Messaggio di Mons. Francesco Savino ai maturandi

A voi che terminate, a voi che partite: una parola di padre prima che vi alziate in volo

Carissimi ragazzi e ragazze,

vi scrivo in questi giorni in cui l’anno scolastico si chiude come si chiude un libro letto con attenzione: con quella sensazione strana che ha il sapore insieme della stanchezza e della meraviglia, del sollievo e di una sottile, inaspettata nostalgia. Perché anche le cose faticose, quando finiscono davvero, ci lasciano un vuoto che somiglia ad un addio, che ha quasi lo stesso sapore.

Scrivo soprattutto a voi che vi state orientando verso il mondo degli adulti, e il pensiero mi corre con particolare tenerezza, e che tra poche settimane siederete dinanzi a una commissione d’esame, con tutta la vostra giovinezza addosso, la vostra paura, la vostra intelligenza, e quella luce negli occhi che nessun voto potrà mai davvero misurare. Siederete alla maturità, e già il nome di quell’esame dice qualcosa di profondo: non si tratta soltanto di sapere, si tratta di essere e non si tratta nemmeno di rispondere a delle domande: si tratta di cominciare a rispondere alla vita.

Il mondo che vi aspetta è bello e ferito.

Non ve lo nascondo, perché non sarebbe rispettoso farlo. Il mondo in cui vi accingete a entrare come adulti è attraversato da guerre che sembrano non volersi fermare: c’è ancora sangue che scorre in Ucraina, sangue che scorre in Medio Oriente, bambini che muoiono sotto le bombe mentre noi ci sediamo a tavola. Viviamo un tempo in cui le parole “pace” e “dialogo” sono diventate coraggiose, quasi rivoluzionarie, perché è più facile costruire muri che ponti, più semplice odiare che capire.

Viviamo anche un tempo di odio e di indifferenza, un tempo in cui la velocità delle macchine rischia di superare la profondità degli uomini, in cui l’intelligenza artificiale sa scrivere poesie ma non sa piangere, sa calcolare tutto ma non sa amare nessuno. E voi crescete in mezzo a schermi luminosi che vi offrono il mondo intero a portata di pollice, ma spesso vi sottraggono la cosa più preziosa: il tempo di cercare il senso, di cercarvi, di scoprire chi siete davvero quando nessuno vi guarda.

Eppure, e questo lo dico con la certezza che viene da anni di vita e di fede, nessuna generazione è mai stata chiamata a un compito più grande e più bello del vostro. Perché il mondo ha bisogno di voi e non di una versione di voi addomesticata, conforme, prudente oltre ogni misura. Ha bisogno della vostra autenticità, della vostra rabbia giusta, della vostra capacità di indignarvi davanti all’ingiustizia e di commuovervi davanti al bello.

Non abbandonate i vostri sogni. Mai.

Lo so: qualcuno vi dirà di essere pratici, di essere realistici, di abbassare lo sguardo verso ciò che è possibile invece di tenerlo alzato verso ciò che è desiderabile. Lo so che il mercato del lavoro è difficile, che le opportunità non sono distribuite in modo equo, che essere giovani al Sud, o essere giovani in generale, oggi, in questa Europa che invecchia e si stringe, significa spesso dover lottare due volte per ciò che ad altri sembra venire da sé.

Ma i sogni non sono capricci dell’anima, i sogni sono mappe. Sono il modo in cui il cuore ci dice dove siamo chiamati ad andare, anche quando la strada non è ancora visibile. Chi ha costruito ospedali aveva prima sognato la guarigione di qualcuno; chi ha scritto le più belle pagine della letteratura aveva prima sentito un dolore che voleva raccontare; chi ha cambiato il mondo aveva prima avuto il coraggio di immaginarlo diverso.

Sognate, dunque. Sognate in grande. Ma poi, e questo è il passaggio che fa di un sogno qualcosa di vivo, alzatevi ogni mattina e fate una cosa concreta per avvicinarvi a quel sogno. Un passo, anche piccolo, anche lento. Perché la vita non si costruisce tutta in una volta, si costruisce gesto dopo gesto, scelta dopo scelta, con la pazienza artigiana di chi sa che nulla di bello nasce senza fatica e senza tempo.

Cosa significa davvero essere maturi.

La maturità non è la fine dell’incertezza ma è la capacità di stare nell’incertezza senza crollare. Non è avere tutte le risposte: è imparare a fare le domande giuste. Non è smettere di aver paura: è scegliere di andare avanti nonostante la paura, portandola con sé come una compagna di viaggio indesiderata ma onesta.

Siete la generazione che ha vissuto una pandemia nell’età più delicata. Avete imparato presto che il mondo può fermarsi, che la vita può essere interrotta, che niente di ciò che diamo per scontato lo è davvero. Questo vi ha fatto del male, certo. Ma vi ha anche dato qualcosa che nessun libro di testo avrebbe potuto darvi: la consapevolezza del valore del tempo, del corpo, della presenza, dell’abbraccio di una persona cara.

Maturità è quindi, alla luce di questa vostra breve ed intensa esperienza con la vita, anche saper scegliere chi essere, non solo cosa fare. È capire che il carattere vale più del curriculum, che la gentilezza è forza rarissima, che saper chiedere aiuto è un atto di coraggio e non di resa. Maturità è guardare l’altro, quello diverso da te, quello che viene da lontano, quello che parla un’altra lingua o prega un altro Dio, e vedere un dono.

Il mio augurio per voi.

Non vi auguro una vita facile perché una vita facile è una vita poco vissuta. Vi auguro una vita piena, che è cosa ben diversa. Una vita in cui abbiate il coraggio di amare davvero, di scegliere davvero, di rischiare davvero. Una vita in cui le cadute non vi spaventino perché avrete imparato che ci si rialza, e che spesso si rialza più interi di prima.

Vi auguro amicizie vere: quelle rare, preziose, un po’ scomode, che non vi dicono sempre quello che volete sentire ma che rimangono accanto quando tutto va storto. Vi auguro di trovare un lavoro che non sia solo uno stipendio ma una vocazione, qualcosa che al mattino vi faccia alzare con la sensazione di avere qualcosa di importante da fare. E se quel lavoro non esiste ancora, vi auguro il coraggio di inventarlo.

Vi auguro di non dimenticare mai da dove venite. Le vostre radici non sono un peso: sono la linfa. Sono ciò che vi permette di andare lontano senza perdervi, di crescere senza svuotarvi. Chi conosce le proprie radici può abitare qualunque parte del mondo senza sentirsi straniero a se stesso.

E vi auguro, soprattutto, di non smettere mai di meravigliarvi. La meraviglia è l’inizio di tutto: della conoscenza, della fede, dell’amore. Chi conserva la capacità di stupirsi davanti a un tramonto, a un verso di poesia, a un bambino che ride, a un gesto di gratuita bontà, porta in sé qualcosa di incorruttibile, qualcosa che nessuna crisi e nessuna delusione possono togliergli davvero.

Camminate, ragazzi. Camminate senza troppa fretta, perché la vita non è una gara e il traguardo non è il punto. Il punto siete voi, quello che diventate lungo la strada, le persone che incontrate, le scelte che fate, la luce che lasciate nei luoghi in cui passate.

Come pastore, come padre, come uomo che ha camminato abbastanza da sapere che ogni passo vale, vi benedico tutti. Vi benedico con la gioia e con la commozione di chi vi guarda partire e sa che il meglio è ancora davanti a voi.

Buona maturità. Buona vita.

Con affetto paterno,

 

      ✠   Francesco Savino

       Vescovo di Cassano all’Jonio

 

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