21 Luglio 2026

Lettera di Mons. Francesco Savino: Il Pollino brucia, e con lui la nostra coscienza

Da giorni il fuoco assedia il cuore del Pollino, e lo fa come una febbre che sale di notte e non trova requie: Mormanno, Morano Calabro, Castrovillari, Saracena. Un rosario di nomi che si allunga ora dopo ora, mentre Vigili del Fuoco, Polstrada, Calabria Verde e Protezione Civile combattono una battaglia impari, con i Canadair che fanno la spola dal mare come rondini instancabili, a portare l’unica acqua che può fermare la sete di distruzione delle fiamme. Un’autostrada chiusa, quartieri sotto minaccia, famiglie che vegliano la notte guardando le montagne trasformarsi in torce: questa non è cronaca lontana, è carne viva della nostra gente.

Non possiamo più raccontarci che sia soltanto colpa del caldo. Le alte temperature sono la miccia, non la mano che l’accende. Il fuoco che vediamo sui monti è spesso lo specchio di un fuoco più silenzioso e più antico, che cova da anni sotto la cenere della nostra indifferenza sociale: territori abbandonati, paesi che si spopolano, boschi e terreni agricoli lasciati senza cura perché non conviene più a nessuno prendersene carico. Dove l’uomo si ritira, il degrado avanza come un’ombra, e in quell’ombra prima o poi si insinua chi ne fa bottino, appiccando un fuoco che sa esattamente dove e quando accendere.

Dobbiamo avere il coraggio di porci, come comunità, una domanda che è sociologica prima ancora che morale. Chi trae vantaggio dallo spopolamento delle aree interne, dall’abbandono dei terreni, dalla desertificazione economica e umana di paesi come Mormanno, dove restano sempre meno famiglie a fare da presidio naturale contro l’incuria? Un territorio abitato, curato, vissuto giorno per giorno è un corpo che si difende da solo, come un organismo sano che respinge la malattia. Un territorio svuotato di persone e di futuro è invece un corpo esposto, senza anticorpi, consegnato a chi vuole approfittarsene nel silenzio generale.

Come pastore di questa terra, non voglio limitarmi a un’omelia di circostanza. Voglio dire una parola che scuota, senza puntare il dito su singoli, ma chiamando in causa una responsabilità collettiva che rischia di assuefarsi al peggio come ci si assuefà a un dolore cronico. Non possiamo continuare a piangere la cenere ogni luglio e dimenticarcene a settembre, quando le prime piogge spengono le fiamme e, con esse, anche la nostra indignazione, pronta a riaccendersi identica l’estate successiva, in un cerchio che sembra non avere fine. Il creato non è un magazzino da svuotare né un fondale da bruciare per interessi estranei al bene comune: è casa che ci ospita, seno che ci ha generato, eredità che riceviamo in prestito e che siamo chiamati a restituire intatta, non incenerita, a chi verrà dopo di noi.

C’è un fuoco più discreto di quello che divora i boschi, ed è quello della solidarietà che si accende quando una comunità si sente minacciata. Non fa notizia come le fiamme, non lascia immagini da telegiornale, eppure è lì, in ogni gesto di chi si mette a disposizione senza clamore, che si misura la vera tenuta di un territorio. È da questo fuoco buono e ostinato che dobbiamo ripartire: non solo per rialzare ciò che le fiamme hanno distrutto, ma per tessere un legame nuovo tra le famiglie di queste terre, perché la fragilità di un territorio si combatte insieme, non da soli.

Chiedo a tutti, istituzioni e cittadini, un supplemento di responsabilità: denunciare chi delinque nell’ombra, custodire chi ancora lavora la terra, sostenere chi resiste nei nostri paesi d’alta quota invece di lasciarli morire lentamente di abbandono, molto prima che li finisca il fuoco. La prevenzione non è uno slogan da campagna estiva, è una scelta di civiltà che si semina tutto l’anno, come si semina un campo perché dia frutto.

Il Pollino è radice che nutre da secoli chi vive su questa terra, radice di storia, di identità, di futuro. Non lasciamo che diventi soltanto cenere dispersa dal vento, insieme alla nostra memoria e alla nostra responsabilità di custodi, non di spettatori.

   Francesco Savino