112° Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato

Le stigmate del mare e il calore di un'unica comunità

Dalla finestra del vescovado, il mio pensiero corre alle spiagge del nostro Ionio. Oggi, nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, la Chiesa ci chiede di fare memoria, di sostare. Ma il mare, fratelli e sorelle, non conosce calendari. Il mare conosce solo il legno che si spezza, conosce il sale che brucia sulle labbra di chi ha bevuto l’onda.

C’è un approdo che non conosce terraferma, ma è un respiro sospeso. È l’approdo incerto di chi non sa se la sabbia che ha baciato sarà una culla o una fossa. Perché il naufragio non si limita a inghiottire i corpi: il naufragio si porta via, nel fondo più buio, ogni speranza di salvezza. Lascia a galla solo il silenzio di chi non c’è più.

E poi c’è la carne. C’è la tortura incisa sui corpi, i segni che gli uomini hanno tracciato con la violenza e l’indifferenza. Ma sappiatelo: quelle cicatrici, agli occhi di Dio, un giorno profumeranno di santità. Saranno le stigmate del nostro tempo, l’incenso più gradito al Cielo.

Il cuore si stringe, si fa di ghiaccio pensando ai bambini. Strappati miseramente dall’utero materno, dal grembo caldo delle loro madri e della loro terra. Approdano nelle nostre comunità, con occhi che cercano un riflesso. Forse, un giorno, continueranno a sentire i loro genitori nel canto del vento o nel profumo del pane. O forse non più. Forse il mare ha già reciso per sempre quel filo invisibile, e resteranno orfani di una voce.

E noi? Di fronte a questo mistero di dolore, assistiamo a una politica che si fa sempre più negazionista, chiusa, arroccata in un’identità che si crede pura ma che è solo solitudine. Una politica che dimentica, o finge di dimenticare, che siamo tutti figli di Dio. Ci crediamo padroni di confini che il Cielo non ha mai tracciato, mentre il Mediterraneo è diventato uno specchio spietato in cui affoga la nostra umanità.

Vi chiedo, vi prego con la forza di chi ama: fermate la mano che ripudia. Fermate la mano che spinge via, che chiude il portone.

E fate tacere la voce che rinchiude l’altro in una definizione, che lo riduce a numero, a categoria, a minaccia.

Lasciate invece che sia una voce calda a parlarci. Una voce il cui calore ci sciolga, lentamente, fino a farci respirare in un’unica, immensa, planetaria comunità. Perché solo il calore di un abbraccio può sconfiggere il freddo dell’abisso.

+ Mons Francesco Savino

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