del possesso: siamo “beati” quando ci sottraiamo al dominio del desiderio, incluso quello sessuale, al dominio della vendetta o della rivalsa e del potere, religioso o civile che sia. Siamo chiamati a essere creature nuove, avamposti di un modo alternativo di pensare e di agire. Possiamo farlo vivendo con la gratitudine costante di chi, con il Profeta Isaia (64, 3) esclama: «Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui».

Dio ha fatto tanto e fa tanto per chi confida in lui. Compie tutta la sua parte nella costruzione della sua Chiesa, la Chiesa che noi siamo. Qual è la nostra parte? La nostra risposta è nell’invocazione di preghiera del Salmo 119 (33-34): «Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la custodirò sino alla fine. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore».

“Custodire” e “osservare” la legge radicalizzata e umanizzata da Gesù: è quanto siamo chiamati a realizzare, non per un’osservanza formale di decreti imposti dall’esterno, bensì per scegliere un orientamento totale e definitivo della nostra esistenza. Custodire e osservare la Legge per i contemporanei di Gesù e per noi, oggi, comporta un atto di discernimento e di continua scelta: abbiamo sentito nella prima lettura, tratta dal libro del Siracide, l’appassionata testimonianza della libertà che abbiamo di scegliere tra il bene e il male con la conclusione: “Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno, se hai fiducia in lui, anche tu vivrai”.

Pertanto ci è rivolto l’evangelo nella sua essenzialità più profonda: siamo chiamati a libertà (cf. Gal 5,13), perché la Verità che è Cristo stesso ci rende liberi (cf. Gv 8,32). Una libertà che non cade mai in forme d’anarchia, ma che diventa servizio per gli altri nella Chiesa e nel mondo che viviamo. Una grande gioia si spalanca su tutti noi, se accogliamo la Verità che ci viene consegnata. E’ “la gioia del Vangelo” che Papa Francesco ci invita a non lasciarci “rubare”.

    Francesco Savino