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VI Domenica di Pasqua 6 Maggio 2018


 VI  DOMENICA  di  PASQUA  2018 [SCARICA]

6  Maggio  2018

Il Vangelo di questa Domenica, VI di Pasqua, ci riporta al “libro degli addii” (Gv 13, 17): nel cenacolo, Gesù rivela se stesso ai suoi discepoli. Il suo è un vero lascito testamentario non solo per i presenti intorno a quella tavola, ma ai discepoli di ogni luogo e di ogni tempo che si rendono a Lui contemporanei tramite la lettura-ascolto della Parola.

“Nel «frattempo» tra la resurrezione di Gesù e la sua venuta nella gloria alla fine della storia, qual è lo stile di vita che deve caratterizzare i suoi discepoli nel mondo?” si chiede Enzo Bianchi.

Come si vedeva Domenica scorsa (cfr. Gv 15,1-8), i cristiani sono i tralci uniti alla vite che è Cristo, dimorano in Lui, il Risorto, anche se Egli non è visibile perché dimora con il Padre nell’amore. 

«Dio è amore» (1Gv 4,8.16), è comunione tra Padre e Figlio e, per questo, vivendo nel Suo amore, possiamo entrare in comunione con Dio. (cfr. Gv 1,18).

Ma cos’è l’amore, l’agape, di cui parla il Nuovo Testamento? 

Fuori di tutte le espressioni retoriche che circolano sulla parola “amore” tanto inflazionata, possiamo dire che l’agape è la circolazione di amore tra l’“amante”, Dio Padre, l’“amato”, il Figlio Gesù, e l’“amore” che è lo Spirito Santo.

Questo amore discende sui credenti, generando in loro una dinamica relazionale: ogni credente fa esperienza passiva, gratuita, dell’amore di Dio su di sè e, perciò, è costituito soggetto di amore. La circolarità dell’amore è espressa molto bene dalle parole di Gesù del Vangelo di oggi: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore”.

Questo amore, di cui ognuno ha bisogno per vivere in pienezza, dà senso alla nostra esistenza.

I discepoli di Gesù hanno fatto esperienza di questo amore “fino alla fine”, cioè fino al dono totale della Sua vita. L’amore di Gesù si nutriva dell’amore del Padre di cui quotidianamente faceva esperienza. Anche ogni cristiano è inserito in questa corrente di amore e la Chiesa, la comunità dei credenti, non è costituita sociologicamente o psicologicamente da un programma ideologico o da sentimenti umani, ma dall’agape, manifestazione dell’amore di Dio. L’amore di Dio genera la Chiesa che è soggetto di Carità.

Non siamo pienamente consapevoli di essere immersi in un “oceano” di amore che è da Dio, unilaterale, asimmetrico, incondizionato, sempre.

Prima di lasciare i suoi, Gesù dà loro, come condizione necessaria per seguirlo, “il comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (cfr. Gv. 13, 34). Di tutti i comandamenti delle Sacre Scritture, il comandamento di Gesù è l’unico nuovo, ultimo e definitivo.

Se nei vangeli sinottici Gesù aveva sintetizzato tutta la Legge mosaica nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo (cfr. Lc 10, 25-28), se Paolo dichiara che “tutta la legge trova compimento in un’unica parola: amerai il prossimo tuo come te stesso” (Gal 5, 14; cfr. Rm 13, 8-10), l’evangelista Giovanni, il discepolo amato, va oltre. Forzando il linguaggio, possiamo dire: o l’amore o il nulla.

E nella logica dell’amore si possono comprendere le parole di Gesù “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete i miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”.

Nella prima lettera di Giovanni, leggiamo che l’amore è la condizione di ogni relazione con Dio: “Dio nessuno l’ha mai visto, ma se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4, 12).

L’augurio di questa Domenica è che possiamo renderci conto tutti di quale amore siamo amati.

   Francesco Savino