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XXXI Domenica del Tempo Ordinario 5 Novembre 2017


XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

5 Novembre 2017

Nel capitolo 23 del Vangelo di Matteo, di cui abbiamo ascoltato i primi versetti, si parla della conflittualità tra la sinagoga farisaica e la comunità cristiana, iniziata al tempo di Gesù, culminata negli anni 80 d.C. e conclusa in una separazione (cfr. Gv 9, 34). L’evangelista Matteo riflette tutta questo contrasto alla luce di una categoria che riguarda tutti, anche noi oggi: l’ipocrisia nella sua etimologia letterale.

Il vocabolo “ipocrita” significa “attore”, colui che si mette la maschera nascondendo il suo vero volto per simulare in pubblico sentimenti e atteggiamenti esemplari al fine di guadagnare simpatia, stima, prestigio sociale ed anche religioso.

Rivolgendosi alla folla e ai suoi discepoli, Gesù parla anche a noi, oggi, per metterci in guardia dal rischio dell’ipocrisia.

“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.

L’uomo religioso è ipocrita, dice Gesù: vive la scissione tra il dire e il fare, vive di pura apparenza, il suo cuore è lontano da Dio mentre l’esterno è solo esibizione di segni religiosi; pone sulle spalle degli altri “fardelli pesanti e difficili”, ostenta “i filatteri” e “allunga le frange”, solo per ostentazione. Anche la sua preghiera è “prigioniera” del suo bisogno eccedente di “successo sociale”.

La denuncia di Gesù non è da leggere in chiave anti-giudaica perché è rivolta a tutti coloro cha assumono forme di vita che vanno “da quelle ridicole, ma non per questo meno pericolose, i paludamenti, i titoli, i posti di onore, a quelli ancor più gravi: l’intellettualismo, il verbalismo, il proselitismo, la casistica, il ritualismo, la persecuzione dei profeti vivi e la strumentalizzazione dei profeti morti” (Vittorio Fusco).

Pensiamo anche ai titoli onorifici di chi, nella chiesa, ha le responsabilità ministeriali più alte. Esibizionismo, faziosità e ricercatezza barocca di alcune vesti liturgiche sono spesso segno di un clericalismo rispondente più all’esercizio di potere che al servizio. Il padre della chiesa San Giovanni Crisostomo criticava chi onorava Cristo all’altare con vesti di seta, mentre fuori alla chiesa vi era chi moriva di freddo per la nudità. E il monaco Bernardo di Clairvaux scriveva a papa Eugenio III: “Pietro non si presentò mai in pubblico bardato di gemme o in cappe di seta o coperto d’oro” e “sotto questo aspetto, tu non sei il successore di Pietro ma di Costantino” (De Consideratione IV, III, VI).

In questa Domenica ciascuno di noi si ponga la domanda e risponda con verità e responsabilità: sono io tra quelli che dicono e non fanno e che cercano di apparire più che di essere, ricercando titoli, vesti e onori?

Le parole di p. Yves Congar, mi sembrano illuminanti per la verifica personale: “Si può beneficiare ordinariamente di privilegi senza arrivare a pensare che sono dovuti? O vivere in un certo lusso esteriore senza contrarre certe abitudini? E essere onorati, adulati, trattati in forme solenni e prestigiose, senza mettersi moralmente su un piedistallo? È possibile comandare e giudicare, ricevere uomini in atteggiamento di richiesta, pronti a complimentarci, senza prendere l’abitudine di non più veramente ascoltare? Si può trovare davanti a sé dei turiferari senza prendere un po’ il gusto dell’incenso?”.

Buona Domenica a tutti!

✠ Francesco Savino