Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Domenica delle Palme

Passione del Signore

 

Inizia la Settimana Santa, centro di tutto l’anno liturgico. La liturgia di oggi esprime un grande paradosso: Gesù, osannato dalla folla, entra in Gerusalemme e poco dopo la stessa folla grida di crocifiggerlo.

Il paradosso è proprio tutto qui: si passa dalla esaltazione alla uccisione!

Quante volte nella vita siamo sia destinatari di questo paradosso che protagonisti.

Anche quest’anno, sempre con rinnovato stupore, Gesù desidera mangiare la Pasqua proprio con noi. Sottolineo: con me, con te, con ogni persona. Che meraviglia! Uno stupore che deve liberarci dalla tentazione di vivere l’accadimento della Pasqua per abitudine o per tradizione.

Entriamo, sia pure per sintesi, in dialogo con il lungo e tragico racconto della Passione del Vangelo di Matteo, che si trova incastonato tra il realismo del canto del servo sofferente del profeta Isaia e la solennità dell’inno che esalta la kenosi di Dio della lettera dell’apostolo Paolo ai Filippesi.

Soffermiamoci su due momenti del racconto della Passione dell’evangelista Matteo: il Getsemani e il Calvario.

«Di Gesù nell’orto degli ulivi è scritto: “Cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: ‘La mia anima è triste fino alla morte”; restate qui e vegliate con me'”. Un Gesù irriconoscibile! Lui che comandava ai venti e ai mari e gli obbedivano, che diceva a tutti di non temere, ora è in preda a tristezza e angoscia. Quale la causa? Essa è tutta contenuta in una parola, il calice: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!” Il calice indica tutta la mole di sofferenza che sta per abbattersi su di lui, ma non solo: indica soprattutto la misura della giustizia divina che gli uomini hanno colmato con i loro peccati e trasgressioni. È ‘il peccato del mondo’ che egli ha preso su di sé e che pesa sul suo cuore come un macigno» (Raniero Cantalamessa).

Il filosofo Pascal ha detto: “Cristo è in agonia, nell’orto degli ulivi, fino alla fine del mondo. Non bisogna lasciarlo solo in tutto questo tempo”.

Dovunque c’è una persona che vive nella tristezza, nella paura, nell’angoscia, in una condizione di disperazione, Cristo è in agonia.

E se non possiamo fare nulla per il Gesù agonizzante di allora, possiamo fare qualcosa per il Gesù che agonizza oggi nella carne sofferente di tanti.

Dal Getsemani portiamoci ora sul Calvario: «Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Ed emesso un altro grido spirò».

Padre Raniero Cantalamessa commenta: «Sto per dire, ora, quasi una bestemmia, ma poi mi spiegherò. Gesù sulla croce è diventato l’ateo, il senza Dio. Ci sono due forme di ateismo. L’ateismo attivo, o volontario, di chi rifiuta Dio e l’ateismo passivo, o subìto, di chi è rifiutato (o si sente rifiutato) da Dio. Nell’uno e nell’altro si è dei “senza Dio”. Il primo è un ateismo di colpa, il secondo un ateismo di pena e di espiazione. A quest’ultima categoria appartiene l’“ateismo” di Madre Teresa di Calcutta, di cui si è tanto parlato in occasione della pubblicazione dei suoi scritti personali».

Sulla croce Gesù si è fatto carico di tutto ciò che è “negativo”, anche di tutte le negazioni possibili di Dio: con la teoria di Renè Girard possiamo osare dire che Gesù si è fatto “capro espiatorio” di tutta quella parte di umanità sofferente e incapace di riconoscere nella vita Dio.

«Nella lettura della passione abbiamo ascoltato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Poi abbiamo ascoltato le ultime parole di Gesù: “Padre, nelle tue mani abbandono il mio spirito”. Così, abbandonato da tutti, si può abbandonare, ci si abbandona nelle mani del Padre. Con la carità che il Padre gli infonde nel cuore, abbandonato da tutti, abbandonato da ciascuno di noi per i nostri peccati, abbandonato per i peccati del mondo, abbandonato, anzi, come dice Paolo, reso peccato, Lui per il peccato di tutti, si abbandona come un bambino piccolo piccolo si abbandona nel seno del padre. Questo abbandono, questo sì, questo sì, ci ha salvati». (don Giacomo Tantardini, omelia 27 marzo 2010).

Un ultimo accenno alla figura di Giuseppe di Arimatea nella parte finale del racconto della Passione che emerge per la sua scelta: rappresenta oggi tutti coloro che sfidano il regime o l’opinione pubblica, per avvicinarsi agli esclusi, ai marginali, ai senza voce, alle vittime di ogni potere, a tutte quelle persone che oggi la società ritiene “invisibili”.

Mi piace chiudere con una domanda: non potrebbe forse oggi “Giuseppe di Arimatea” essere io o tu in questo momento particolare della storia?

Buona Settimana Santa.

 

   Francesco Savino

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