Chiusura dell'anno giubilare in Diocesi

Domenica fra l’ottava del Natale

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

Sir 3, 3-7.14-17a; Col 3, 12-21; Sal 127; Mt 2, 13-15. 19-23


Il Giubileo della speranza che oggi si chiude nelle chiese locali ci interroga su come da domani, dico domani, apriremo spazi sicuri di speranza e fiducia nelle nostre comunità.

Nel Vangelo di questa domenica tre parole ritornano con insistenza e hanno catturato la mia attenzione:

La prima parola è Alzati che ricorre ben 4 volte. A Giuseppe viene ripetuto di alzarsi spesso, ma in questo imperativo c’è una scelta di tutta la famiglia. Santa perché in ascolto della voce di Dio! Questo Giubileo è stata un’occasione per rendere sante le nostre vite e le nostre famiglie: ma Dio ci interpella! Ti sei alzato durante questo anno santo? Ti sei alzato dai tuoi fallimenti? Dalle tue cadute? Dalle tue pigrizie? Dalle tue rassegnazioni? Spero che quest’anno giubilare non sia stato semplicemente un pellegrinaggio ameno nella Città eterna, ma l’occasione per cambiare vita a contatto con la misericordia di Dio. Al n.23 della Bolla “Spes non confundit” così scriveva papa Francesco: “La Riconciliazione sacramentale non è solo una bella opportunità spirituale, ma rappresenta un passo decisivo, essenziale e irrinunciabile per il cammino di fede di ciascuno. Lì permettiamo al Signore di distruggere i nostri peccati, di risanarci il cuore, di rialzarci e di abbracciarci, di farci conoscere il suo volto tenero e compassionevole”.

La seconda parola è Sogno che compare 3 volte nel vangelo di oggi. Giuseppe resta nella relazione con il Signore perché accoglie la visita di Dio. Nei sogni, secondo la Sacra Scrittura, Dio continua a parlarci e a indicarci la strada verso la vita, la libertà e la felicità. Se ascoltassimo con più spontaneità i nostri sogni ma soprattutto i sogni dei più poveri e dei più vulnerabili. Sperare vuol dire anche rendere legittimi i nostri sogni, parlarne, condividerli, pensare in grande. L’opposto della speranza è smettere di sognare, cedere alla filosofia della lamentela. Chi sogna invece crede che il bene esiste e che ci sono persone che lo vivono: basta saper guardare, non fermarsi alla superficie! Ma sognare come Giuseppe vuol dire anche accogliere il sogno di Dio per la nostra Chiesa e la nostra società. Dio non può che coltivare sogni di pace e giustizia: così papa Francesco al n.8 della bolla: “è troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte?”. Aggiungo: è troppo sognare che la nostra Diocesi possa crescere nella carità e nel perdono reciproco? Nella sinodalità e nella corresponsabilità? È troppo sognare che il nostro territorio sia liberato dal cancro della criminalità organizzata e dall’inquinamento?

Infine la terza parola è Bambino che appare 6 volte. Giuseppe e Maria accolgono Dio nella debolezza di quel bimbo. Proteggono, abbracciano e crescono Dio tra le loro mille paure e imprevisti. Dio come un bambino, vuole ancora oggi essere protetto e preso per mano. Desidera le nostre attenzioni e il nostro affetto, ha bisogno di noi. Gli manchiamo se lo abbandoniamo.

La speranza nasce ogni volta che ci ricordiamo di Lui e lo accogliamo nella mangiatoia della nostra storia, senza paura o indifferenza. Il bambino ci ricorda anche ciò che siamo stati: i sogni a cui avevamo promesso fedeltà. Il bambino che è in noi esprime lo specchio delle ferite che ci portiamo dentro e che Dio vuole guarire. Chiudere l’anno santo 2025 è perciò un atto di grande responsabilità sociale: quale speranza trasmetto ai miei figli e ai miei nipoti? Quale speranza consegno alla mia famiglia? Quale speranza mi accontento di nutrire?

Al n. 9 della bolla Francesco scriveva: “La comunità cristiana perciò non può essere seconda a nessuno nel sostenere la necessità di un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica, e lavori per un avvenire segnato dal sorriso di tanti bambini e bambine che vengano a riempire le ormai troppe culle vuote in molte parti del mondo. Ma tutti, in realtà, hanno bisogno di recuperare la gioia di vivere, perché l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26), non può accontentarsi di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali.

Ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando una tristezza che si annida nel cuore, rendendo acidi e insofferenti”.

Chiesa di Cassano all’Jonio, alzati e sogna con Dio un futuro degno per i tuoi bambini!

   Francesco Savino

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