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XXXII Domenica del Tempo Ordinario 12 Novembre 2017


XXXII  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

12 Novembre 2017

 

Ci avviciniamo alla conclusione dell’Anno Liturgico, la festa di Cristo Re dell’Universo: le tre parabole che concludono il discorso escatologico di Gesù nel Vangelo di Matteo (cfr. Mt 25) richiamano la nostra attenzione sulla parusia, la venuta gloriosa del Signore.

In questa Domenica leggiamo la parabola dello Sposo che tarda a venire e delle dieci vergini che Lo attendono.

“Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge, invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi”.

Il credente cristiano non necessita solo della fede ma anche della sapienza. Per ottenere la sapienza è fondamentale desiderarla; infatti il desiderio della sapienza spinge a cercarla e la sapienza stessa va incontro a chi la cerca. La ricerca stessa della sapienza rende chi la cerca sapiente  (cfr. prima Lettura). La sapienza consiste nella predisposizione ad incontrare il Signore. La stoltezza, invece, consiste nella negligenza nell’incontro col Signore. Possiamo dire che la stoltezza è la stupidità, un difetto che “interessa non l’intelletto ma l’umanità di una persona[…]. Nella Bibbia leggiamo che il timore di Dio è l’inizio della sapienza (Sal 111, 10) e che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità” (D. Bonhoeffer).

Dalle dieci vergini della parabola impariamo che la sapienza è il senso di responsabilità e la capacità di essere previdenti. Le dieci vergini, figura della Chiesa chiamata a presentarsi a Cristo come vergine casta (cfr. 2 Cor 11, 2), prendono le lampade per uscire incontro allo Sposo che viene per celebrare le nozze eterne: le cinque sagge prendono con sé l’olio per ravvivare il fuoco delle lampade, prevedendo un lungo periodo di attesa; le altre, le stolte, non prendono con sé l’olio.

“Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono”.

“E’ difficile restare vigilanti, mantenersi costantemente tesi verso l’incontro con il Signore, per questo Gesù insiste sul fatto che il sonno accomuna tutte le vergini: e chi di noi può dire di non attraversare ore e giorni di oblio, di dimenticanza della venuta del Signore? Davvero nessuno è esente da questo rischio” (E.Bianchi).

“A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!». Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio perché le nostre lampade si spengono». Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene»”. Egoismo? Mancanza di carità? No, semplicemente quest’olio lo si ha in sé e nessuno può pretenderlo dagli altri: è l’olio dell’attesa dell’incontro con il Signore. Ciascuno può riconoscere il bisogno più vero che lo abita, cioè incontrare Gesù ed uniformarsi solo a Lui. Vigilare nell’attesa del Signore: questa è la lampada che il cristiano e la Chiesa sono chiamati a tenere accesa nel buio della notte. Se un credente o una comunità cristiana perdono il “desiderio del Signore” sono come il sale che perde il sapore (cfr. Mt 5, 13) e come la luce che spegne se stessa (cfr. Mt 5, 14-15). L’unione con il Cristo Signore è il “proprium” del credente. Le vergini stolte, che non si sono premunite dell’olio dell’incontro con lo Sposo, chiedendo l’olio alle sagge, pretendono ciò che non può essere dato loro.

Uscire, andare incontro al Signore veniente, tenere le lampade accese nel buio della notte, attendere il Signore: questo fanno tutti i credenti che, nel tempo che scorre, non smarriscono la bellezza del desiderio dell’incontro.

Con il ritardo dello Sposo (cfr. Mt 25, 5), l’evangelista riafferma la promessa della venuta del Signore e della sua attesa nella storia.

Ivan Karamazov, personaggio del famoso romanzo di Fedor Dostoevskij, dice: «Son passati quindici secoli dal momento in cui Lui promise di venire nel suo Regno…ma l’umanità l’aspetta ancora con fede sempre uguale e con sempre uguale tenerezza. Anzi, con fede ancor maggiore, giacché son trascorsi quindici secoli dal tempo in cui fu sospeso all’uomo ogni pegno celeste: “Credi a ciò che dice il cuore: non più pegni dà il cielo“. E così, unica e sola, è rimasta la fede in ciò che dice il cuore».

La venuta del Signore è una pia illusione? Un anelito del cuore umano? Al credente e alla Chiesa spetta il compito di rispondere a queste domande con una prassi ispirata dalla fede nella promessa del Signore e dall’attesa sapiente.

“La sapienza è arte di vivere il tempo: la venuta del Signore non è misurabile cronologicamente, ma è essenziale perché afferma che il tempo ha una fine e un fine. Se il sapiente, per la Bibbia, è “colui che cerca Dio” (Sal 14,2), egli è anche colui che sa contare il tempo e ne conosce la finitezza (Sal 90,12). Rimuovere la finitezza del tempo e la fine del mondo significa in realtà mandare a morte l’uomo, liquidare l’uomo” (Luciano Manicardi).

La parabola ci richiama anche al giudizio che attende ogni essere umano: “arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici». Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco»”.

E’ l’esito disastroso di una vita stolta-stupida!

Il giudizio lo si gioca oggi, qui e ora, nella storia, “vigilando”, cioè abitando il mondo con responsabilità.

Auguro a tutti una Domenica di incontro con il Signore!

  Francesco Savino