Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23

XV Domenica del tempo ordinario – A

Il Vangelo di questa Domenica ci presenta la parabola significativa del buon seminatore, che fa parte del terzo grande discorso su cui Matteo fa reggere tutta la struttura del suo Vangelo, appunto, quello delle parabole.

È giusto subito puntualizzare che la predicazione di Gesù non riproduceva gli schemi di quella sinagogale, cioè non voleva essere una interpretazione ufficiale della Scrittura all’interno di un contesto di istruzione liturgica. L’evangelista Matteo infatti ci dice che Gesù “non predica” ma parla, e parla in parabole. Non intende istruire e ammaestrare, né tantomeno fare lezione, ma parlare, rivolgersi, interpellare, chiamare a risposta (cfr. Marinella Perroni).

È interessante, prima di entrare in dialogo con la parabola del seminatore, considerare la Prima Lettura, tratta dal profeta Isaia: essa ci dice che la Parola che Dio manda sulla terra non torna indietro senza aver fecondato la terra, cioè senza effetto.

Ci domandiamo: come mai il Vangelo afferma la possibilità che la Parola sia inefficace? La parabola di questa Domenica ci aiuta a comprendere il rapporto, la relazione, tra Dio e l’uomo.

Il seminatore getta il seme in ogni parte con esiti diversi. L’attenzione è tutta posta sulla accoglienza di ciascuno rispetto alla Parola. Deve essere chiaro che Dio dona a tutti la Parola rispettando la libertà di ciascuno.

La parabola ci dice che il seminatore uscì a seminare e mentre seminava una parte cadde sulla strada, vennero gli uccelli e la mangiarono.

Gesù fa sapere che ogni volta che uno ascolta la Parola e non la comprende, essa viene rubata dal maligno. È così sottolineata l’importanza di custodire e interiorizzare la Parola di Dio, perché sia bussola di orientamento per la nostra vita.

Un altro seme cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciato e, non avendo radici, seccò.

Questo accade nella nostra vita quando viviamo di facili entusiasmi, quando si vive una fede molto epidermica, superficiale, senza fondamenti. Questa situazione, che spesso si viene a creare, è veramente rischiosa. Un’altra parte, è il terzo caso, cadde sui rovi, e i rovi crebbero e lo soffocarono. Anche questa situazione accade spesso nella nostra vita quando vogliamo far convivere l’obbedienza alla volontà di Dio e l’obbedienza alle “cose del mondo”. Pensiamo alle tante preoccupazioni mondane, all’idolatria delle ricchezze, ai progetti autoreferenziali, cioè a quando non vogliamo vivere radicalmente la volontà di Dio nella nostra vita.

Un’altra parte del seme cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno.

È la situazione che si verifica quando la Parola ascoltata viene accolta con gioia e viene messa in pratica, fa verità dentro di noi e disciplina i nostri stili di vita, scacciando via ogni menzogna e ogni disordine che rende instabile il nostro cuore pensante.

Ha ragione padre Ermes Ronchi quando dichiara: “Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso di cure, dipendente quasi in tutto da lei. Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d’amore. Accoglierle dentro sé con tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza. Ognuno di noi è una zolla di terra, ognuno è anche un seminatore. Ogni parola, ogni gesto che esce da me, se ne va per il mondo e produce frutto. Che cosa vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?”.

Al tempo di Gesù non erano comuni i racconti in parabole, per questo i discepoli gli chiedono conto del suo stile parabolico nell’annunciare il Regno che viene.

“Gesù risponde loro con parole che ci stupiscono, ci intrigano e ci chiedono grande responsabilità: “A voi è stata consegnata la conoscenza dei misteri del regno dei cieli”. Nel passo parallelo di Marco, a cui Matteo si ispira, queste parole di Gesù sono ancora più forti: “A voi è stato consegnato il mistero del regno di Dio” (Mc 4,11). Sì, proprio ai poveri discepoli è stato affidato e consegnato, da Dio (passivo divino), ciò che riguarda il suo regno. Per dono di Dio essi hanno accesso a una conoscenza che li rende capaci di vedere il velo alzato sul mistero, su ciò che era stato nascosto per essere svelato. Non è un privilegio per i discepoli, ma una grande responsabilità: a loro è stata data la conoscenza di come Dio agisce nella storia di salvezza!” (cfr. Enzo Bianchi).

Gesù puntualizza anche che beati sono gli occhi, gli orecchi di coloro che vedono e ascoltano ciò che sta accadendo, cioè il Regno di Dio in azione grazie alla predicazione e ai gesti di liberazione di Gesù.

Gesù accoglie anche la reazione dei suoi circa il suo stile parabolico e, nella parte finale del Vangelo di questa Domenica spiega il senso più vero, autentico e profondo della parabola del seminatore.

Interessante e significativa è la provocazione di Gesù quando dice: “Chi ha orecchi, ascolti”, cioè a tutti è data la possibilità di ascoltare e di capire il senso della sua Parola.

Questo invito è rivolto anche a noi oggi che al di là della nostra capacità di ascolto della Parola di Gesù ci deve essere una disponibilità a viverla mettendola in pratica.

“La fede che passa all’azione diventa amore, e l’amore che si trasforma in azione diventa servizio “Santa Madre Teresa di Calcutta).

Augurando a tutti una serena Domenica, chiediamo al Signore che non manchi mai a noi la sua Parola e che ci metta in condizioni, a causa della nostra fragilità, di viverla e testimoniarla.

Buona Domenica.

 

 

   Francesco Savino

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