19 Agosto 2026

Talità Kum

«Fanciulla, io ti dico: àlzati!» (Mc 5, 41)

Parola per Ornella Forastefano, uccisa nella notte dell’Assunta.

 

Esistono notizie che arrivano nel pieno di una festa e la spengono in un istante, lasciando le luminarie accese sopra un silenzio che resta impossibile da riempire, ed è precisamente quanto è accaduto alla nostra Chiesa nelle ore in cui il Ferragosto calabrese si consumava tra le processioni, le tavole imbandite e i fuochi accesi sul mare. Prendo la parola con il cuore pesante e con la responsabilità che il ministero mi consegna, consapevole che davanti a una donna uccisa il silenzio di un vescovo assomiglierebbe a una complicità, e persuaso che la comunità affidata alla mia cura abbia diritto a una riflessione capace di andare oltre lo sgomento delle prime ore, per nominare con verità ciò che è avvenuto in mezzo a noi e per indicare la strada che ci attende.

Il quindici agosto la Chiesa canta l’Assunzione di Maria al Cielo e proclama una verità che riguarda ogni donna della terra, ogni persona, poiché afferma che il corpo di una donna è stato accolto in cielo, glorificato, custodito per sempre dalla corruzione e collocato accanto a Dio come primizia di ciò che attende l’umanità intera. Nella stessa notte, dentro la mia diocesi, il corpo di una donna veniva percosso fino alla morte e abbandonato davanti all’ingresso di un ospedale, ridotto a oggetto da colpire e da lasciare al buio, e tra queste due immagini corre l’intera distanza che separa il Vangelo dal peccato del mondo, sicché il compito della Chiesa consiste oggi nel gridare, con tutta la voce che possiede, che la prima dice la verità dell’ “essere umano” mentre la seconda ne ripete la “menzogna più antica”.

Dico il suo nome, e chiedo a ciascuno di ripeterlo, perché le donne uccise scivolano con facilità dentro una statistica che si aggiorna ogni pochi giorni e che proprio per la sua regolarità finisce per anestetizzare le coscienze, mentre il nome resiste e obbliga a guardare un volto. Ornella era una figlia di questa terra, la madre di due ragazzi, Maria e Ettore, una lavoratrice che ogni mattina alzava insieme a loro la saracinesca del bar che gestivano nel centro di Trebisacce, e possedeva il diritto intero di invecchiare, di vedere crescere i suoi figli, di sedersi ancora al sole di un altro agosto.

Tra i molti particolari che le cronache riferiscono, uno soprattutto mi trattiene, e riguarda quella soglia: qualcuno l’ha condotta davanti a un ospedale e l’ha lasciata lì, sola, nel buio, a pochi metri dalle mani che avrebbero potuto ancora tentare di salvarla, e poi si è allontanato nella notte. Il Vangelo racconta di un samaritano che caricò il ferito sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e chiese all’albergatore di prendersi cura di lui, promettendo di saldare al ritorno ogni spesa (cfr Lc 10,34-35), e in quella soglia deserta di Trebisacce si è consumato il rovescio esatto della parabola, poiché il corpo è stato depositato e la cura è stata affidata alla fuga. Lì si vede la forma che il male assume quando giunge fino in fondo, perché colpisce e subito dopo si sottrae allo sguardo, lasciando ad altri il compito di raccogliere ciò che ha spezzato.

Da vescovo sento il dovere di risalire alla radice, e la radice sta scritta nelle prime pagine della Bibbia, là dove la Scrittura fonda ogni diritto umano affermando che Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò (Gen 1,27), e stabilendo così una uguaglianza di immagine, di dignità e di destino che precede ogni legge e ogni costume. Poche righe più avanti, mentre descrive le conseguenze prodotte dal peccato, la Genesi annota che l’uomo dominerà sulla donna (cfr Gen 3,16), e conviene dire con chiarezza che quella riga descrive una ferita anziché prescrivere un ordine, poiché le generazioni che l’hanno letta come volontà divina hanno commesso un errore di cui paghiamo ancora oggi il prezzo. Il dominio maschile appartiene al disordine entrato nel mondo insieme al peccato, e Cristo è venuto precisamente per guarirlo, come dimostrò il giorno in cui si mise “in piedi tra una donna e le pietre” già strette nelle mani dei suoi accusatori (cfr. Gv 8,7).

Aggiungo, con la libertà che quest’ora richiede, che anche noi uomini di Chiesa siamo chiamati a un serio esame di coscienza, poiché per secoli una certa predicazione ha raccomandato alle donne la sopportazione, ha chiamato pazienza ciò che era soggezione e ha consigliato di salvare il matrimonio perfino a prezzo dell’incolumità personale. Quella pagina resta chiusa per sempre, e al suo posto la Chiesa afferma oggi che ogni donna la quale subisca violenza possiede il diritto pieno di andarsene, e che il dovere della comunità cristiana consiste nell’aiutarla concretamente a farlo, accogliendola, sostenendola, accompagnandola,  nella ricerca di un lavoro e nella cura dei figli, poiché la vita di una donna vale infinitamente più della conservazione di una convivenza violenta.

Rivolgo ora la parola agli uomini, poiché questa resta anzitutto una questione nostra e continuare a trattarla come un problema delle donne costituisce già una forma di fuga. La violenza contro le donne nasce da una cultura maschile del possesso che sopravvive travestita da amore, e i suoi segnali compaiono molto prima del sangue, nel controllo del telefono, nella gelosia che isola dalle amiche, nella voce alzata dentro casa, nella battuta che umilia davanti agli altri, nel denaro amministrato come strumento di dipendenza. Amare significa desiderare e custodire la libertà dell’altra persona, sicché chi pretende di possedere ha già smesso di amare da tempo, e chiedo perciò a ogni uomo di esaminare con onestà le proprie parole e i propri gesti, e a ogni padre di insegnare ai figli maschi che la forza fisica esiste per custodire e non per far male agli altri, alle donne. Dico infine, con altrettanta chiarezza, che il dolore di questi giorni appartiene a tutti noi e merita rispetto, sicché chiunque tentasse di usarlo per alimentare sospetti verso gli stranieri tradirebbe la memoria di Ornella, perché la violenza contro le donne attraversa tutte le lingue, tutte le classi sociali e tutte le nazioni, e in Italia parla nella grande maggioranza dei casi la nostra stessa lingua.

Alle donne che vivono nella paura e che forse stanno leggendo queste righe desidero dire una cosa sola, e cioè di chiedere aiuto oggi, poiché il numero antiviolenza 1522 risponde gratuitamente giorno e notte, i centri antiviolenza del territorio accompagnano con competenza e riservatezza, e le nostre parrocchie insieme alla Caritas diocesana restano case aperte per chiunque cerchi ascolto e una via d’uscita. Chiedere aiuto è un atto di coraggio verso se stesse e verso i propri figli, e a chi sa, a chi sospetta, a chi ha visto un livido e ha scelto di tacere ricordo che una parola detta in tempo salva una vita, perché il silenzio dei vicini rimane il migliore alleato di chi picchia.

Il mio pensiero va infine ai due figli di Ornella, che hanno perduto la loro mamma e alla comunità di Trebisacce che si ritrova sgomenta davanti a una saracinesca abbassata, e a loro assicuro la preghiera e la vicinanza concreta della Chiesa diocesana, oggi come nei mesi in cui i riflettori si saranno spenti e resterà soltanto la fatica quotidiana di ricominciare.

Chiudo con la scena evangelica che porto nel cuore da quando ho ricevuto la notizia, quella di Gesù che entra nella stanza dove giace una ragazza morta, prende la sua mano dentro la propria e le dice in aramaico talità kum, fanciulla, io ti dico: àlzati (Mc 5,41). Dio si china sempre dalla parte di chi è stato gettato a terra, e le sue mani cercano le mani delle donne uccise per rialzarle dentro una vita che resta ormai al riparo da ogni violenza. Prego perché Maria, la donna assunta in cielo con il suo corpo di carne, accolga Ornella proprio nel giorno della sua festa e le restituisca intera la bellezza che le hanno strappato, e prego perché questa morte diventi per la nostra terra il principio di un risveglio: Ornella, àlzati, la tua comunità ti ha ascoltata troppo tardi, e da oggi si impegna ad ascoltare in tempo tutte le altre.

Cassano allo Ionio, 17 agosto 2026

 

✠   Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Jonio