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XXIII Domenica del Tempo Ordinario 10 Settembre 2017


XXIII  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

10 Settembre 2017

La fede in Dio si declina come responsabilità verso il fratello  che necessita di ammonizione e correzione: questo è il messaggio  della XXIII Domenica del T.O.

Gesù, accogliendo la confessione di Pietro che lo riconosce come l’Unto di Dio, il Figlio del Dio vivente (cfr. Mt 16, 16), dichiara che nella fede in Lui trova fondamento la  comunità dei discepoli la quale richiede, come condizione di appartenenza, la  sequela  fino alla sua morte in croce e la disponibilità a “perdere la  propria vita” per “guadagnarla” nella volontà del Padre. La comunità dei credenti, che è la Chiesa, comprende uomini e donne, giusti e peccatori, forti e deboli, persone  carismatiche e persone spiritualmente povere  che cercano di convertirsi  pur restando fragili. E’ vero che all’inizio di ogni sequela di Gesù o di ogni costituzione di comunità c’è  l’entusiasmo ma, strada facendo, sopraggiungono il peso della quotidianità, la stanchezza, la debolezza nell’appartenenza, il dubbio, il sospetto, ed ecco che si manifesta il male con tutte le sue ricadute esistenziali.

 “Gesù ci insegna che se il mio fratello cristiano commette una colpa contro di me, mi offende, io devo usare carità verso di lui e, prima di tutto, parlargli personalmente, spiegandogli che ciò che ha detto o ha fatto non è buono. E se il fratello non mi ascolta? Gesù suggerisce un progressivo intervento: prima, ritorna a parlargli con altre due o tre persone, perché sia più consapevole dello sbaglio che ha fatto; se, nonostante questo, non accoglie l’esortazione, bisogna dirlo alla comunità; e se non ascolta neppure la comunità, occorre fargli percepire la frattura e il distacco che lui stesso ha provocato, facendo venir meno la comunione con i fratelli nella fede” (Papa Francesco, Angelus 7 settembre 2014).

Le tappe di questo cammino indicano lo sforzo che il Signore chiede alla Sua comunità per accompagnare chi sbaglia, affinché non si perda. E’ necessario anzitutto evitare il pettegolezzo; questa è la prima cosa da fare: “va’ e ammoniscilo fra te e lui solo” (versetto 15). Ci vuole delicatezza, prudenza, attenzione nei confronti di chi ha commesso una colpa evitando che le “chiacchiere”, le parole inutili possano “ferire e uccidere” il fratello. Quante volte le parole hanno ucciso  le persone! L’importanza di parlare direttamente ad un fratello che commette una colpa  mira a non mortificarlo. Si deve parlare prima fra “due”, perché si ristabilisca una corretta  relazione “io-tu”.  Gli interventi successivi  prevedono il coinvolgimento di alcuni testimoni e poi della stessa comunità. Questo metodo ecclesiale di correzione fraterna consente  a chi ha  sbagliato di  comprendere che, con la sua colpa, ha offeso non soltanto il diretto interessato ma tutti; al tempo stesso,  aiuta tutti i componenti della comunità a liberarsi dall’amarezza  che genera  l’ira e il risentimento da cui derivano l’insulto e l’aggressione che non fanno parte dello stile di un cristiano, di un amico di Gesù.

La correzione fraterna è un servizio che si vive nella reciprocità, riconoscendosi tutti peccatori e quindi bisognosi della misericordia di Dio.

Riconoscere lo sbaglio del fratello o della sorella  significa riconoscere e ammettere  che anch’io ho sbagliato, sbaglio e  continuerò a sbagliare. Non a caso, all’ inizio di ogni celebrazione eucaristica, convenuti per celebrare il mistero di Cristo, ci riconosciamo tutti peccatori recitando il “confesso” e il “Signore pietà”.

Se la correzione fraterna, segno di quell’amore consapevole  di chi non vuole che neppure una pecora si perda (cfr. Mt 18, 9-14), non raggiunge l’obiettivo di recuperare la comunione con  chi ha sbagliato, allora Gesù dice di considerare il fratello che continua a non riconoscere il suo errore “come un pagano e un pubblicano”, cioè un escluso dalla comunità. Questo atto di “scomunica” compiuto con tristezza, si limita ad attestare la volontà del fratello di separarsi dalla  comunità. Anche su questa decisione estrema, la “scomunica”, scende la misericordia del Signore: “Quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”.

Gesù consegna a tutti i suoi discepoli la responsabilità che precedentemente aveva affidata solo a Pietro (cfr. Mt 16, 19), quella di escludere e riammettere  un fratello all’interno della comunità cristiana.

“Il potere di perdonare il male non è il potere giuridico della assoluzione, è il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze più squallide, più impure, più alterate dell’uomo” (cfr. don Michele Do). Il potere di creare comunione o separazione è conferito a tutti i credenti.

Se  vi è divisione e peccato, la Chiesa  trova la sua unità nel nome del Signore: “Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.   Gesù, il Risorto, è tra noi, ad una condizione precisa: che siamo riuniti nel suo nome non per interessi, non per caso, ma “nel Suo nome”: amando ciò che Lui amava, preferendo coloro che Lui preferiva, sognando un mondo di fratelli dove il giusto e il peccatore, il  Caino e l’Abele della situazione si stringono la mano.

Un augurio di buona Domenica di comunione.

  Francesco Savino