Es 34, 4b-6. 8-9; Dn 3,52.56; 2 Cor 13, 11-13; Gv 3, 16-18

Solennità della Santissima Trinità

nel XI anniversario dell’ingresso in Diocesi di S.E.R. Mons. Francesco Savino

Sorelle e fratelli carissimi,

facciamo Eucaristia perché Dio ci rende grati. Sì, la nostra Eucaristia – azione di ringraziamento – è risposta a un Dio che suscita gratitudine. È una grazia essere cristiani. È frutto della grazia avere il dono della fede. Ma a fondamento di tutto questo c’è il Mistero della Trinità Santissima, che sprigiona grazia, gratitudine, comunione. Noi esistiamo e l’universo vive per la generosità incontenibile della vita di Dio, Amore che non si contiene e sempre genera e tutti unisce.

Certo, abbiamo iniziato l’Eucaristia – anche in questo giorno di gioia – riconoscendo i nostri peccati. Viviamo infatti in un mondo povero di comunione. Fatichiamo ad amare e a lasciarci amare. Ci sono fra noi tensioni e fratture che talvolta una vita intera non riesce a sanare. Perdonati, non perdoniamo. Anche il creato grida il disprezzo con cui lo abbiamo maltrattato, violando quella comunione per cui Dio ha voluto ogni creatura e ha posto nel mondo l’uomo e la donna non come padroni, ma come custodi.

Carissimi, oggi ricordo con gratitudine l’11° anniversario dell’inizio del mio ministero episcopale fra voi. Con voi cristiano, per voi vescovo, secondo l’espressione cara a Sant’Agostino. Con voi confesso di essere peccatore, di avere nostalgia di comunione, di credere nella grazia che redime e libera: siamo il popolo di Dio. Sempre in divenire. «Voi sarete il mio popolo». Per voi sono vescovo e dunque servo della comunione. La Chiesa, infatti, ha luogo. E il nostro luogo è questa città col suo territorio: qui la comunione trinitaria diventa comunione di uomini e donne che la fede fa incontrare e rende fratelli e sorelle. Contro la cultura dell’isolamento, del me ne frego, la Chiesa raduna, perché Dio è unità nella diversità.

Ascoltiamo, allora, quanto San Paolo raccomanda ai suoi fedeli di Corinto: «Siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi». Come è bello questo invito, quasi un comandamento: siate gioiosi. A volte è difficile, per diverse ragioni. Ma è più di un augurio: è una chiamata. D’altra parte, con Maria tutto iniziò da quel saluto: rallegrati! E oggi, 31 maggio, se non fosse domenica ricorderemmo la Visitazione, ovvero la gioia di due donne, Elisabetta e Maria, gioia che modifica il corso della storia. «Siate gioiosi» ci raccomanda l’Apostolo, perché Dio è con noi.

Il Vangelo ci ha riportato a quella notte in cui Nicodemo andò da Gesù. Chissà che presentimento potente era maturato dentro di lui, per andare a cercarlo, pur essendo un maestro riconosciuto, un uomo del Sinedrio. D’altra parte, è così: se siamo onesti, noi capiamo dove c’è vita. Ci rendiamo conto se stiamo in posti dove manca il respiro, dove la violenza è la regola, dove il pettegolezzo, i veleni, i pregiudizi uccidono. Nicodemo è stanco del mondo vecchio a cui appartiene. E va da Gesù.

Come vorrei, carissimi, che si venisse nelle chiese della nostra diocesi per questa stessa ragione, con quel presentimento di vita che mosse Nicodemo. E mi chiedo, con le stesse parole e la stessa forza con cui papa Leone la scorsa Epifania ha pronunciato queste parole: c’è vita nella nostra Chiesa? Oppure il pettegolezzo, i veleni, i pregiudizi sono dentro la comunità, e tutti lo sanno, così che nessuno trovi ragione di unirsi a noi? I giovani, carissimi, e gli adolescenti sono la prova del nove per le nostre comunità. Come diceva papa Francesco, hanno il fiuto: colgono subito dove c’è vita e dove non c’è, dove c’è autenticità e dove manca, dove i sorrisi sono una maschera e dove sono accoglienza. Non servono strategie, serve semplicità. Non servono grandi mezzi, occorre autenticità. Bisogna stimarsi, ascoltarsi, fare spazio, non giudicare.

Il motivo è semplice. È stato proclamato poco fa: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui». E chi siamo noi per condannare? Chi siamo noi per guardare dall’alto in basso o studiare dalla testa ai piedi chi si avvicina alla comunità? Dio è comunione. Quante volte l’abbiamo cantato: dov’è carità e amore, lì c’è Dio. Altrimenti, non c’è. Se ne va.

Ecco il dono che chiedo al Signore in questo ulteriore anniversario, per il cammino che vivremo ancora insieme e che proseguirà dopo di me e dopo di noi: che le nostre comunità siano come la casa che accolse Nicodemo, case in cui si incontra Gesù. Perché si incontri Gesù, bisogna che qualcuno gli assomigli. Questo fa lo Spirito Santo. Invochiamolo, quale principio di gioia e di unità.

Amen.

 

   Francesco Savino

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