Vi porto il saluto della Chiesa di Cassano all’Jonio, una terra di Calabria stretta tra il Pollino e il mare della Sibaritide, bellissima e ferita, che guarda a Napoli come a una sorella: abbiamo in comune la luce del Mediterraneo, la stessa fatica e la stessa speranza. Ringrazio gli organizzatori per avermi invitato ad aprire questo Festival. Un vescovo in un’aula universitaria non viene a dare lezioni. Viene a portare una domanda, quella che il Signore rivolse a Caino e che attraversa tutta la storia: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9).
1. Tutto comincia da uno sguardo
Il titolo del Festival parla di uno sguardo libero. Vorrei partire da qui, perché nella Scrittura la liberazione comincia sempre da uno sguardo.
Prima di mandare Mosè dal faraone, Dio dice: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco le sue sofferenze» (Es 3,7). Prima di agire, Dio vede, ascolta e conosce. Il primo contropotere della storia della salvezza è uno sguardo che non si volta dall’altra parte.
Nella parabola del buon samaritano il sacerdote e il levita vedono l’uomo mezzo morto e passano oltre. Il samaritano vide e ne ebbe compassione (Lc 10,33). Hanno guardato tutti e tre la stessa scena, ma solo uno aveva lo sguardo libero: libero dalla paura di sporcarsi, dall’abitudine, dal calcolo.
Ecco allora la prima provocazione che vi consegno: lo sguardo non è mai neutro. C’è uno sguardo addomesticato, che vede la povertà come un paesaggio, il bracciante come manodopera, il migrante come un problema di ordine pubblico, il giovane che parte come una statistica. E c’è uno sguardo libero, che vede un volto, un nome, una storia. Papa Francesco ci ha messo in guardia dalla «globalizzazione dell’indifferenza». L’indifferenza è il primo alleato di ogni potere ingiusto. Nessuna mafia, nessuna schiavitù resisterebbe a lungo se tutti imparassimo a guardare.
2. Il Magnificat, canto dei contropoteri
Parliamo di contropoteri. Nella Bibbia c’è un canto che è il manifesto di ogni contropotere, e lo ha intonato una ragazza di Nazaret: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).
Maria non canta una rivoluzione di violenza. Canta la logica di Dio, che capovolge le gerarchie del mondo. Il potere, nel Vangelo, non viene abolito: viene convertito. Gesù lo dice ai suoi: «Tra voi però non è così; chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore» (Mc 10,43-44).
Il vero contropotere cristiano non è un altro potere che prende il posto del primo. È il servizio che toglie al dominio la sua forza. Don Tonino Bello la chiamava la Chiesa del grembiule. Ogni volta che qualcuno serve gratuitamente, un sistema di potere fondato sul ricatto perde un pezzo del suo terreno.
Sant’Agostino, sedici secoli fa, scriveva: «Se si toglie la giustizia, che cosa sono i regni se non grandi bande di ladri?». Lo sappiamo bene al Sud: quando le istituzioni si ritirano, qualcun altro occupa lo spazio. E quel qualcuno, troppo spesso, si chiama mafia.
3. Le mafie si nutrono di povertà
Lo dico con la franchezza che devo al mio ministero: le mafie non sono soltanto un problema criminale. Sono un sistema di potere che vive della povertà altrui e la produce.
La ‘ndrangheta, la camorra, ogni mafia prospera dove c’è bisogno: dove un lavoro diventa un favore e non un diritto, dove una casa, un prestito, un posto in ospedale si ottengono per “amicizia”. Il mafioso si presenta come un benefattore, ma è un usuraio della dignità. Offre protezione in cambio di sottomissione. Il suo potere è fatto di debiti: debiti di denaro, debiti di riconoscenza, debiti di paura.
Per questo l’antimafia non può essere solo repressiva, anche se la ringraziamo e la sosteniamo: magistrati, forze dell’ordine, amministratori onesti, spesso a caro prezzo. Serve un’antimafia sociale, che tolga alle mafie il loro vero capitale, cioè il bisogno delle persone. Servono lavoro pulito, scuole aperte il pomeriggio, oratori, cooperative sui beni confiscati, parrocchie che non chiedono favori e non ne fanno.
La Chiesa ha avuto i suoi ritardi e i suoi silenzi, e dobbiamo avere l’umiltà di riconoscerli. Ma ha anche i suoi martiri. Qui in Campania ricordiamo don Peppe Diana, ucciso a Casal di Principe nel 1994, che aveva scritto «Per amore del mio popolo non tacerò». In Sicilia il beato don Pino Puglisi, che strappava i ragazzi di Brancaccio alla strada con un sorriso. E il beato Rosario Livatino, giudice, che si chiedeva se sarebbe stato trovato credibile. Nel 1993, nella Valle dei Templi, San Giovanni Paolo II gridò ai mafiosi: «Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!».
E permettetemi un ricordo che per la mia Chiesa è una ferita e insieme un impegno. Nel gennaio del 2014, nel territorio di Cassano, fu ucciso e bruciato un bambino di tre anni, Cocò Campolongo. Pochi mesi dopo, il 21 giugno 2014, Papa Francesco venne proprio da noi, a Cassano all’Jonio. Nella piana di Sibari, davanti a una folla immensa, disse con chiarezza che chi segue la via del male, come fanno i mafiosi, non è in comunione con Dio: sono scomunicati. Quelle parole sono state pronunciate sulla nostra terra, e noi non abbiamo il diritto di dimenticarle.
La Chiesa non può benedire ciò che uccide. Non ci possono essere inchini delle statue davanti alle case dei boss, né padrini di battesimo scelti per prestigio criminale, né funerali trasformati in parate di potere. La fede non è folklore al servizio delle mafie. È un contropotere, o non è.
4. Le nuove schiavitù
Il Festival parla anche di nuove schiavitù. Sembra una parola d’altri tempi, e invece la vedo ogni giorno con i miei occhi.
La vedo nei braccianti della Piana di Sibari e di tante campagne del Sud, pagati pochi euro l’ora dal caporale, che vivono in baracche e casolari senza acqua né luce, mentre la frutta che raccolgono arriva a basso prezzo sulle nostre tavole. Penso a Soumaila Sacko, giovane sindacalista maliano, ucciso a colpi di fucile in Calabria nel 2018 mentre cercava lamiere per costruirsi un riparo. Ai braccianti arsi vivi a Trebisacce.
La vedo nelle donne vittime di tratta, comprate e vendute sulle nostre strade.
La vedo nel mare di Cutro, sul nostro stesso Jonio, dove nel febbraio del 2023 decine di persone, tanti bambini, sono morte a pochi metri dalla spiaggia. Quel mare, per noi calabresi, non sarà più lo stesso.
E ci sono schiavitù meno visibili: l’usura, che strangola famiglie e piccoli imprenditori; il gioco d’azzardo, che lo Stato stesso a volte incoraggia e che divora i risparmi dei più poveri; le dipendenze; il lavoro precario che toglie ai giovani la possibilità di sognare una famiglia. E c’è una ferita che la Calabria conosce bene: i nostri giovani che partono. Non sempre è una scelta libera. Spesso è un esilio silenzioso, e ogni ragazzo che parte perché non ha alternative è una sconfitta per tutti noi.
Papa Francesco ha scritto in Evangelii gaudium che dobbiamo dire no a «un’economia dell’esclusione e della inequità. Questa economia uccide». E Papa Leone XIV, nell’esortazione Dilexi te, ci ha ricordato che l’amore per i poveri non è un’appendice della fede ma il suo cuore. Il povero non è un destinatario della nostra beneficenza. È un luogo teologico: lì Cristo ci aspetta (Mt 25,40).
5. A voi, giovani dell’Università
Permettetemi ora di rivolgermi a voi studenti, perché questo Festival è soprattutto per voi.
L’Università è, per sua natura, un contropotere. Il sapere libero è il nemico naturale di ogni dominio fondato sull’ignoranza e sulla paura. Le mafie temono le persone che pensano, che studiano, che fanno domande. Temono lo sguardo libero.
Allora vi chiedo tre cose.
Studiate con gli occhi aperti. Mettete la vostra competenza, che sia diritto, economia, medicina, ingegneria o lettere, al servizio di chi non ha voce. Un giurista che difende un bracciante, un economista che progetta una cooperativa su un bene confiscato, un medico che cura chi non ha documenti: questo è contropotere.
Non abituatevi. L’abitudine è il sonno della coscienza. Non abituatevi alla raccomandazione, al piccolo compromesso, al “tanto è sempre stato così”. Don Lorenzo Milani insegnava ai suoi ragazzi il motto I care: mi importa, mi sta a cuore. È il contrario del “me ne frego” che ogni potere ingiusto desidera da noi.
Non restate soli. Il male si organizza; il bene spesso resta disperso. Fate rete con associazioni, parrocchie, sindacati, comitati di quartiere. Nessuno vince da solo contro sistemi di potere così radicati. Ma una comunità che si mette insieme è più forte di qualsiasi clan.
Conclusione
Cari amici, torno al titolo: lo sguardo libero. Nel Vangelo c’è un gesto semplice che lo riassume: Gesù alzò lo sguardo verso Zaccheo, arrampicato sul sicomoro. Uno sguardo che non condanna, che chiama per nome, e che cambia una vita. Zaccheo, l’esattore corrotto, restituisce quattro volte quello che ha rubato. Nessuna legge lo aveva convertito. Lo ha convertito uno sguardo.
Questa è la speranza che la Chiesa vuole portare anche a chi oggi sta dalla parte sbagliata: c’è sempre una strada per tornare indietro. Ma è anche la responsabilità che affidiamo a tutti noi: guardare le persone come le guarda Dio. Con quello sguardo diventiamo, quasi senza accorgercene, un contropotere.
La mia Calabria e la vostra Campania hanno pagato un prezzo altissimo alle mafie e alla povertà. Ma sono anche terre di santi, di martiri, di giovani che restano e di giovani che tornano. Da qui, dal Sud, può nascere una parola nuova per tutto il Paese.
Vi auguro un Festival fecondo. E vi lascio con le parole di don Peppe Diana, che sono anche le mie: per amore del mio popolo, non tacerò.
Grazie.
