Cari fratelli e sorelle, oggi non celebriamo semplicemente una tradizione o una festa tra le tante.
Non custodiamo soltanto una memoria del passato. Oggi il nostro paese, tutta Cassano, si raccoglie attorno al Santissimo Crocifisso, e in questo legno innalzato riconosce il cuore della propria storia.
Quante generazioni hanno alzato lo sguardo verso questo volto!
Quanti dolori sono stati affidati a queste mani trafitte!
Quante lacrime, quante promesse, quante speranze sono passate sotto questo sguardo silenzioso!
Il Crocifisso non è un simbolo generico. È la prova che Dio non ci ha amati per finta, che non si è tirato indietro davanti alla sofferenza umana.
È la certezza che Dio non ha abbandonato la nostra terra. È la rivelazione di un amore che resta quando tutto sembra venir meno.
In questa festa patronale, non veniamo soltanto a chiedere grazie. Veniamo a contemplare e a chiederci: che cosa dice oggi a noi, alla nostra comunità, questo Cristo innalzato?
Riassumo, sintetizzo, in due punti: contemplare e amare
Contemplare l’amore ferito
La prima lettura di oggi ci conduce nel deserto (Nm 21,4-9). Siamo nella fase finale dell’esodo. Il popolo di Israele ha già lasciato l’Egitto da molti anni. Non è più schiavo, ma è ancora in cammino verso la terra promessa.
Il capitolo 21 dei Nm si colloca durante il lungo aggiramento del territorio di Edom. Il viaggio si prolunga, il popolo è stanco, la promessa sembra lontana. E allora nasce la mormorazione contro Mosé e Aronne: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto?». Non è solo lamentela. È sfiducia. È dire: “Dio non ci sta portando alla vita”. E allora compaiono i serpenti. Il racconto non vuole spiegarci un fatto naturale, ma una dinamica spirituale: quando la lamentela diventa sterile, quando il cuore si riempie di sfiducia, il veleno entra dentro. Il peccato è così: non uccide subito, ma paralizza lentamente.
Ma Dio non abbandona il suo popolo. Dice a Mosè di innalzare un segno paradossale, un serpente di bronzo: chi lo guarda, vive. Non si tratta di un oggetto magico, ma di un atto di fiducia in Dio.
Nel Vangelo Gesù, durante il dialogo notturno con Nicodemo, interpreta la sua Croce alla luce del serpente di bronzo (Nm 21,4-9). Come nel deserto il popolo guariva guardando il segno innalzato, così ora la salvezza viene dal guardare con fede il Figlio dell’uomo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo… ».
Nel Vangelo di Giovanni il verbo “innalzare” (hypsōthēnai) ha un doppio significato:
- innalzare fisicamente → la Croce
- innalzare gloriosamente → la glorificazione
Il vertice del Vangelo di oggi è: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito…» Nel contesto giovanneo “mondo” (kosmos) non indica solo l’umanità buona, ma anche quella chiusa, peccatrice, ostile. È un amore preveniente, gratuito. La differenza è decisiva: nel deserto si guariva dalla morte fisica; in Cristo si riceve la vita eterna.
Ancora più sorprendente è: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
La Croce è il nuovo e definitivo segno innalzato. Non è un amuleto, è una rivelazione: è gloria. È il momento in cui si manifesta pienamente chi è Dio. Non un Dio che punisce, ma un Dio che ama in una misura smisurata, fino a dare il Figlio; e, nel Figlio, fino a dare tutto se stesso.
Contemplare il Crocifisso è contemplare l’amore folle di Dio per noi! Ora, pensando al racconto del libro dei Numeri, chiediamoci: quali sono oggi i serpenti che mordono la nostra terra? Quali sono le ferite che attraversano la nostra povera terra?
Tra le tante, oggi ne indico quattro che riassumo in “4 D”: la “desolazione” sociale, la delinquenza, il disagio giovanile e la divisione.
- la “desolazione” sociale
Nel nostro amato territorio si respira una stanchezza. Povertà che cresce silenziosa. Sanità ridotta al lumicino. Famiglie sotto pressione. Poco lavoro e talvolta sfruttato. Sempre più case vuote. Migrazione dei giovani. Quella che si potrebbe dire: “debolezza sociale”.
Ma perché parlo di desolazione sociale? Perché, purtroppo, la constatazione di queste debolezze anziché trasformarsi in energia positiva e impegno costruttivo, spesso degenera in apatia e rassegnazione: “Non cambierà mai nulla”.
Guardare il Crocifisso significa credere che l’amore ha sempre l’ultima parola, che anche nel deserto può nascere vita. Significa non limitarsi a lamentarsi, ma scegliere piccoli gesti concreti di corresponsabilità, solidarietà, impegno. Cristo non fugge il deserto: lo attraversa.
- Delinquenza
La delinquenza è spesso il frutto amaro di un deserto interiore e della desolazione sociale: quando manca il lavoro, quando si spezza la fiducia, quando si cresce senza riferimenti, quando si pensa che ciò che contano sono gli idoli di questo mondo (soldi facili, piacere, potere), il serpente trova spazio. La delinquenza non è solo un fatto giudiziario. È una ferita culturale.
Si parte dagli espedienti per “arrotondare” sino alla malavita organizzata, che come un fitto substrato soffoca attività, controlla economia, appalti e mercato. Gli intrecci di potere, gli scambi di favori, la ricerca di maggiori guadagni porta a cercare alleanze di potere che si ramificano pericolosamente con la connessione ad ambienti mafiosi o alla massoneria deviata.
Per non parlare di quanti, impoveriti, si rivolgono agli usurai, già dal grande Antonio di Padova definiti divoratori dei poveri, capaci di stritolare i poveri con i loro “denti molari” e paragonandoli a serpenti o appunto, parassiti che succhiano il sangue dei bisognosi.
È chiaro, il male va chiamato per nome ma la giustizia è necessaria e urgente. Accanto a Gesù, sulla croce, c’è un colpevole, che si pente. E una parola di misericordia gli riapre il futuro: “oggi sarai con me nel paradiso”. Questo non giustifica il male, ma afferma che nessuno è riducibile al suo errore.
Una comunità che guarda il Crocifisso chiede legalità, e al contempo investe in educazione, presenza, accompagnamento.
- Disagio giovanile
Non sempre fa rumore, ma si vede negli sguardi spenti, nella fatica di sognare, nella sensazione di non avere un posto nel futuro. Molti giovani vivono tra precarietà, solitudine, mancanza di opportunità, e talvolta cercano altrove ciò che qui non riescono a trovare: senso, riconoscimento, speranza. Il rischio più grande non è solo che partano, ma che interiormente si arrendano. Che smettano di credere in se stessi e nella propria terra. Accontentandosi di vivacchiare anziché vivere.
Per questo una comunità cristiana non può limitarsi a preoccuparsi dei giovani: deve camminare con loro, ascoltarli, dare fiducia, creare spazi di responsabilità e di futuro. Perché dove un giovane ritrova speranza, lì il deserto comincia a fiorire.
- Divisione
Una ferità che graffia profondamente la mia coscienza di Pastore sono le divisioni. Le divisioni nascono quando ognuno difende la propria opinione, il proprio orgoglio, il proprio “io”. Quando contano più le posizioni che le relazioni.
Le divisioni entrano nelle famiglie, quando si smette di ascoltarsi.
Entrano nelle comunità, quando si parla (male) gli uni degli altri anziché gli uni con gli altri. Entrano nella società, quando il sospetto prende il posto della fiducia, quando ciascuno difende il suo piuttosto che impegnarsi per il bene comune.
Le divisioni rendono tutto più fragile. Una società già debole diventa più vulnerabile se è divisa.
Cassano è una città troppo divisa in se stessa!
Divisioni dentro e tra le associazioni! Divisioni tra famiglie! Divisioni tra chi si impegna e fa politica! Non sto evidentemente invocando l’omologazione o la omogeneizzazione ma, come Vescovo, chiamo tutti ad una riconciliazione vera e reale nel rispetto delle rispettive appartenenze. Appartenere non significa denigrare l’altro che appartiene a una visione politica diversa. L’unità nella diversità mi sembra il paradigma culturale che deve sostenerci e accompagnarci. La convivialità delle differenze vissuta nel rispetto reciproco. Non dimentichiamo che il Crocifisso è il luogo della riconciliazione.
Ed ecco allora il secondo ed ultimo punto: dal contemplare all’amare.
Contemplando il crocifisso, proiettandoci tutti davanti al Crocifisso, possiamo fare l’esperienza non solo di ammirare un Cristo appeso, o un’opera d’arte che suscita commozione, ma possiamo ascoltare, così da sentire anche la sua voce che anche oggi ci ripete: “amatevi come io vi ho amato”.
E come ci ha amato? San Paolo lo ha ricordato nella seconda lettura, tratta dalla lettera ai Filippesi (2,6-11). Paolo chiede: unità di sentimenti, umiltà, niente rivalità o vanagloria, considerare gli altri superiori a se stessi. E conclude: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù».
Paolo poi continua: Cristo, pur essendo di condizione divina, non si aggrappò, ma svuotò se stesso, si abbassò fino alla croce — e proprio per questo Dio lo esaltò.
Se vogliamo guarire dalla divisione ed essere artigiani di pace, è necessario imparare la via della kenosi, l’arte dell’abbassamento: imparare a dialogare, a rispettare le differenze, a valorizzare gli altri; imparare a chiedere perdono. Imparare a fare il primo passo. Perché la divisione si alimenta dell’orgoglio, ma si scioglie nell’umiltà. Sant’Agostino dice: «Dove c’è umiltà, lì c’è carità; dove c’è carità, lì c’è pace.»
La Croce non elimina le differenze; ci aiuta a costruire l’unità nella diversità, a creare l’armonia dei carismi, impedendo che le diversità diventino separazioni. Papa Francesco ha più volte ricordato: «L’unità è superiore al conflitto» (Evangelii Gaudium, 228). Non significa negare i conflitti, ma attraversarli senza lasciarsene imprigionare.
In questa festa del Santo Crocifisso, che è identità e promessa, facciamo nostre le parole del poverello di Assisi, nell’ottavo centenario della sua morte, che così pregava davanti al Crocifisso: O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda. Dammi, Signore, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà. Amen.
✠ Francesco Savino
