1 Sam 16, 1b.4a. 6-7. 10-13a; Sal 22; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-41

IV Domenica di Quaresima

Il Vangelo ci racconta ancora un incontro: domenica scorsa l’incontro di Gesù con la samaritana, quest’oggi con un uomo cieco dalla nascita.

Se lo sfondo del dialogo di Gesù con la donna di Samaria era la missione, lo sfondo di questo episodio miracoloso è invece la vita della comunità cristiana e la sua crescita interna nella fede. Una crescita che evidentemente necessita di una maturazione di un pensiero teologico raffinato, che si sviluppa su molteplici livelli, compreso quello simbolico e che rimanda con tutta probabilità anche a una esperienza comunitaria liturgico-battesimale (cfr. Marinella Perroni).

Per l’evangelista Giovanni, Gesù avanza verso la “sua ora”, quella della sua glorificazione, attraverso una progressiva rivelazione della sua identità: è Lui l’acqua di vita eterna, è Lui il pane della vita, è Lui la luce che fa uscire i ciechi dalle tenebre, come più avanti sarà Lui la resurrezione e la vita.

Entriamo in dialogo con il Vangelo.

“Gesù vide un uomo cieco dalla nascita …”. Gesù vede lo scarto della società, l’ultimo, l’invisibile. «Senza essere chiamato, senza essere pregato. Gesù non passa oltre, per lui ogni incontro è una meta. Vale anche per noi, ci incontra così come siamo: Nel Vangelo il primo sguardo di Gesù non si posa mai sul peccato, ma sempre sulla sofferenza della persona» (Johannes Baptist Metz)” [Missionari della Via].

Il cieco non viene visto soltanto da Gesù ma anche dai discepoli che lo accompagnano: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Al tempo di Gesù la malattia era considerata frutto del peccato e di conseguenza frutto della vendetta di Dio e questa mentalità chiaramente impediva di riconoscere nelle Sue opere la Rivelazione di Dio. La mentalità dei discepoli esprime anche il nostro modo di pensare. Noi cerchiamo cause, colpevoli, ma il problema rispetto soprattutto alla malattia è impostato e considerato male.

La malattia è segno della fragilità, della mortalità, della condizione umana!

Per Gesù il male non chiama in causa la colpa. Né il cieco, né i suoi genitori sono la causa del male che affligge noi e il mondo.

Per Gesù credere significa superare la necessità di trovare un colpevole: qualsiasi dolore, qualsiasi malattia, non sono il segno della sconfitta di Dio, ma il segno della nostra vulnerabilità, dove Dio manifesta la sua gloria.

Dio è presente nella condizione della malattia e del dolore, e farà sentire che Lui c’è, rivelerà la sua misericordia e mostrerà la sua gloria.

La teologa Marinella Perroni sostiene: “Le parole rivolte da Dio a Samuele sono paradigmatiche del suo modo di agire e rendono palese che l’economia divina non si snoda secondo parametri di umana apparenza: «Non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1Sam 16, 7). E Gesù l’ha detto con chiarezza che non basta avere gli occhi per vedere e che non sempre poter vedere significa saper vedere il mistero del regno di Dio”.

“Dove arriva questo cieco? Ad incontrare, a riconoscere Gesù, a scoprire la sua missione! La sua guarigione avviene in modo graduale, la sua fede cresce in modo graduale: non dimentichiamolo mai, è un cammino! La fede è un cammino, la conversione è un cammino. Quest’uomo, alle domande dei farisei risponde con un crescendo: prima definirà Gesù solo come uomo, poi profeta, infine, dopo esser stato scacciato dalla sinagoga per aver difeso l’operato di Gesù, incontrandolo di persona, lo chiamerà Signore, che in greco traduce il nome di Dio nell’Antico Testamento!” [Missionari della Via].

È molto bello constatare che, a conclusione del suo cammino non facile a causa soprattutto di tante reazioni diverse, il cieco riconosca in Gesù il Salvatore, il Messia che lo ama, che lo ha salvato, che l’ha reso un altro uomo. Qual è allora il messaggio che questo incontro tra Gesù e il cieco nato consegna anche a noi? Riconoscere Cristo, anche a costo di incomprensioni, giudizi e anche persecuzioni. La Fede è riconoscere il Cristo!

Quante volte siamo più ciechi del cieco nato!

Quante volte rimaniamo nella nostra cecità!

Lasciamo che Gesù ci prenda per mano e ci accompagni, secondo la sua pedagogia, a contemplare il suo volto, a comprendere chi siamo e qual è il fine per cui siamo venuti in questo mondo.

Chiediamogli di guardarci perché i nostri occhi possano aprirsi e gioire della Sua Presenza.

 

 

Se desidero medicare le mie ferite, tu sei medico.

Se brucio di febbre, tu sei la sorgente ristoratrice.

Se sono oppresso dalla colpa, tu sei il perdono.

Se ho bisogno di aiuto, tu sei la forza.

Se temo la morte, tu sei la vita eterna.

Se desidero il cielo, tu sei la vita.

Se fuggo le tenebre, tu sei la luce.

Se cerco il cibo, tu sei il nutrimento.

 

(Sant’Ambrogio)

 

 

 

   Francesco Savino

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