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XXXIV Domenica del Tempo Ordinario 26 Novembre 2017


XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO [SCARICA]

26 Novembre 2017

 

Siamo alla conclusione di un Anno Liturgico, durante il quale siamo stati accompagnati prevalentemente dal Vangelo di Matteo. Non è superfluo chiederci se siamo cresciuti nella conoscenza di Cristo, se Cristo è la realtà unica della nostra vita, se possiamo dire, come l’apostolo Paolo, “per me vivere è Cristo”.

La liturgia della Parola presenta oggi un messaggio escatologico centrato sul giudizio. Abbiamo sentito nella prima lettura che Il profeta Ezechiele annuncia che Dio stesso opererà un giudizio su ogni membro del popolo. Nel Vangelo Gesù è “re e giudice escatologico che separa pecore e capre, che opera il giudizio su ogni uomo basandolo sulla concreta prassi di carità” (Luciano Manicardi). San Paolo, nella seconda lettura, proclama la signoria di Cristo Risorto che raggiungerà l’apice quando la morte sarà sottomessa “perché Dio sia tutto in tutti”.

Il giudizio è costitutivo della fede cristiana e suscita la responsabilità del credente affinché la sua vita nel mondo unifichi misericordia e giustizia. Il giudizio riguarda “tutto l’uomo” come sguardo di Dio che fa emergere il bene e il male: “il medesimo uomo è in parte salvato e in parte condannato” (Ambrogio, In Ps. CXVIII Expositio, 57).

“Quando il figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, si siederà sul trono della sua gloria e saranno riunite davanti a Lui tutte le genti”. Gesù parla di sé: egli è il Figlio dell’uomo (cfr. Dn 7, 16), Giudice escatologico che viene per stabilire la giustizia di Dio. La regalità di Cristo consiste nel compiere giustizia verso tutti coloro che sono vittime del male, del peccato, del mondo.

Il giudizio di Gesù, il Risorto, consisterà nel “separare gli uni dagli altri” con una sentenza definitiva. Tutta la vita è un “processo” in cui “benedizione” e “maledizione” si fondano sulla concretezza: “ho avuto fame, ho avuto sete, ero forestiero, nudo, malato, in carcere, e voi siete intervenuti con una prassi di accoglienza oppure siete stati indifferenti”.

La misura della separazione non è costituita da principi morali o teologici ma dall’aver o meno servito i fratelli e le sorelle, dall’aver vissuto relazioni di comunione con tutti coloro che abbiamo incontrato.

La sorpresa dei giudicati mette a nudo il cuore dell’uomo e conduce il lettore del Vangelo a interrogarsi sulla qualità della sua prassi di vita. Il giudizio rileva in modo particolare l’omissione, il peccato del non fare. Il peccato più grande, infatti, è “non amare”. E’ il vero inferno! Fuori dall’amore non c’è salvezza! E’ l’amore la password per entrare nel Regno di Dio.

Diceva Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz e morto non molto tempo fa, che il contrario esatto dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza che riduce al nulla il fratello, rendendolo invisibile. Per questo Papa Francesco parla della “globalizzazione dell’indifferenza”.

“Il male più grande, dice Ermes Ronchi, è aver smarrito lo sguardo, l’attenzione, il cuore di Dio fra noi”.

Ogni volta che incontriamo un fratello o una sorella, soprattutto impoveriti o fragili, dobbiamo scegliere tra   l’“i care” o il “menefrego” (cfr. don Lorenzo Milani). Non siamo costretti a farci carico, a “metterci in corpo l’occhio del povero” ma l’esercizio responsabile della libertà diventa fondamentale per un discernimento autentico.

“Dio naviga in un fiume di lacrime!” (D.M. Turoldo).

Chiediamo al Signore di fare nostre le lacrime del mondo lasciandoci convertire da Dio che si fa carne negli ultimi, gli avanzi e i rifiuti della società.

Buona Domenica!

   Francesco Savino