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XXV Domenica del Tempo Ordinario 23 Settembre 2018


XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

23 Settembre 2018

Non è facile accogliere lo scandaloso annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù; ecco perché, per ben tre volte nella sua salita verso Gerusalemme, Gesù stesso lo ripete ai suoi discepoli (cf. Mc 8,31-32; 9,30-32; 10,32-34) ricevendone in cambio reazioni di assoluta incomprensione. Oggi leggiamo il secondo di questi annunci: “Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno ma, una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. Gesù, il Figlio dell’Uomo che ha affidato la sua vita totalmente a Dio, la consegna nelle mani dei figli degli uomini, Lui che è il “Giusto” sofferente ingiustamente, messo alla prova dai peccatori con insulti e tormenti (cf. Sap 2,19), Servo del Signore, ucciso in riscatto dei nostri peccati (cf. Is 53,10-11). Questa qualità di “consegnato” – non lo si dimentichi – associa Gesù a tutti i profeti fino a Giovanni il Battezzatore, lui pure consegnato a Erode (cf. Mc 1,14). Gesù viene consegnato da Giuda ai sommi sacerdoti (cf. Mc 14,10), costoro lo consegneranno a Pilato (cf. 15,1.10) il quale lo consegnerà ai soldati (cf. Mc 15,15). (cf. E. Bianchi).
I discepoli non capiscono quanto Gesù dice della sua passione, morte e resurrezione, hanno timore per cui non fanno domande: vivono in uno stato tra l’incomprensione e la confusione, incapaci di abbandonarsi alla volontà di Dio.
Gesù, invece, appena giunge a Cafarnao, riprende il dialogo chiedendo: “di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi, ancora una volta, ma per ragioni diverse, forse per vergogna, tacciono “per la strada infatti, avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.
All’annuncio di Gesù della sua passione che è rinuncia ad ogni forma di potere, di successo e di affermazione, i suoi amici, coloro che lo seguono, non sanno fare di meglio che discutere su chi tra loro è il più grande.
Anche noi oggi corriamo il rischio della mondanizzazione se nelle nostre comunità rifiutiamo la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo, abbandonandoci alla deriva della competizione e della rivalità.
Con molta pazienza il Maestro si siede, chiama i dodici e dice loro: “se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”. Egli capovolge radicalmente la mentalità del mondo. Al potere sostituisce il servizio: “chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per tutti” (Mc 10, 44-45).
Poi prende un bambino, lo pone in mezzo a loro abbracciandolo e dice: «chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me ma colui che mi ha mandato».
Il bambino, nella cultura ebraica, era il povero per eccellenza, colui che dipende dagli adulti. “Servo” dunque è colui che sa accogliere e abbracciare coloro che non contano nulla, colui che prende il posto degli ultimi. Con questi si identifica Gesù dicendo a commento del suo gesto: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.
La comunità cristiana è composta, dal primo all’ultimo, da coloro che vivono la sequela di Gesù nel servizio e nell’abbassamento, fino alla croce.
Oggi il Vangelo “ci consegna tre nomi di Gesù che vanno controcorrente: ultimo, servitore, bambino, così lontani dall’idea di un Dio Onnipotente e Onnisciente quale l’abbiamo ereditata” (E. Ronchi).
Il futuro del mondo non può non essere altro che “accoglienza”. Accogliere o respingere i disperati, sia alle frontiere europee, sia alla porta di casa, è accogliere o respingere Dio stesso.
Un augurio di una Domenica nella quale ci lasciamo convertire dalla logica di Gesù.

✠ Francesco Savino