Es 17,3-7; Sal 94; Rm 5,1-2,5-8; Gv 4,5-42  

III domenica di Quaresima anno A

Il racconto dell’incontro di Gesù con la donna di Samaria al pozzo di Giacobbe è uno dei tornanti narrativi, come sostiene la teologa Marinella Perroni, lungo i quali l’evangelista Giovanni fa avanzare l’autorivelazione di Gesù fino alla piena manifestazione della Sua gloria.

Il racconto è molto denso di temi significativi! Uno di essi è certamente quello dell’acqua. Tutto parte dalla sete. Ci sono due persone che hanno bisogno dell’acqua, due persone molto lontane tra di loro. Gesù, “affaticato per il viaggio”, si è seduto al pozzo di Sicar e ha chiesto: “Dammi da bere!”.

L’interlocutrice di Gesù è una donna samaritana che appartiene a quella parte di popolo che ha rotto ufficialmente con la spiritualità ebraica e che come tutti i samaritani manifesta ostilità nei confronti degli ebrei.

I samaritani sono ritenuti eretici e pertanto bisogna stare lontano da loro. In questo incontro, però, sia Gesù che la donna sono condotti al pozzo dalla sete: lui per ricevere un po’ d’acqua, lei per attingere dal pozzo. Occorre però subito puntualizzare che non esiste soltanto l’acqua del pozzo ma esiste anche “un’altra acqua”. Gesù incomincia a parlarne!

Quest’altra acqua è “dono di Dio”; ci viene donata! Viene da Dio.

Passare dall’acqua del pozzo ad un’altra acqua che estingue un altro tipo di sete non è assolutamente facile. Infatti la donna samaritana praticamente chiede da dove Gesù può prendere quest’acqua.

Tra l’altro cosa significa accogliere “una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”?

Piano piano però, attraverso un dialogo sempre più insistente di Gesù si fa strada nella samaritana il desiderio di quest’acqua “perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”.

Sostiene sapientemente e opportunamente Roberto Laurita che “Colui che gliel’ha offerta dimostra di non accontentarsi delle mezze verità che la samaritana gli racconta (“Non ho marito”): è uno che legge nel profondo e coglie tutta la realtà, non solo uno spezzone (“Hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito”). Questo giudeo, che si è preso la libertà di rivolgersi ad una donna senza la presenza di altri, non è solo un profeta, ma si dichiara addirittura il Messia”.

A questo punto del dialogo, che ha portato la samaritana ad acquisire consapevolezza di sé e al tempo stesso ha percepito che il suo interlocutore è a dir poco una persona “speciale”, alla donna non interessa più attingere l’acqua dal pozzo. Il suo desiderio più profondo è quello di raccontare ad altri quello che le è capitato: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto”. La samaritana è diventata, per usare un termine a noi molto caro, “evangelizzatrice”. Tutti i compaesani della samaritana hanno il desiderio di quest’acqua diversa e per questo pregano Gesù di rimanere.

La conclusione di questo incontro è che alla fine tutti giungono alla fede perché hanno “udito” e hanno “scoperto” che Gesù è il “Salvatore del mondo”.

Il Vangelo di questa Domenica pone senz’altro alcune domande di senso: nella nostra vita cerchiamo solo l’acqua del pozzo, cioè tutto ciò che dà una risposta ai nostri bisogni primari o cerchiamo un’altra acqua, cioè la possibilità di una vita diversa che ci fa gustare qualcosa di più vitale, qualcosa che ci apre al senso dell’eternità e dell’infinito?

Nella nostra vita ci accontentiamo di mezze verità o addirittura di vivere nella menzogna più che, come ha fatto la samaritana nell’incontro con Gesù, fare verità dentro di noi?

È decisivo nel Vangelo di oggi che nel dialogo con Gesù la samaritana in maniera progressiva, non fermandosi alle apparenze, avverte qualcosa di significativo nel suo interlocutore. Ed è ancora significativo che i samaritani, nell’incontro con Gesù, sperimentano che è “il Salvatore del mondo”.

Penso che il Vangelo di oggi ci consegna tre verbi importanti per approdare alla fede: Fermarsi, Ascoltare e Parlare.

E in questa giornata dedicata alle donne voglio ricordare quanto sia fondamentale l’apporto che la figura femminile dà in sensibilità, ricchezza emotiva, ascolto, accoglienza, ricerca del senso profondo delle cose e quanto la Chiesa ne abbia nel tempo salvaguardato la dignità e l’impegno costruttivo.

Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna. Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità. Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati! Oggi pure la maternità viene umiliata, perché l’unica crescita che interessa è quella economica. Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore” (Papa Francesco).

Preghiamo perché questo cammino di consapevolezza nel cammino  di pace e di fraternità a cui le donne possono contribuire con la loro esperienza di donazione gratuita, cresca nella Chiesa e nel mondo per il bene di tutti.

Buon cammino di fede!

Serena Domenica.

 

   Francesco Savino

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