Comunicato : Custodire il dibattito, proteggere la Costituzione: mons. Francesco Savino rinuncia alla partecipazione al XXV Congresso di Magistratura democratica

La mia annunciata partecipazione a un’iniziativa promossa da Magistratura democratica ha dato luogo a letture e interpretazioni polarizzate, rischiando di spostare l’attenzione dai contenuti a dinamiche di contrapposizione.

Per questo, con l’amarezza di chi vede la sostanza soffocata dal frastuono e con il dovere di custodire le istituzioni, ho deciso di rinunciare alla mia presenza, nell’auspicio che tale scelta contribuisca a ricondurre il confronto in un registro più sobrio e costruttivo, rispettoso e realmente orientato al bene comune.

Desidero anzitutto esprimere gratitudine a Magistratura democratica per l’invito e per la qualità del tema proposto: «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro».

La Costituzione è l’infrastruttura istituzionale della coesione sociale: non un marcatore di parte, ma una casa comune che precede le maggioranze e non umilia le minoranze; una “legge superiore” perché ricorda a tutti – soprattutto a chi esercita potere – che esistono limiti invalicabili: la dignità della persona, i diritti inviolabili, le garanzie.

È doveroso chiarirlo: la mia eventuale presenza non aveva e non avrebbe avuto alcuna intenzione di trasformarsi in un’indicazione di voto sul referendum.

Non compete a un vescovo suggerire un’opzione elettorale: sarebbe improprio sul piano istituzionale e riduttivo su quello spirituale. Ciò che compete, invece, è richiamare alcuni criteri di responsabilità civica che, in questo tempo, appaiono più necessari che mai.

Primo: custodire l’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’autonomia reciproca non è una formalità, ma una garanzia per tutti. Quando i poteri smettono di bilanciarsi e di contenersi, la libertà diventa fragile; e a pagare per primi il prezzo di ogni squilibrio sono sempre i più deboli, i meno protetti, chi dispone di minori risorse culturali o relazionali per difendersi.

Secondo: riconoscere che l’indipendenza della magistratura non è un privilegio di categoria, ma una tutela sostanziale dello Stato di diritto. La giustizia, per essere giustizia, deve poter restare “distanza del giudizio” e non diventare prossimità al potere. È in questa distanza – fatta di regole, contrappesi, garanzie – che una democrazia misura la propria credibilità.

Desidero inoltre richiamare l’alta responsabilità del magistrato, la cui funzione non si esaurisce nell’applicazione della norma, ma domanda coscienza, rettitudine e senso del limite. La testimonianza di Rosario Livatino, uomo delle istituzioni e servitore della giustizia, resta un riferimento luminoso per comprendere che giudicare è un servizio reso alla persona e alla comunità. Livatino ricordava che il compito del magistrato è anzitutto quello di decidere, e dunque di scegliere: un esercizio difficile, che esige libertà interiore, umiltà e vigilanza morale, mai atteggiamenti di protagonismo o di superiorità. In questa prospettiva, il rendere giustizia non è mera tecnica del diritto, ma forma alta di responsabilità umana e civile, vissuta — per chi crede — anche come dedizione e preghiera. Non a caso egli affidava il proprio lavoro a quel Sub tutela Dei — sotto la tutela di Dio — che esprimeva, insieme, rigore, coscienza del limite e servizio al bene comune.

Terzo: la partecipazione. È stato richiamato più volte, anche in ambito ecclesiale, che la democrazia non si sostiene da sé e che l’astensionismo somiglia a una resa silenziosa. Per questo rivolgo un invito accorato: andate a votare, non disertate le urne. Il voto non è un automatismo emotivo, ma un atto di coscienza e di discernimento: esige informazione corretta, lessico misurato, riconoscimento della legittimità del dissenso. Senza cittadine e cittadini che pensano e partecipano, lo spazio pubblico si restringe e la politica si riduce a comunicazione, o peggio a politica come brandizzazione.

Confermo la mia stima per chi, in ogni ruolo istituzionale, serve lo Stato di diritto. E confermo la mia disponibilità a offrire, in sedi e forme che non prestino il fianco a letture improprie, un contributo che resti su ciò che conta: la tutela della Costituzione, la dignità delle persone, la responsabilità civica.

Proteggere la Costituzione significa proteggere il futuro dei nostri figli: perché il diritto non sia subordinato alla forza e perché le regole restino presidio di dignità e libertà, a partire dagli ultimi. E il Vangelo lo ricorda con disarmante semplicità: la giustizia non è un’astrazione, ma il nome concreto della cura per l’altro.

Cassano allo Ionio, 12 Marzo 2026

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