Premio Giorgio La Pira – Città di Cassano
Conferito a Mons. Christian Carlassare, Vescovo di Bentiu
Carissimi,
ci raccogliamo questa sera in un luogo che custodisce memoria, fede e popolo, per un gesto che non è soltanto celebrativo, ma profondamente spirituale e civile. Conferire il Premio Giorgio La Pira a mons. Christian Carlassare significa lasciarsi guidare dalla lezione di La Pira per riconoscere, con gratitudine e partecipazione interiore, la forza evangelica di una presenza pastorale vissuta dentro una terra tribolata.
Significa riconoscere la lingua della pace, non ridotta a provvisorio componimento di interessi, ma cercata come nome esigente della giustizia; la lingua dei poveri, non appena evocati da lontano, ma accolti come criterio di verità, sacramento della storia e giudizio sulle nostre coscienze; la lingua di una speranza che non si limita a consolare, ma domanda conversione personale, ecclesiale e politica.
In fondo, è questo il messaggio più vero di Giorgio La Pira: la fede, quando è autentica, non fugge la storia; vi entra dentro, la abita, la inquieta, la orienta.
Il tema che ci è stato consegnato — La povera gente attende ancora — non è una frase rituale. È una sentenza spirituale. È quasi un esame di coscienza rivolto alla Chiesa, alla politica, alle istituzioni, alle nostre coscienze. La povera gente attende ancora: attende giustizia, attende pace, attende pane, attende dignità; attende uno sguardo che non la usi, una parola che non la tradisca, una compagnia che non abbia il fiato corto delle emergenze. Attende che l’umanità cessi di guardarla come un margine da tollerare e torni a riconoscerla per ciò che realmente è: luogo teologico, soglia viva attraverso cui Dio passa, chiama, giudica e salva.
Il Concilio Vaticano II, nell’incipit della Gaudium et spes, ha espresso questo principio con una limpidezza che non consente alibi: le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne del nostro tempo, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, appartengono anche al cuore dei discepoli di Cristo. E Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, ha ribadito con forza che i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo e che tra la fede cristiana e i poveri esiste un vincolo inseparabile.
Giorgio La Pira comprese tutto questo con la limpidezza severa dei profeti e con la tenerezza esigente del Vangelo. Per lui la città non era una macchina amministrativa né un freddo dispositivo di potere, ma una casa comune da edificare alla misura della persona umana, nella quale il centro non potesse mai essere l’interesse, ma la dignità; non l’utile, ma l’uomo vivente nella sua inviolabile grandezza.
Per questo La Pira non poteva concepire la città come un semplice apparato di gestione, ma come una casa comune edificata alla vera misura dell’uomo; e, proprio per questo, rifiutava una politica che, per timore dei forti, lasciasse soli i deboli. In una lettera aperta a Ettore Bernabei, nel febbraio del 1955, egli arrivò a dire che un sindaco il quale, per paura dei ricchi e dei potenti, abbandona i poveri, gli sfrattati, i licenziati, i disoccupati, somiglia a un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge. In questa immagine si raccoglie tutta la sua lezione: il governo della città è, prima ancora che esercizio di amministrazione, custodia morale dell’umano vulnerabile.
Ma La Pira è anche, e forse soprattutto, il profeta dei ponti: mentre il mondo si irrigidiva nelle sue contrapposizioni, egli cercava di costruire incontri; mentre gli Stati si armavano, egli apriva vie di negoziazione; mentre cresceva la pedagogia del nemico, egli richiamava con fermezza l’ordine della fraternità. Non soltanto perché pensò la pace come opera paziente di incontro, ma perché cercò di darle forma nella storia. Basti pensare ai Colloqui Mediterranei di Firenze, avviati nel 1958, voluti come spazio di contatto tra uomini e popoli divisi da guerre, diffidenze e frontiere. Non era una diplomazia del clamore, ma dell’incontro; e non a caso La Pira amava dire che il momento decisivo era spesso quello in cui i lavori si interrompevano per prendere il caffè, quasi a suggerire che la pace comincia là dove l’uomo torna a riconoscere nell’altro non un nemico, ma un volto.
Ecco perché richiamare oggi Giorgio La Pira non significa sovrapporre esperienze diverse, ma lasciarsi aiutare dalla sua lezione per cogliere meglio la portata evangelica della presenza di mons. Christian Carlassare a Bentiu.
Bentiu non è per noi un nome remoto. È una lacerazione del mondo. È una periferia solo per chi ha smarrito il Vangelo. La diocesi di Bentiu è stata eretta nel 2024, e mons. Christian Carlassare ne è il primo vescovo; ma essa sorge in una terra segnata da anni di guerra, sfollamento, povertà, polarizzazione e vulnerabilità estrema. Nel 2026, secondo OCHA, più di 10 milioni di persone in Sud Sudan — circa due terzi della popolazione — avranno bisogno di assistenza umanitaria; nello Unity State i bombardamenti del febbraio scorso, tra Bentiu e Rubkona, hanno spinto quasi mille civili verso i campi per sfollati; e l’IOM ha segnalato il rischio di interruzione di servizi essenziali e salvavita per circa 187.000 persone tra Bentiu e Malakal. Ma dietro questi numeri ci sono volti, famiglie, bambini, anziani, catechisti, madri, corpi provati, anime stanche.
Dentro questa storia così gravata dal dolore, mons. Christian non rappresenta soltanto un ruolo ecclesiastico: rende visibile una forma di prossimità evangelica. In un messaggio del 2025 ha denunciato con lucidità una deriva nella quale il pregiudizio viene preferito all’ascolto e la violenza alla riconciliazione, indicando per il suo popolo non la pace ostentata dai potenti mediante la forza, ma quella che il Vangelo consegna come dono, e domandando il coraggio della nonviolenza.
A questo punto il nesso tra la lezione di La Pira e la prova di Bentiu si lascia leggere con maggiore profondità. Potremmo dire così: La Pira ci consegna una teologia politica della pace; mons. Carlassare ne testimonia oggi il costo e la necessità dentro una terra martoriata. La Pira ci insegna che la pace ha bisogno di fondamenti morali e di presìdi istituzionali; Bentiu ci ricorda che, quando questi fondamenti crollano e questi presìdi si indeboliscono, la povera gente paga sempre per prima. La Pira intuiva che le città, pur non decidendo le guerre, ne sopportano il prezzo più alto; e Bentiu, oggi, è precisamente questo banco di prova: lì la speranza o si organizza in scuole, pozzi, cure, processi di riconciliazione, formazione dei giovani, difesa della dignità femminile, accompagnamento degli sfollati, oppure resta una parola religiosa pronunciata sopra le macerie.
La dottrina sociale della Chiesa ci offre qui un discernimento rigoroso. La Pacem in terris insegna che il bene comune non può mai essere pensato senza riferimento alla persona umana e che anche il bene comune universale deve avere come fine il riconoscimento e la promozione dei diritti della persona. La Populorum progressio aggiunge una verità decisiva: lo sviluppo è il nuovo nome della pace. Questo significa che non ci sarà pace a Bentiu senza giustizia, senza educazione, senza cura, senza lavoro, senza tutela dei più deboli, senza ricucitura del tessuto comunitario, senza difesa concreta della persona umana. E significa, nello stesso tempo, che ogni parola sulla pace che non tocchi le strutture della miseria rischia di diventare una liturgia innocua.
E tuttavia vi è un altro aspetto che non possiamo tacere. La povera gente attende ancora anche perché il mondo ha finito per considerare normali le sue attese interminabili. Ci siamo assuefatti alla sofferenza degli altri. Ma il Vangelo infrange questa anestesia. In Matteo 25 il giudizio di Dio passa per il volto dell’affamato, del forestiero, del malato, del detenuto. E Papa Francesco ha chiesto con forza che la comunità cristiana difenda i diritti dei più vulnerabili e tenga aperte le porte della speranza. La domanda, allora, non è se i poveri attendano ancora. La domanda è: noi, davanti alla loro attesa, da che parte stiamo?
Anche per questo la testimonianza di mons. Carlassare acquista un valore simbolico fortissimo. In lui vediamo una Chiesa che non sceglie la distanza, ma la condivisione; non il commento, ma la compagnia; non la neutralità, ma la misericordia incarnata. Una Chiesa che, per riprendere l’intuizione dell’Evangelii gaudium, non resta chiusa nelle proprie sicurezze, ma esce, si espone, si ferma accanto a chi è caduto, accettando perfino di lasciarsi ferire pur di non tradire il Vangelo della prossimità. In una terra come il Sud Sudan, la figura del vescovo appare allora con particolare evidenza nella sua verità più profonda: segno di una paternità pastorale che non si sottrae al peso del popolo, ma gli rimane accanto, condivide, consola e sostiene. Per questo il premio non rende omaggio a un successo umano, ma riconosce una fedeltà evangelica resa visibile nella prova.
Vorrei aggiungere una considerazione che tocca da vicino anche noi, Chiesa italiana, e più in generale l’Europa. La Pira aveva intravisto con chiarezza che la storia dei popoli è una storia intrecciata, segnata da una comune responsabilità e da un comune destino. Papa Francesco ha dato a questa verità una forma limpida e universale: nessuno si salva da solo.
In questi giorni, Papa Leone XIV, parlando ad Algeri, ha dato a questa medesima verità una formulazione di grande limpidezza morale. Ha ricordato che la giustizia è tanto semplice quanto radicale, perché nasce dal riconoscimento dell’altro come immagine di Dio; e ha ammonito che una vita sociale priva di solidarietà diventa scandalo agli occhi di Dio. È un richiamo che tocca da vicino anche il nostro Occidente, quando si lascia sedurre dall’accumulo e resta indifferente alla sorte degli altri. E lo stesso Pontefice, rivolgendosi alla comunità cristiana, ha indicato il profilo di una fede autentica: una fede che non isola ma apre, che unisce senza confondere, che avvicina senza uniformare e che, proprio per questo, rende possibile la fraternità.
Non si salva da solo un Paese. Non si salva da sola una Chiesa ripiegata su di sé. Non si salva da sola l’Europa se immagina che le vicende dell’Africa la riguardino soltanto quando diventano emergenza migratoria o instabilità geopolitica. E non si salva neppure la politica, se rinuncia a essere quella alta forma di carità che cerca il bene comune e difende i vulnerabili. Là dove i poveri vengono abbandonati alla loro solitudine, si incrina lentamente la stessa sostanza dell’umano che ci accomuna. Là dove la guerra smette di scandalizzare e diventa abitudine, non si consumano soltanto le città e le vite, ma anche la coscienza morale dei popoli e delle democrazie. E là dove la speranza non viene generata, custodita e ordinata al bene, finisce per organizzarsi la disperazione, con la sua pazienza oscura e il suo potere di contagio.
Per questo il messaggio di questa sera non può fermarsi all’ammirazione. Deve diventare assunzione di responsabilità. La Pira ci chiede di non separare mai contemplazione e storia, preghiera e polis, altare e strada. Mons. Christian ci mostra che questo legame non è un filo fragile della retorica, ma una corda viva del Vangelo, capace di reggere anche nei territori più battuti dalla tempesta della storia. E la Chiesa ci insegna, con il suo magistero, che la salvezza è sempre integrale: riguarda l’intera persona e tutti i popoli; tocca il corpo e l’anima, la fame e la speranza, la povertà materiale e la solitudine interiore, l’ingiustizia sociale e il desiderio di redenzione.
Quando rendiamo omaggio a un pastore che non fugge il travaglio del suo popolo, ma vi dimora accanto, noi diciamo che il Vangelo non ha ritirato i suoi passi dalla polvere della storia; diciamo che la carità non è una parola gentile, ma il gesto del Samaritano, l’olio e il vino sulle piaghe, la fascia che raccoglie ciò che il male ha lacerato; diciamo che la pace resta possibile, ma solo se accettiamo di seminarla tra le zolle dure del mondo, di custodirla come una lampada nella notte e di attenderla come si attende il Regno.
Allora sì: la povera gente attende ancora.
Attende ancora nel Sud Sudan provato, dove la terra porta addosso le cicatrici della violenza e il pane si impasta con la paura.
Attende ancora nelle periferie dimenticate del mondo, là dove la storia sembra rallentare fino quasi a fermarsi e il dolore degli ultimi rischia di non trovare più voce.
Attende ancora nei luoghi in cui la guerra ha consumato i giorni, ha reso fragile l’abitare, incerto il domani, tremante perfino la speranza.
Attende ancora là dove la politica ha smarrito l’ascolto e si consegna alla sola amministrazione delle emergenze, trasformando il dramma umano in dato da governare; e dove talvolta anche la comunità credente rischia di adattarsi ai meccanismi della normalizzazione, di convivere con ciò che dovrebbe convertirla, di lasciare che la forza di rottura del Vangelo venga addomesticata dai ritmi spenti dell’ordinario.
Ma l’attesa dei poveri non può diventare una condanna muta, né una parentesi infinita della storia. Deve diventare per noi un roveto che brucia, una voce che chiama, una inquietudine che impedisce il sonno tranquillo delle coscienze. Deve diventare appello alla conversione del cuore, perché nessuna fede è vera se non si lascia percuotere dal grido di chi soffre. Deve diventare appello alla responsabilità pubblica, perché la carità, quando attraversa la storia, domanda istituzioni giuste, scelte coraggiose, fedeltà concreta al bene comune. Deve diventare appello alla fraternità operosa, capace di farsi vicinanza, custodia, condivisione. Deve diventare appello alla pace: non pace inerte o di facciata, ma pace pazientemente costruita, educata, custodita; pace che prende il nome della giustizia, della riconciliazione, della dignità inviolabile di ogni persona; pace che non umilia, non esclude, non dimentica, ma raccoglie, ricuce, rialza e restituisce futuro.
Ed è per questo che, nel rendere omaggio a mons. Christian Carlassare, penso che il modo più vero per onorare Giorgio La Pira non sia soltanto ricordarlo, ma lasciarci giudicare da lui.
Lasciarci giudicare dalla sua libertà interiore, povera e ardente; dalla sua passione per gli ultimi, nei quali egli riconosceva non un margine della storia, ma il suo centro nascosto; dalla sua tenace ostinazione nella pace; dalla sua fede che la storia, perfino quando sembra consegnata alla smentita, al disordine e alla notte, rimane aperta alla sorpresa di Dio.
Per questo invochiamo il Signore.
Ci renda degni dell’attesa dei poveri e ci liberi da una fede senza carne, da una parola senza ferite, da una carità senza giustizia.
Visiti la terra martoriata del Sud Sudan e vi deponga il seme di una pace giusta, paziente, disarmata e feconda.
Custodisca mons. Christian nel suo ministero e faccia della sua vita un segno mite e forte di Vangelo vissuto, una lampada accesa tra le tribolazioni del suo popolo, una presenza capace di sostenere, consolare e riconciliare.
E Giorgio La Pira, pellegrino delle Beatitudini nella città degli uomini, ci accompagni ancora, affinché impariamo a credere che la speranza cristiana, quando osa prendere sul serio la storia, non è un rifugio dell’anima, ma una forza che edifica pace, rialza gli afflitti e restituisce futuro ai popoli.
