Fermare l’ora che divora: lettera al Bambino che disarma il mondo

Gesù Bambino,

ti scrivo da una terra che conosce la polvere e la luce, dalla Calabria dove il mare sembra pregare senza parole e le colline portano addosso il peso di troppe promesse mancate. Ti scrivo, Bambino, non per abitudine devota né per un esercizio di stile, ma perché mi brucia dentro una domanda semplice e tremenda: come si fa a restare umani, quando tutto accelera e ci scortica?

Tu arrivi come una radicale smentita.

Non come una teoria, non come un’idea che consola, ma come una presenza che rende inservibili i nostri alibi: la follia di Dio che si è fatto uomo. Sì, uomo. Non un simbolo levigato, non un altare lontano, ma carne che trema, respiro corto, bisogno di braccia. E già questo è un giudizio sul nostro mondo: noi che veneriamo la prestazione e scartiamo la fragilità, tu ti consegni alla debolezza come trono. Tu la esalti, la consacri, la rendi habitat di senso.

Bambino, oggi il tempo non scorre: divora.

Ci rincorre con un frastuono che chiamiamo “normalità”, ci trascina come foglie in piena, ci rende estranei persino a chi ci siede accanto. Le giornate si sfilacciano, le case si riducono a dormitori freddi, quasi inabitabili, le piazze si svuotano di sguardi e si riempiono di vetrine. Io te lo confesso: vorrei fermare il tempo. Vorrei sottrarlo all’idolo dell’urgenza, spezzare la tirannia dell’immediatezza, ridare respiro alle ore. Vorrei che tornassimo a misurare la vita non con l’efficienza, ma con la fedeltà: fedeltà ai volti, ai legami, alla parola data, al pane spezzato.

Per questo ti scrivo: per chiederti il miracolo più difficile, quello che non cerca fanfare.

Fa’ rinascere il noi.

Non un “noi” da slogan, non un “noi” di facciata, ma una comunione che costa, che implica rinunce, che educa. Una trama condivisa capace di togliere l’io dal centro, quell’io disfunzionale e sregolato che diventa misura di tutto e che poi si scopre desolato, esausto, senza un centro non violato dove riposare. Un’appartenenza che non sia branco, ma comunione; non recinto, ma tavola; non identità armata, ma ospitalità. Una fraternità capace di chinarsi con mitezza e rialzare con rispetto.

Bambino, guarda le nostre città: siamo pieni di connessioni e poveri di vicinanza.

Siamo informati e disorientati. Abbiamo parole ovunque e ascolto quasi da nessuna parte. Viviamo come se la tenerezza fosse una debolezza e la mitezza una perdita di tempo. Ma tu, nella tua piccolezza, rovesci la gerarchia: mostri che la forza vera non è dominare, ma custodire. Che l’autorità non è imporre, ma generare.

E allora, Bambino, ti depongo il grido del mondo che sta bruciando.

Non è un’immagine: è un fatto.

Più di sessanta guerre, ferite aperte come fiumi di cenere. Bambini senza sonno, madri senza tregua, padri senza ritorno.

Ti invoco una pace che non sia anestesia. Una pace impastata di giustizia, perché quando la pace si sfila dalla giustizia diventa silenzio imposto, ordine di pochi, tranquillità per chi può permettersela.”

Dona ai potenti il coraggio di perdere la presa: di mollare l’osso del dominio, perché non siano divorati i piccoli.

Spezza la catena dell’orgoglio nazionale, delle vendette presentate come diritto, della propaganda travestita da ragione.

Converti le mani che contano i proiettili in mani che contano i giorni della tregua.

E se ti sembra troppo, ricordaci almeno che nessuna guerra è “normale”, che nessun massacro è “necessario”, che nessuna vita è “collaterale”.

Ti consegno anche le piaghe che non fanno più notizia.

Ti porto le piaghe che non salgono più alla ribalta: solitudini che serpeggiano nei condomìni come fumo, depressioni occultate dietro sorrisi di buona creanza, dipendenze che promettono tregua e poi esigono l’anima. Ti consegno famiglie allo stremo, giovani senza costellazioni, anziani trattati come scarti gentili; gli immigrati ai crocicchi delle strade, spaesati, con la vita stretta in una busta e la dignità in proscrizione. Ti presento periferie dove la speranza è moneta rara e parole spezzate: di chi non regge più, di chi ha perduto lavoro e nome nello stesso giorno, di chi ha ricevuto una diagnosi come una sentenza, di chi porta lutti senza rito interiore. Bambino, entra lì: nei letti d’ospedale, nei corridoi dell’attesa, nei ritorni a mani vuote, nelle notti in cui la preghiera è un filo e chi lo stringe teme di spezzarlo.

Fa’ che la Chiesa resti nuda: non più truccata, non più corazzata. Spogliata di privilegi, leggera di facciate, liberata dall’ansia di contare più che amare, dal morbo sottile delle velleità carrieristiche che irrigidisce il cuore e addomestica il Vangelo.

Fa’ che non abbia nostalgia del potere, ma fame di Parola; che non cerchi protezioni, ma attraversamenti; che non si rannicchi nella ripetizione, ma lasci che ogni gesto liturgico riparta da un incendio: le Beatitudini. Non porpore, ma pane. Non incenso di maniera, ma respiro dei poveri. Non formule decorative, ma criteri di realtà. Non un’etica per “anime pie”: una rivoluzione dell’umano.

Rendici mendichi di bene, non proprietari di nulla.

Non poveristi, non ingenui, non esteti della miseria: poveri nel senso più alto, cioè liberati dall’avidità che ci indurisce, dalla vanità che ci rende teatrali, dall’accumulo che ci illude di essere al sicuro. Poveri che non disprezzano la fragilità, perché tu l’hai resa luogo di incontro.

Insegnaci, Bambino, le “salutari utopie”.

Non consolano: destano. Non fuggono: interrogano. E hanno avuto testimoni che le hanno sigillate nella vita, Follereau e l’Abbé Pierre, ripetendo al mondo che nessuno è troppo “ultimo” per essere abbracciato, che la carità senza giustizia non cambia la storia, che la dignità passa da casa, pane, lavoro, diritto.

Donaci non l’eroismo da vetrina, ma la fedeltà che non contratta la verità quando costa. Donaci la serietà di Bonhoeffer: una fede che non cerca alibi, che non riduce Dio a “tappabuchi”, che non usa il sacro per evitare la responsabilità. E donaci il coraggio di riconoscere che anche l’uomo più lontano può essere abitato da una sete che lo supera, e che la grazia non ha confini di partito o di linguaggio.

E poi, Bambino, strappa i nostri occhi alla cecità veloce.

E insegnaci perfino a non adorare le immagini: perché oggi siamo saturi di figure e digiuni di presenza. Persino la pop art ci mette davanti un paradosso: ripetiamo volti e simboli fino a svuotarli. Bambino, salva i nostri occhi: rendili capaci di vedere davvero, di non sbriciolare l’umano in frammenti d’attualità, come una rassegna che passa e non lascia impronta.

Io non ti imploro un Natale estetico.

Non ti chiedo la commozione facile, ma un urto benefico. Spezza l’incantesimo che ci ha resi spettatori della sofferenza altrui; ridonaci il coraggio della cura della vita minuta: quella che si sporca, che perde tempo, che resta. Perché se viene meno la comunità, la democrazia si sbriciola, l’educazione si intristisce, la cura si fa meccanica e muta, la fede si riduce a ornamento.

Bambino, tu che non hai scelto il palazzo ma una mangiatoia, metti nel nostro cuore una speranza che non sia balsamo d’oblio, ma nerbo. Che tutto si sciolga in un impeto dirompente di speranza: non come ottimismo, ma come decisione di vita. Una speranza che faccia alzare chi è a terra, che faccia parlare chi è stato zittito, che faccia scegliere il bene anche quando non conviene.

E se devo dirti il mio desiderio più semplice, eccolo:
fa’ che torniamo a riconoscerci.

Che la giustizia smetta di essere parola di convegni e diventi necessità feriale. Che la pace non sia un cartello, ma una prassi. Che la Chiesa, spogliata e luminosa, profumi davvero di rugiada mattutina dopo notti di piogge incessanti: non profumo artificiale, ma freschezza di Vangelo.

Gesù Bambino,
entra nelle nostre ore stanche.
Fermale, se serve.
E ricomincia da noi.  Amen.

 

✠    Francesco Savino

      Vescovo di Cassano all’Jonio

                                                                                        

 

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