«Forse l’albero della campagna è un uomo, per essere coinvolto nell’assedio?»
– Deuteronomio 20,19 –
Le parole custodiscono pensieri, e la Chiesa, scegliendo di chiamare questa ricorrenza “Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato”, ha compiuto una scelta che merita una spiegazione, poiché avrebbe potuto dire ambiente, come dicono le leggi e i giornali, e invece ha detto creato. La differenza abita per intero nell’etimologia, dal momento che ambiente discende dal latino ambire, andare intorno, e nomina il mondo a partire da me, come ciò che mi circonda, collocandomi al centro di un cerchio del quale tutto il resto diventa periferia e cornice, mentre creato nomina il mondo a partire da Chi lo ha fatto e mi colloca dentro l’elenco delle creature, accanto agli ulivi e ai passeri, come uno che ha ricevuto l’esistenza insieme a tutti gli altri. Chiunque pronunci la parola creato compie già, quasi senza avvedersene, un atto di umiltà e insieme un atto di resistenza, poiché ammette l’esistenza di un Donatore e con essa il dovere del rendimento di grazie.
Anche la data racchiude una lezione. Il primo settembre apre l’anno liturgico bizantino, e fu il patriarca ecumenico Dimitrios I a consacrarlo nel 1989 alla preghiera per il creato, seguito con passione dal suo successore Bartolomeo, il primo che osò parlare di peccato ecologico e che per questo si guadagnò il nome di patriarca verde. Papa Francesco, istituendo nel 2015 la medesima giornata per i cattolici, scelse deliberatamente quella data anziché inventarne una propria, e il gesto racchiude una teologia intera, poiché l’ecologia cattolica comincia con un atto di ricezione e accoglie dall’Oriente cristiano un dono già maturo. Chi impara a ricevere da un’altra Chiesa possiede già la disposizione interiore necessaria per ricevere il mondo da Dio, dal momento che in entrambi i casi occorre deporre la pretesa di stare all’origine di ciò che si possiede.
Papa Leone XIV ha scelto per quest’anno un titolo che viene da Isaia, la promessa “delle spade forgiate in vomeri e delle lance mutate in falci”, e ha legato con lucidità il destino della terra a quello della pace, mostrando come i conflitti armati e la devastazione ambientale si alimentino a vicenda dentro un circolo che avvelena l’aria e le acque, distrugge i raccolti, moltiplica i profughi e prepara le guerre successive. Alla radice di tutto il Papa colloca una crisi etica e culturale fatta di smarrimento del senso del limite, di desiderio di dominio e di appetito per il guadagno immediato, e indica come rimedio una conversione capace di raggiungere i deserti interiori prima ancora delle strutture, poiché una pace edificata sopra cuori aridi resta breve e fragile. Il suo messaggio si chiude indicando un cammino che vale la pena imparare a memoria, l’andare «dal deserto al giardino».
A questa lettura desidero accostare una pagina della Scrittura che merita di uscire dall’ombra, poiché mostra quanto sia antica l’intuizione che il Papa ci consegna. Nel libro del Deuteronomio, in mezzo alle norme che regolano la condotta di Israele in guerra, compare una prescrizione sorprendente, secondo la quale chi assedia una città per lungo tempo deve risparmiare gli alberi da frutto e impiegare per le opere d’assedio soltanto le piante sterili, e la motivazione arriva sotto forma di domanda: forse l’albero della campagna è un uomo, per essere coinvolto nell’assedio (cfr Dt 20,19)? Conviene misurare la portata di queste righe, poiché quasi tremila anni prima delle convenzioni internazionali un popolo di pastori e di contadini iscriveva dentro il proprio diritto bellico una norma di tutela ambientale, e la fondava su una domanda ironica che salva l’albero proprio in quanto estraneo alla contesa degli uomini. I maestri di Israele hanno ricavato da quel versetto il principio generale del bal tashchit, il divieto di distruggere senza necessità, estendendolo alle vesti, agli utensili, al cibo e all’acqua, e insegnando che lo spreco appartiene alla famiglia della violenza. Chi oggi incendia gli uliveti dell’avversario, mina i campi, avvelena i pozzi e affama le città assediate calpesta una legge antichissima, e le immagini che arrivano da troppe terre in guerra mostrano un’umanità regredita rispetto al Deuteronomio.
La stessa “Torah” custodisce un’altra intuizione che il nostro tempo farebbe bene a considerare, e riguarda il riposo. Il Levitico prescrive che ogni sette anni la terra osservi un sabato in onore del Signore, restando libera dalla semina e dalla potatura, e stabilisce così che il riposo spetta alla terra come un diritto suo, oltre che agli uomini come una concessione (cfr Lv 25,2-5). Il Secondo libro delle Cronache ricava da quella legge una conclusione impressionante mentre spiega la durata dell’esilio babilonese, affermando che la terra rimase desolata per settant’anni finché ebbe goduto i sabati che le erano stati sottratti lungo i secoli (cfr. 2 Cr 36,21). La Bibbia sostiene dunque che la terra tiene la contabilità e che i riposi rubati vengono riscossi, con gli interessi, sotto forma di deserto. Chiunque osservi i suoli esausti, le falde svuotate, i mari impoveriti e le estati che avanzano dentro il calendario riconosce una riscossione in corso, e comprende che l’espressione debito ecologico traduce in linguaggio economico una verità che la Scrittura aveva già detto in linguaggio sapienziale.
Vorrei aggiungere una considerazione che tocca il modo stesso di guardare le creature. Molti discorsi ecologici, perfino tra i credenti, restano prigionieri di un ragionamento utilitarista e difendono la natura in quanto risorsa preziosa per noi, e questa impostazione conserva l’uomo al centro nella comoda veste dell’amministratore. La Scrittura procede altrimenti, poiché nel “Salmo 148” il sole, la luna, la neve, la nebbia, i mostri marini, gli alberi da frutto e gli uccelli lodano Dio per conto loro, e il cantico dei tre giovani nella fornace convoca l’universo intero dentro una liturgia cosmica che precede l’uomo e prosegue oltre di lui. Le creature possiedono quindi una voce e un valore davanti a Dio, al di là di ogni nostro utilizzo, e noi siamo entrati tardi dentro un coro che cantava già da miliardi di anni. Sant’Agostino insegnava che Dio ha scritto due libri, la Scrittura e il creato, offrendo il secondo anche a chi resta privo di lettere, sicché ogni specie che si estingue somiglia a una pagina strappata da quel libro e a una voce spenta dentro quel coro, e l’estinzione produce un silenzio definitivo.
Il richiamo del Papa allo smarrimento del senso del limite possiede un antecedente illustre in Romano Guardini, il quale già un secolo fa, osservando dalle rive del lago di Como le prime fabbriche prendere il posto degli antichi mestieri, avvertiva che la tecnica cresceva più rapidamente della capacità umana di governarla e che il pericolo vero stava nel potere separato dalla misura. Hans Jonas, molti decenni dopo, ha tradotto la medesima preoccupazione dentro un imperativo che meriterebbe di stare scritto nelle aule dei parlamenti, chiedendo di agire in modo che gli effetti delle nostre azioni risultino compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla terra, e riconoscendo così che la responsabilità si estende verso persone che ancora attendono di nascere e che restano prive di voce nelle assemblee di oggi. La fede aggiunge a questi due pensatori una parola che essi lasciano in sospeso, poiché chiama quelle persone future con il loro nome vero, e le chiama figli.
Scendo ora dentro la nostra terra, poiché la custodia comincia sempre dai luoghi che portiamo negli occhi. Il Pollino brucia ogni estate e la Sibaritide finisce sott’acqua ogni inverno, e questa alternanza racconta una sola malattia, il legame spezzato tra una comunità e il suo suolo. Custodire significa qui cose molto precise, ossia curare i boschi lungo tutto l’anno anziché piangerli in luglio, restituire ai fiumi lo spazio che l’abusivismo ha loro sottratto, sostenere i giovani che tornano a coltivare, ridurre gli sprechi d’acqua dentro le nostre stesse strutture parrocchiali, e insegnare ai bambini i nomi degli alberi, poiché ciascuno difende bene soltanto ciò che sa chiamare per nome. Alla Chiesa diocesana propongo di vivere il “Tempo del Creato”, che da oggi ci accompagna fino alla festa di san Francesco d’Assisi, con almeno un gesto concreto per ogni parrocchia, dal momento che una preghiera priva di conseguenze somiglia a un seme lasciato nel sacco.
Concludo con la pagina di san Paolo che raccoglie tutto questo dentro una speranza. L’Apostolo scrive che la creazione intera geme e soffre le doglie del parto, protesa nell’attesa che si riveli la libertà dei figli di Dio (cfr Rm 8,19-22), e conviene osservare con esattezza chi attende chi, poiché è la terra ad attendere noi, e attende precisamente che deponiamo il contegno dei padroni per assumere finalmente quello dei figli. Le doglie annunciano una nascita, sicché il gemito che sale dai boschi bruciati e dai mari feriti appartiene a un travaglio piuttosto che a un’agonia. Isaia ha visto le spade diventare vomeri, e il vomere serve ad aprire la terra perché accolga il seme, sicché la stessa mano che oggi stringe un’arma domani può reggere un aratro e la stessa energia che distrugge può nutrire. Prego perché la nostra generazione compia questa forgiatura, e perché la Calabria, terra di ulivi antichi e di acque generose, mostri all’Italia che il cammino dal deserto al giardino resta percorribile ogni volta che qualcuno decide di piantare un albero destinato a fare ombra a chi verrà dopo di lui.
Cassano allo Ionio, 1 settembre 2026
+ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Ionio
Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana
