Fratelli e sorelle carissimi,
lasciate che io vi dica subito, con la trepidazione che abita il mio cuore di pastore e di cittadino: la santità non è una fuga dalla storia, non è un anestetico per le nostre coscienze stanche, ma è la forma più alta, radicale e rivoluzionaria di resistenza evangelica. Oggi, in questa nostra Basilica Cattedrale, celebriamo il popolo dei “volti rivolti”, una moltitudine immensa che nessuno può contare, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Celebrare la Solennità di Tutti i Santi in questa nostra amata e ferita terra di Calabria significa anzitutto compiere un atto di liberazione culturale e spirituale: significa gridare con la vita che il male, la rassegnazione, i compromessi e la violenza che ferisce e ustiona le nostre anime non avranno mai l’ultima parola!
Guardatevi! Guardatevi intorno, vi prego. Chi sono i santi che Giovanni vede nell’Apocalisse? Eccoli! Sono coloro che «vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello». Non sono superuomini nati senza macchia, ma donne e uomini dalle storie concrete, persone che hanno attraversato il fango delle persecuzioni, della povertà, dell’ingiustizia sociale, eppure non si sono piegati. Hanno scelto di portare su di sé le ferite della propria epoca affinché, per la grazia di Cristo, quelle stesse piaghe potessero trasformarsi in feritoie di luce e di riscatto. In un tempo oscurato da guerre assurde, da una follia bellica che ha preso il posto della diplomazia e della politica, in un tempo in cui l’idolo del potere e della ricchezza continua a scartare i più deboli, la Chiesa non può restare a guardare. La santità è la denuncia più forte che possiamo opporre alla brutalità del mondo: con la nostra fedeltà al Vangelo noi dichiariamo che le logiche di sopraffazione sono destinate a tramontare e che una nuova aurora è possibile se impariamo a camminare insieme.
Svegliati, Chiesa di Cassano! Riprenditi la tua dignità profetica! La prima lettura ci mostra che la salvezza appartiene al nostro Dio e all’Agnello, non ai potenti di turno, non a chi gestisce i traffici illegali e calpesta i diritti dei lavoratori, dei nostri braccianti, dei giovani costretti a emigrare. I santi sono i veri custodi della democrazia e della giustizia, perché testimoniano che ogni persona umana ha un valore infinito che nessuno può calpestare. Essi sono coloro che hanno saputo gridare il primato di Dio attraverso scelte concrete di condivisione e di prossimità. Guardando a loro, non possiamo non sentire la scottatura di una sana inquietudine: stiamo davvero costruendo comunità coese, capaci di farsi carico della sofferenza altrui, o stiamo cedendo all’egoismo individuale che distrugge il futuro?
Il Salmo responsoriale ci ha fatto cantare: «Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore». Ma dove cerchiamo questo Volto? La santità non abita nei nostri specchi da quel narcisismo spirituale che ammala la nostra preghiera e ci rende ciechi di fronte al fratello. Il Volto del Signore lo si incontra scendendo. Come ho ricordato in altre occasioni, l’arte più difficile da imparare per una comunità cristiana è l’arte di scendere: scendere verso chi è rimasto indietro, verso chi abita le periferie dell’esistenza, verso chi ha fame e sete di giustizia. I santi sono coloro che hanno rinunciato a scalare le vette del potere umano per scendere a lavare i piedi della storia. E la seconda lettura, tratta dalla prima lettera di San Giovanni Apostolo, ci rivela il segreto profondo di questa discesa: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Noi siamo già figli, amati da sempre, ed è questo amore eccedente che ci spinge fuori dalle nostre sagrestie, che ci spoglia dell’ipocrisia e ci educa alla compassione vera.
Ed è proprio alla luce di questa chiamata universale alla santità che oggi viviamo, con immensa gratitudine, un momento di grazia straordinaria per la nostra Chiesa diocesana. In questa celebrazione, la nostra Chiesa particolare si stringe attorno a un giovane per il Rito di ammissione agli Ordini Sacri del diaconato e del presbiterato. Caro Davide Destino, stasera il tuo nome risuona in questa Cattedrale. Permettimi di farmi eco del venerabile Don Tonino Bello: vocazione «è la parola che dovresti amare di più. Perché è il segno di quanto sei importante agli occhi di Dio… Più che “vocazione”, sembra una “evocazione”. Evocazione dal nulla. Puoi dire a tutti: si è ricordato di me». Sì, Davide, il Signore si è ricordato di te, ha scritto il tuo nome sulla roccia e ti affida un compito su misura per Lui, non per te. Questa ammissione non è l’ingresso in una casta di privilegiati, né l’inizio di una carriera ecclesiastica; se pensassi al ministero in termini di potere o di ascesa sociale, ti pregherei stasera stessa di fermarti! Questo rito sancisce che la Chiesa accoglie pubblicamente la tua offerta di te stesso e ti invita a proseguire la formazione per configurarti a Cristo Pastore. Sii un uomo dell’essenziale, Davide. Sii un cristiano della “Chiesa del grembiule”, capace di spenderti per la giustizia e per la legalità di questa terra, ricordando sempre, come diceva Don Tonino, che il Signore «non si è vergognato di me» e non si vergognerà mai della tua povertà se saprai amarlo negli ultimi.
Il Vangelo di oggi, la proclamazione delle Beatitudini secondo Matteo, costituisce la carta d’identità del cristiano, il manifesto programmatico della santità. Gesù sale sul monte, si siede e, ribaltando completamente i criteri del mondo, proclama beati i poveri in spirito, gli afflitti, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, degli operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia. Questo testo non è una consolazione a buon mercato per i diseredati, né una promessa confinata a un aldilà lontano: le Beatitudini sono una scelta politica e teologica di campo! Gesù ci sta dicendo da che parte sta Dio. Dio sta dalla parte delle vittime, degli oppressi, di chi piange sotto il peso dell’ingiustizia e della criminalità organizzata.
Essere «poveri in spirito» significa vivere quella povertà bella che spoglia, che libera dalle catene del possesso e ci rende totalmente dipendenti da Dio e solidali con gli ultimi. Essere «operatori di pace» in questa ora tragica della storia, in cui soffiano venti di guerra e di distruzione, significa non rassegnarsi alla logica delle armi e dei blocchi contrapposti, ma diventare artigiani di riconciliazione nei condomini, nelle piazze, nelle istituzioni. Significa denunciare le strutture di peccato che generano povertà e rifiutare ogni forma di collusione con il malaffare che soffoca lo sviluppo della nostra Calabria. Come ci ha insegnato il grande statista e credente Giorgio La Pira, la politica per il cristiano deve essere «arte mistica», un prolungamento dell’amore evangelico nel tessuto delle città per garantire casa, lavoro e dignità a ogni persona. Questa è la santità feriale, della porta accanto, che non teme di sporcarsi le mani con i problemi reali della gente.
Fratelli e sorelle, la santità non è una meta per pochi eletti, ma è la vocazione di ciascuno di noi qui presente. È la casalinga che cura con amore la propria famiglia, è l’operaio che compie con onestà il proprio dovere, è il giovane che non si lascia comprare dalle scorciatoie facili della subcultura mafiosa e lotta per un futuro pulito nella propria terra, è l’amministratore pubblico che serve il bene comune senza avidità. I nostri santi protettori e i testimoni della nostra terra camminano dietro di noi ad ogni passo, sostengono la nostra debolezza e alimentano il fuoco della speranza affinché non si spenga nei momenti bui.
Non lasciamoci rubare la speranza! Accogliamo l’invito del Vangelo a rallegrarci ed esultare, perché il premio nei cieli è grande, ma l’impegno su questa terra è urgente e non ammette rinvii. Chiediamo al Signore, per intercessione di Tutti i Santi, che la nostra Chiesa di Cassano all’Ionio possa essere sempre più una comunità fraterna, aperta, sinodale, capace di far finire la notte dell’indifferenza e di far apparire l’aurora di una nuova umanità. E preghiamo per Davide, perché il suo cammino verso il sacerdozio sia un segno profetico per tutti noi: lo Spirito del Signore sia sopra di lui, lo custodisca nell’umiltà e lo renda un testimone credibile del Suo Amore liberante.
Amen.
✠ Francesco Savino
