Il Mare che divide, il mare che accusa

Riflessione dopo i fatti di Ceuta

…«Dov’è tuo fratello?»

(Genesi 4,9)

 

Nelle ultime ore di luglio il piccolo lembo di terra spagnola di Ceuta, affacciato sulla costa africana, è stato attraversato da decine di migliaia di persone. Molte hanno nuotato nel breve tratto di mare che separa due continenti, altre hanno scavalcato le barriere. Circa ottantamila hanno perso la vita tra le onde, e altre risultano disperse. Nel giro di poche ore la maggior parte è stata ricondotta indietro, verso il confine da cui era venuta. Restano i numeri, restano le fotografie, e resta il mare, testimone muto di una ferita che interpella la coscienza di tutti.

Desidero fermarmi su questi fatti con il cuore prima che con il giudizio, perché davanti a una tragedia simile la prima parola giusta è il silenzio, e la seconda è una domanda. La domanda più antica che Dio rivolge all’uomo nella Scrittura: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). È la voce che risuona dopo il primo sangue versato, quando Caino risponde con la frase che ancora oggi attraversa la storia come una lama: «Sono forse io il custode di mio fratello?». Ecco, quei corpi restituiti dalla risacca di Ceuta ripetono a ciascuno di noi quella domanda, e attendono che troviamo il coraggio di una risposta diversa da quella di Caino.

 

Chi erano coloro che si sono gettati in acqua? Erano giovani, giovanissimi, alcuni poco più che bambini. Portavano nel corpo un desiderio semplice e immenso, lo stesso che muove ogni essere umano da quando esiste: vivere, e vivere meglio. Chi attraversa un mare a nuoto rischiando di annegare porta con sé una speranza più forte della paura della morte, e questo dovrebbe far tremare le nostre analisi comode. Soltanto una necessità estrema spinge ad affidare la propria vita alle onde. Dietro ogni traversata c’è una storia di fame, di guerra, di futuro negato, e c’è la convinzione, per quanto fragile, che dall’altra parte esista una possibilità.

 

La Sacra Scrittura conosce bene questa condizione, perché il popolo di Dio nasce da una migrazione. «Mio padre era un Arameo errante» (Dt 26,5): così l’israelita era tenuto a confessare le proprie origini presentando le primizie al Signore. La fede di Abramo comincia con un ordine di partenza, «Vattene dalla tua terra» (Gen 12,1); il popolo dell’Esodo attraversa il mare per sfuggire alla schiavitù e cercare una terra promessa; la stessa Sacra Famiglia fugge in Egitto per sottrarre il Bambino alla violenza di Erode. Il cristianesimo custodisce nel suo cuore la memoria di chi cammina, di chi cerca asilo, di chi bussa alla porta di un altro popolo. Dimenticarlo significa dimenticare noi stessi.

So bene che la realtà chiede anche prudenza, ordine e governo dei fenomeni, e che le migrazioni pongono ai governi problemi complessi che sarebbe ingenuo ignorare. So che dietro questi arrivi improvvisi agiscono anche calcoli politici, interessi diplomatici, perfino il cinismo di chi usa la disperazione dei poveri come strumento di pressione tra Stati. Proprio questo è lo scandalo più grave: la vita umana ridotta a merce di scambio, a leva negoziale, a numero in una trattativa. Papa Francesco lo ha denunciato con una parola che continua a bruciare, quella della globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza degli altri, e l’abitudine al dolore altrui è la più silenziosa delle sconfitte della coscienza.

Ricordo la prima volta che Papa Francesco, appena eletto, scelse come meta del suo primo viaggio una piccola isola del Mediterraneo dove approdano i migranti, e lì gettò una corona di fiori in mare per le vittime, chiedendo perdono per l’indifferenza del mondo. «Chi ha pianto?», domandò allora. È una domanda che oggi rivolgo a me stesso e a chiunque legga queste righe. Davanti agli ottanta morti di Ceuta, chi ha pianto? La compassione, letteralmente il patire insieme, è la soglia della nostra umanità: dove essa si spegne, comincia la barbarie, per quanto ben vestita e ben argomentata possa presentarsi.

Poche settimane prima dei fatti di Ceuta, il 4 luglio, Papa Leone XIV è salito su quella stessa isola, sulle orme del suo predecessore, e commentando la parabola del buon samaritano ha consegnato all’Europa parole che oggi suonano come una profezia compiuta. Ha ricordato che i morti del mare sono vittime tanto delle decisioni assunte quanto delle decisioni mancate, e ha parlato di una chiamata epocale rivolta alle società europee: l’Europa, per la sua storia, per la sua cultura, per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, possiede un potenziale unico e porta una responsabilità pari a quel potenziale. Essa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, «inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo», capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone migranti, e insieme di lavorare allo sviluppo dei popoli, perché partire torni a essere una libera scelta e la dignità di ogni persona resti custodita. Il passaggio decisivo indicato dal Papa è chiaro: dalla semplice gestione delle emergenze a politiche organiche e condivise, compito delle istituzioni pubbliche, della società civile e della Chiesa intera. Ceuta grida al mondo l’urgenza di quel passaggio: dove la politica si ferma all’emergenza, la fretta evangelica di passare oltre diventa sistema, e il samaritano resta l’eccezione dove dovrebbe essere la regola.

Vorrei dire con chiarezza che riconoscere la dignità di queste persone nulla toglie alla legittima ricerca di regole giuste. La giustizia e la misericordia restano alleate: nella Scrittura camminano insieme, perché «amore e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11). Una politica autenticamente umana sa tenere unite la sicurezza dei popoli e la sacralità di ogni vita, sa distinguere il governo dei confini dal disprezzo dei volti, sa cercare accordi tra le nazioni senza mai calpestare l’ultimo, il più fragile, colui che sta annegando. Il criterio del Vangelo è definitivo e resta senza sconti: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Su questo, dice Gesù, saremo giudicati tutti, popoli e persone.

Il mare del Mediterraneo, che le civiltà hanno chiamato culla della loro storia, rischia oggi di diventare il più grande cimitero del nostro tempo. Eppure l’acqua del mare, nella Scrittura, sa essere anche strada di salvezza: nell’Esodo il popolo attraversò il Mar Rosso per passare dalla schiavitù alla libertà, e San Paolo lesse quel passaggio come figura del battesimo, quando scrisse che i padri «furono tutti battezzati nella nube e nel mare» (1 Cor 10,2). Lo stesso mare che divide potrebbe allora tornare a unire, se lo attraversassero ponti invece di respingimenti, corridoi umanitari invece di barriere, accoglienza ordinata invece di calcoli disumani. Il mare resta innocente: siamo noi a decidere se farne una tomba o una strada. Ogni onda che restituisce un corpo è un’accusa e, insieme, un appello a convertire lo sguardo.

A chi governa i popoli chiedo, con il rispetto e la libertà che il Vangelo mi impone, di ricordare che la storia giudicherà questa generazione sui volti che avrà accolto, prima ancora che sui confini che avrà difeso. Ai credenti chiedo di pregare e di agire, perché una fede che vede il fratello annegare e volta lo sguardo tradisce il proprio Signore. A me stesso, e a ogni persona di buona volontà, chiedo di custodire viva la capacità di commuoversi, che è già l’inizio di ogni giustizia.

Affido al Signore della vita coloro che il mare di Ceuta ha inghiottito. I loro nomi, che noi ignoriamo, sono scritti nel palmo delle sue mani (cfr Is 49,16). Ognuno di loro resta presente agli occhi di Dio, che raccoglie ogni lacrima in un otre (cfr Sal 56,9) e conosce il numero dei capelli del nostro capo. Prego perché la loro morte scuota le nostre coscienze assopite e diventi seme di un mondo più giusto, dove il diritto a sperare trovi finalmente strade sicure al posto delle onde.

  Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Jonio

4 agosto 2026

 

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