
Quattro uomini. Quattro vite. Quattro corpi ridotti in cenere sulla Statale 106, in quella striscia di Calabria che conosce il mare e conosce il sangue, spesso insieme. Quando ho appreso la notizia di quanto accaduto ad Amendolara, il cuore si è fermato un istante e poi ha ripreso a battere con il peso di una domanda che non trova risposta: come è possibile che un essere umano arda vivo, o venga dato alle fiamme da mani umane, e il mondo continui a girare come se niente fosse?
Le notizie che giungono sono ancora frammentarie, le indagini in corso. Ma quello che già sappiamo basta a ferire la coscienza: sarebbero cittadini pakistani, migranti da tempo presenti sul territorio, persone che avevano attraversato il Mediterraneo portando sulle spalle la speranza di una vita degna. Sono morti in una mattina qualunque, in un distributore di carburante, tra le fiamme di un rogo che gli investigatori ritengono difficilmente accidentale. Quattro nomi che ancora non sappiamo. Quattro famiglie che da qualche parte nel mondo aspettano una telefonata che non arriverà mai.
Non mi appartiene il compito di anticipare la giustizia degli uomini, né di sostituirmi agli inquirenti. Ma mi appartiene, come pastore, come credente, come uomo che vive su questa terra, il dovere di alzare la voce. Il dovere di dire che questa violenza, se violenza è stata, come sembra, è un’offesa a Dio, che in ogni volto umano ha impresso la propria immagine. È un atto che grida vendetta al cielo, nel senso più biblico e più vero di quella espressione.
Viviamo in un tempo in cui il corpo del migrante è diventato merce di scambio, strumento di sfruttamento, oggetto di paura politica. Le nostre coste sono il confine tra due mondi che non riescono a parlarsi, e spesso quel confine è segnato dal dolore. Queste quattro persone erano arrivate fin qui. Avevano attraversato il mare. Avevano trovato un posto in cui vivere. Eppure non è bastato per salvarle.
Chiedo alle autorità competenti di fare luce su questa vicenda con la massima determinazione e senza indugi. Chiedo che si faccia tutto il possibile per dare un nome, un volto, una storia a ciascuna di queste vittime, perché non diventino soltanto un numero nella cronaca nera di un’estate calabrese. Ogni vittima ha diritto alla verità. Ogni vittima ha diritto che la sua morte non sia sepolta sotto il silenzio o l’indifferenza.
Chiedo anche a questa comunità, alla Calabria che soffre e che spesso si vergogna di sé stessa, di non voltarsi dall’altra parte. Di non cedere alla tentazione di considerare queste morti come qualcosa di distante, di estraneo, che riguarda altri. Quelle fiamme hanno bruciato sulla nostra terra. Quella cenere è la nostra cenere. E il silenzio complice è sempre, in qualche misura, una forma di corresponsabilità.
Prego per queste quattro persone. Prego per chi li amava e ancora non sa. Prego perché la verità venga a galla, integra, senza compromessi. E prego, con dolore e con speranza insieme, perché questa terra torni a essere terra di accoglienza e non di morte.
Il Signore accolga nella sua misericordia questi fratelli lontani, pellegrini come tutti noi sulla terra. E illumini le coscienze di chi ha ancora la possibilità di scegliere tra la vita e la morte, tra la luce e le tenebre.
† Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Ionio
Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana
Cassano all’Ionio, 1 giugno 2026
