Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32

XXVI Domenica del tempo ordinario anno A

Per dialogare ed entrare nella comprensione più profonda della parabola dei due figli che oggi il Vangelo ci presenta nella XXVI Domenica del Tempo Ordinario, è necessario ed anche opportuno partire dal contesto in cui la parabola è inserita: “Gesù ha terminato il suo viaggio verso Gerusalemme, la città santa in cui è entrato acclamato quale Messia, figlio di David, dai discepoli che lo accompagnavano e dalle folle; ha cacciato dal tempio quanti impedivano che fosse una casa di preghiera e ha simbolicamente seccato l’albero di fico che non dava frutti (cf. Mt 21,1-22) Queste azioni causano una profonda indignazione da parte delle autorità religiose legittime ma perverse, “sacerdoti e anziani“, che intervengono pubblicamente chiedendo a Gesù con quale autorità compia quei gesti provocatori. Ma Gesù non risponde, anzi pone loro una domanda riguardo alla missione di Giovanni il Battista: missione voluta da Dio o missione che Giovanni aveva inventato per sé? Questo interrogativo non riceve però una risposta (cf. Mt 21,23-27), e allora Gesù indirizza loro tre parabole: quella dei due figli, quella dei vignaioli assassini e quella degli invitati al banchetto nuziale (cf. Mt 21,28-22,14). Di fatto sono tre parabole con le quali egli cerca di causare un ravvedimento in quei suoi avversari che poco tempo dopo saranno i suoi accusatori e i suoi condannatori. Le parabole sono per Gesù proprio uno strumento per far cambiare pensiero e atteggiamento a coloro ai quali sono rivolte. Ma qui accadrà esattamente l’opposto. Anziché interrogarsi e convertirsi, sacerdoti e anziani si indigneranno ancor di più e, comprendendo che tali racconti sono rivolti proprio a loro, induriranno ancor più il loro cuore, accrescendo la loro opposizione e il loro odio verso Gesù” (Enzo Bianchi).

Mettiamoci in ascolto della parabola dei due figli rivolta ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare?”, un invito a fare discernimento perché alla fine della parabola ci sarà un’altra domanda che richiederà una risposta perentoria e decisiva.

“Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò”.

La prima risposta di questo figlio esprime una disobbedienza consapevole. In seguito cambia opinione e va a lavorare nella vigna. Così questo figlio dimostra che si è ravveduto, ha cambiato parere e la disobbedienza si è trasformata in obbedienza.

Entra in scena il secondo figlio al quale il padre si rivolge facendogli la stessa proposta.

Questo secondo figlio gli risponde di si ma di fatto non vi andò.

Il comportamento di questo secondo figlio è formalmente rispettoso ma poi non eseguì la volontà del padre.

È evidente che ciò che accade in questa parabola succedeva ai tempi di Gesù ma succede ancora oggi nelle nostre comunità cristiane, nella chiesa. Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre, aggiungo purtroppo, quanti diranno a parole “Signore! Signore!”, lo invocano ma di fatto non fanno la volontà del Padre vivendo una grande incoerenza.

Opportunamente Enzo Bianchi annota: “Le parole di Gesù vogliono smascherare questi credenti che confidano nel loro frequentare assemblee dove risuona la parola del Signore, che partecipano a pasti con il Signore mangiando e bevendo alla sua tavola (cf. Mt 7,22-23; Lc 13,25-27), ma in verità senza essere concretamente discepoli alla sequela di Gesù, nel tentativo di conformare la loro vita alla sua. Militanti, certo, senza essere discepoli!”.

Questa parabola invita noi oggi, che viviamo alla sequela di Gesù, noi cristiani, a verificarci seriamente e responsabilmente sulla coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo.

A questo punto della parabola Gesù commenta severamente: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”.

Il giudizio di Gesù su questi ascoltatori, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, è molto duro perché di fatto smaschera l’ipocrisia di sempre e quindi anche quella nostra di oggi.

Quante volte, infatti, accade, che quelle persone che pubblicamente appaiono peccatori sentono il desiderio di cambiare vita, di uscire dalla loro condizione di vita. E al tempo stesso quante persone religiose, invece, che pubblicamente sembrano osservanti, di fatto vivono in privato, di nascosto, situazioni di peccato che impediscono loro di cambiare vita.

Quanta verità contiene il Vangelo di questa Domenica!

E Gesù, a conclusione del brano evangelico di oggi, annota che “quando è venuto Giovanni il Battista a chiedere la conversione, i peccatori pubblici hanno risposto fattivamente all’invito e si sono convertiti, mentre i sacerdoti e le autorità religiose, pur avendo visto, nulla hanno mutato del loro comportamento per aderire al suo messaggio. Con questa parabola Gesù interroga dunque ciascuno di noi, se vogliamo ascoltarlo. E ciascuno di noi, più è riconosciuto per la sua professione di fede, più deve interrogarsi: dice sì a Dio solo a parole, oppure realizza senza clamore e senza ostentazione, umilmente, la sua volontà? Insomma, “nell’ultimo giorno, il giorno del giudizio” – come recita un’affermazione tradizionalmente attribuita ad Agostino, che dovremmo tenere ben più presente – “molti che si ritenevano dentro saranno trovati fuori, mentre molti che pensavano di essere fuori saranno trovati dentro il regno dei cieli” (Enzo Bianchi).

Il “virus” della incoerenza, dell’ipocrisia, del vivere a soggetto, indossando una maschera, è sempre purtroppo ricorrente nel nostro essere cristiani.

Augurando a tutti una serena domenica, doniamoci un tempo di silenzio e di preghiera per verificarci e per convertirci, consapevoli che non possiamo vivere una vita cristiana da “uno, nessuno, centomila”.

Buona Domenica.

 

 

✠   Francesco Savino

condividi su