Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

XXVII Domenica del tempo ordinario anno A

Il Vangelo di questa Domenica,  XXVIII del Tempo Ordinario, ci racconta la terza parabola pronunciata da Gesù nel Tempio di Gerusalemme e indirizzata ai capi dei Sacerdoti e ai Farisei, che avevano contestato la sua autorità nella predicazione e nell’operare il bene.

Si tratta di una parabola strettamente legata con le due precedenti.

Gesù dichiara: “Il Regno dei Cieli è simile a un re che fece una festa di nozze per il suo figlio”.

Il banchetto evidentemente ci parla di gioia, di festa, di bellezza e le nozze esprimono la comunione di vita.

Dichiarano i Missionari della Via: “Dio in Gesù ci chiama alla comunione con sé e in questa comunione, in questa relazione profonda d’amore, è la nostra gioia, la vita eterna!”

I primi invitati, però, rifiutano.

Il re, dopo questo rifiuto, mandò altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: «Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!»; ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Cerchiamo di capire questo duplice rifiuto: i primi che rifiutano simboleggiano storicamente proprio i primi interlocutori a cui Gesù si rivolge, al popolo di Israele, ai suoi capi e alle sue guide. Storicamente questi primi interlocutori hanno rifiutato la predicazione, la proposta di vita di Gesù. Anche gli altri invitati che rifiutano e addirittura uccidono i servi mandati dal re, comportamento simile ai vignaioli assassini della parabola di domenica scorsa, sono quelli che rifiutano Gesù perché chiusi ad ogni processo di conversione, poiché hanno altre priorità, altre cose da fare.

Dopo due rifiuti il re non si scoraggia e apre il suo invito a tutti: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

A questo punto del racconto c’è una sorpresa tutta da comprendere: “Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale”.

Qual è il senso dell’immagine dell’uomo presente alla festa ma senza abito nuziale?

«Nella tradizione biblica esso rappresenta le qualità etiche o spirituali della persona: “la veste della salvezza e il manto della giustizia” (ls 61, 10); indica l’appartenenza alla comunità dei salvati (Ap 3,4.5.18), il dono del battesimo, il cammino della conversione, le opere oppure semplicemente la dignità. In questa parabola… il vestito è il simbolo della fede perseverante e attiva che si concretizza in una prassi di amore» (don S. Grasso).
Come ha ulteriormente esplicitato Benedetto XVI: «San Gregorio magno spiega che quel commensale ha risposto all’invito di Dio a partecipare al suo banchetto, ha, in un certo modo, la fede che gli ha aperto la porta della sala, ma gli manca qualcosa di essenziale: la veste nuziale, che è la carità, l’amore. E san Gregorio aggiunge: “Ognuno di voi, dunque, che nella Chiesa ha fede in Dio ha già preso parte al banchetto di nozze, ma non può dire di avere la veste nuziale se non custodisce la grazia della Carità” (Homilia 38,9: PL 76,1287). E questa veste è intessuta simbolicamente di due legni, uno in alto e l’altro in basso: l’amore di Dio e l’amore del prossimo (cfr ibid.,10: PL 76,1288). Tutti noi siamo invitati ad essere commensali del Signore, ad entrare con la fede al suo banchetto, ma dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, la carità, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo».

La conclusione è molto forte e significativa al tempo stesso: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Ecco la chiave di comprensione: quest’uomo, senza abito nuziale, esprime una verità che non sempre sappiamo comprendere, è la dialettica tra dono e responsabilità: la grazia (l’invito a nozze gratuito) è il dono tra i doni ma il suo prezzo (la responsabilità) è accoglierla liberamente e per amore.

L’abito donato ma rifiutato da quell’invitato significa nient’altro che il prezzo della grazia, l’etica della responsabilità.

A questo proposito opportunamente scriveva Dietrich Bonhoeffer: “Grazia a caro prezzo è il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; … la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela. Grazia a caro prezzo è il Vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono che si deve sempre di nuovo accogliere … È a caro prezzo, perché ci chiama alla sequela; è grazia, perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché l’uomo l’acquista al prezzo della propria vita; è grazia, perché proprio in questo modo gli dona la vita; è a caro prezzo, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore”.

A conclusione, possiamo dire con franchezza, che la parabola di questa Domenica pone oggi a tutti coloro che vivono la sequela di Gesù una domanda: “Di fronte alla chiamata di Dio al Regno, chiamata in Gesù Cristo che si rinnova ogni giorno, qual è la mia risposta? Indifferenza, non ascolto o pretesa di una giustizia e di meriti che non possiedo?”.

«Quando sono caritatevole è solo Gesù che agisce in me» (Santa Teresa del Bambino Gesù).

 

Buona Domenica.

✠   Francesco Savino

condividi su