Lettera Pastorale Avvento – Natale 2025 “Dio ha visitato il suo popolo “

La speranza è Cristo che continua a visitarci 

 

Carissimi e carissime,

il tempo dell’Avvento e del Natale si offre a noi come un kairòs di luce, nel quale il Signore viene a visitarci per ridestare la fede e trasfigurare il nostro sguardo sulla realtà. Vorrei cogliere con semplicità questa occasione di grazia per rivolgervi una breve riflessione, con il desiderio che possa servire per la nostra chiesa di Cassano come un ponte ideale tra l’assemblea diocesana del settembre scorso e l’inizio della mia visita prevista per il prossimo gennaio.

Vi propongo queste poche pagine come una contemplazione grata e orante del mistero dell’Incarnazione: il Figlio di Dio viene tra noi, abita il nostro tempo e attraversa i nostri spazi, prende dimora nelle nostre esistenze, cura le nostre piaghe e parla dritto al nostro cuore.

È in questo spirito che mi preparo alla visita pastorale. Chiedo al Signore di poterla vivere lasciandomi muovere dal suo Cuore, in modo che io posso essere segno della sua presenza e della sua premura in mezzo al suo popolo.

 

L’icona biblica che desidero porre a sorgente della mia riflessione forse non appartiene al repertorio più consueto del tempo natalizio.

Preferisco lasciarmi ispirare da una scena che Luca coglie nel tessuto feriale del ministero di Gesù: un episodio che, a prima vista, sembra marginale, quasi intercettato per caso lungo il suo cammino attraverso la Galilea. È l’incontro del Signore con una vedova nel piccolo villaggio di Nain, una storia solo in apparenza secondaria, nella quale la discrezione del quotidiano diventa il luogo di una rivelazione decisiva.​

 

«In seguito Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: “Non piangere!”. Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Ragazzo, dico a te, àlzati!”. Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: “Un grande profeta è sorto tra noi”, e: “Dio ha visitato il suo popolo”» (Lc 7,11-16).

L’evento di salvezza che Luca ci consegna si presenta, anzitutto, come un incontro lungo la strada. Non un incontro programmato, non una tappa prestabilita ma l’irruzione del Signore nell’imprevisto del cammino. Gesù vive fino in fondo la sua condizione del viandante, è immerso nella quotidianità del suo popolo, calca le sue strade sostando alle porte delle città, nei luoghi in cui la gente conduce le proprie giornate intessute di lavoro e di festa, di gioie e di dolori, di fatiche e di speranze.

Per cogliere tutta la portata salvifica di questo episodio, facciamo prima un piccolo passo indietro. “Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge”: era la speranza che rinasceva nel popolo, a cui il cantico di Zaccaria aveva ridato voce. “Visitarci”: un termine bellissimo, che declina l’altissima Signoria di Dio nel linguaggio della prossimità, della premura salvifica, della presenza che conforta e ridà speranza. La visita di Dio, nella memoria di Israele, si era manifestata più volte come evento sorprendente di misericordia: Egli aveva “visitato” Sara, e nella sua vecchiaia le aveva concesso la grazia di un figlio (Gn 21,1); aveva visitato Anna (1Sam 2,21), già benedetta con la nascita di Samuele, ottenendole altri figli e figlie dopo che ella aveva dato il primogenito per il servizio nel tempio; aveva visitato il suo popolo oppresso in Egitto (Gen 50,24; Es 3,16; 6,7-8), intervenendo in suo favore come salvatore potente. Nella carestia e nella miseria, la visita del Signore era fonte di vita: «Nei campi di Moab [Noemi] aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane» (Rt 1,6). La visita del Signore continuava ad essere implorata e attesa dal popolo in preghiera, specialmente nella speranza della liberazione dalle oppressioni e dalle sofferenze: «Dio degli eserciti, ritorna! Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna» (Sal 80,15); «Ricòrdati di me, Signore, per amore del tuo popolo, visitami con la tua salvezza,» (Sal 106,4).

Il Vangelo annuncia il compimento dell’attesa: è il Signore stesso che viene a visitare il suo popolo, entrando nella storia come presenza viva e operante. La sua visita porta i tratti della condivisione radicale, della piena compartecipazione alla condizione umana in tutte le sue dimensioni, eccetto il peccato. Colui che viene non è un estraneo che si affaccia da lontano, ma il Dio che si fa uomo, assume la vita di ogni uomo, ne abita le profondità per salvarla e rinnovarla dall’interno.

Come ha espresso con parole mirabili il Concilio, in uno dei suoi testi più emblematici: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato. Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio di Dio “mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me” (Gal 2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato» (GS 22).

Torniamo ora al villaggio di Nain, nel momento in cui Gesù incrocia il corteo funebre e “vede” quella donna vedova, il cui figlio viene portato al sepolcro.

L’evangelista Luca è molto attento a cogliere lo sguardo carico di compassione con cui Gesù posa il suo cuore sulle persone e sulle situazioni. I suoi occhi incontrano la sofferenza di quella madre guardandola non dall’alto, ma “ad altezza d’uomo”. Gesù sta per agire come colui che visita, fa ingresso nella situazione da sanare, nella piena logica della prossimità, del contatto, dell’incontro diretto. Le azioni descritte dal testo sottolineano questa fisicità della sua presenza: lui vede la donna con i suoi occhi, “le sue viscere fremono” di compartecipazione per lei (è il senso letterale del verbo usato per descrivere la compassione di Gesù), le si avvicina, tocca la bara del figlio, e la sua voce la abbraccia: «non piangere».

La risurrezione del figlio della vedova è azione di Dio, ma non si manifesta come irruzione di potenza dall’alto. Si rivela come condivisione del dolore dall’interno della vita umana, come compartecipazione, presenza. Incarnazione. Tante altri madri piangeranno la morte di un figlio, senza poter sperimentare una risurrezione portentosa. Ma tutte potranno sapere che il Signore è presente al loro fianco. Tante altre sofferenze segneranno persone, famiglie e popoli, e a tutti il Signore, che freme di compassione nel suo intimo, vuole farsi presente, per condividere, salvare, amare. Non necessariamente per guarire in modo miracoloso, ma sempre per curare, per prendersi cura.

La gente, presente all’evento di Nain, coglie la portata universale della presenza salvifica di Gesù: «Dio ha visitato il suo popolo». In questa frase c’è una parola che mi riempie di timore e di commozione. Quale parola usa l’evangelista per dire che Dio “ha visitato” il suo popolo? Una flessione del verbo “episkopèo”, lo stesso verbo che si sostantivizza in “episkopos”, “vescovo”. Nell’uso biblico, questo verbo indica proprio l’atto di visitare, venire incontro. È il verbo usato da Matteo 25, quando si descrive l’atto dei giusti che “hanno visitato” il Signore nei fratelli ammalati o carcerati. È impiegato dallo stesso Luca, quando riporta l’inno di Zaccaria, il “Benedictus”, e canta il Signore che “ha visitato” e redento il suo popolo, e preannuncia Colui che “verrà a visitarci” come sole che sorge. Negli Atti degli apostoli questo verbo descrive le “visite pastorali” che Paolo rende alle comunità.

Non posso affatto eludere il richiamo di responsabilità e di grazia che questo spunto mi offre nel momento in cui io mi preparo a “venire a visitarvi”. Davvero l’atto di visitare il popolo affidato alle sue cure è sostanza dell’identità del vescovo, essenza del suo ministero. Il vescovo è propriamente colui che visita, l’episkopos, colui che si fa vicino, facendosi così strumento e presenza di Cristo che viene a visitare il suo popolo. Presenza della sua Parola che illumina, discerne, conforta, corregge, esorta con franchezza. Presenza della sua Grazia che perdona, dà vita, rialza, risana. Presenza della sua misericordia che riconduce la speranza nella vita del suo popolo.

Così, in questa prospettiva, intendo il motivo e la fonte della visita pastorale che mi accingo a intraprendere, secondo quanto la Chiesa stessa attende da ogni vescovo diocesano. Chiedo al Signore la grazia – e mi affido per questo alla preghiera di tutti voi, singoli fedeli e comunità – affinché il mio passaggio e la mia dimora in mezzo alle vostre parrocchie sia principalmente un segno privilegiato della presenza del Figlio di Dio, che è venuto una volta per sempre facendosi uomo e continua a venire, incontrando questa nostra umanità molte volte e in molti modi. Sono consapevole, infatti, che la visita pastorale, pur essendo doverosamente un passaggio visibile e efficace del vescovo come pastore in mezzo al popolo affidatogli, raggiunge davvero il suo senso più pieno solo se il vescovo non cerca di porre tutta l’attenzione sulla propria persona, ma se aiuta a vedere Cristo, a riconoscere e accogliere la visita, la parola, la misericordia, l’opera di Cristo per il suo popolo. Come papa Leone ci ha  annunciato fin dalla sua prima omelia, “un impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità” è quello di “sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo” (9 maggio 2025).

Concepire la visita pastorale come autentico passaggio di Cristo in mezzo al suo popolo comporta conseguenze esigenti e apre un orizzonte di responsabilità condivisa. Questa consapevolezza ci chiede di prepararci a un tale evento di grazia con cura vigilante, colma di fiducia e di attesa, elaborando il programma – nei suoi contenuti e nei suoi tempi – con discernimento, perché ogni scelta sia davvero orientata a favorire l’incontro con il Signore e non ridotta a un semplice adempimento organizzativo. Questo aspetto organizzativo è ovviamente inaggirabile ed è anche indice di attenzione e di impegno da parte mia, dei miei collaboratori diretti, dei parroci e di tutte le persone coinvolte. Il programma della visita, ma anche e soprattutto la preparazione spirituale, sono condizioni affidate alla nostra premura, e non soltanto esigenze pratico-funzionali. Perché, se è vero che lo Spirito non è imprigionato dagli schemi organizzativi umani, questo non ci toglie la responsabilità di mettere a sua disposizione tutta l’accuratezza richiesta dal nostro servizio. La fiducia nelle sorprese dell’azione di Dio non ci autorizza certo all’improvvisazione.

Eppure, fermo restando tutto il nostro dovere a preparare e incasellare tutto il programma della visita, sono convinto del ruolo decisivo che potranno avere le situazioni non programmabili, lo spazio che dovremo lasciare a una certa spontaneità e familiarità degli incontri.

Accennavo infatti al carattere imprevedibile e occasionale di molti incontri di Cristo narrati nel Vangelo, tra i quali l’episodio della vedova di Nain. Sono incontri come questi che diventano il contesto di grandi doni di grazia e rivelazione della misericordia di Dio. È sulla strada, o a margine dei discorsi e degli appuntamenti ufficiali, che Gesù incontra l’umanità ferita, gli ammalati, i sofferenti, i peccatori e a loro rivolge un atto di ascolto, una parola, un gesto che cambiano la vita di quelle persone e manifestano a tutto il popolo la presenza di Dio che viene a visitarci. L’incontro con la vedova di Nain non sarebbe mai avvenuto in una sinagoga o se Gesù non fosse stato disponibile all’incontro lungo la strada. Il contatto con il pianto, il dolore e la morte non sarebbe mai avvenuto nel quadro di una visita programmata.

Ecco, la visita pastorale deve avere anche queste coordinate: frequentare le strade, incrociare gli sguardi “ad altezza d’uomo”, incontrare le fatiche e le speranze. Spero quindi e prego che la prossima visita pastorale mi consenta tante occasioni di grazia. Incontri, dialoghi, contatti con la realtà immediata delle nostre comunità, della gente e del territorio che abita. Che sia in particolare incontro con le situazioni di prova e di sofferenza, quelle a cui non si può dare una risposta pronta – e certamente non pretenderò di darla -, ma a cui si può dare ascolto e attenzione, con amorevolezza e serietà.

Sono certo che la visita pastorale è soprattutto questo: visita del Signore, nostra speranza, con la realtà concreta della nostra gente, contatto con le sue fragilità. Facciamo in modo che la visita sia fatta sì nelle chiese e nella sale, così come nei luoghi istituzionali, ma anche nelle strade, nelle case, nei luoghi di sofferenza e di speranza, e possa attraversare ambienti che spesso restano estranei alle esperienze e ai linguaggi delle assemblee dei fedeli.

Programmazione e libertà, dunque. Organizzazione e apertura allo stupore. Preparazione e disponibilità all’imprevedibile. Queste le coordinate irriducibili di una visita pastorale che si offra come occasione di speranza nel Signore che viene.

Vi invito allora a pregare insieme a me. Che la Vergine Maria, pronta a visitare Elisabetta per condividere con lei le meraviglie di salvezza operate dal Signore, ci apra strade vecchie e nuove e ci aiuti ad avere il coraggio e la fiducia di percorrerle con umiltà e disponibilità.

Sono certo che anche voi, nelle vostre comunità, vorrete condividere questo spirito di attesa e di speranza: preparare tutta la visita per bene come si conviene alla responsabilità che ci è affidata, ma non pretendere di sottoporre ogni cosa al nostro programma e ai nostri controlli. Lasciamo agire la Provvidenza e la spontaneità della nostra gente, e, se il Signore vorrà, le grazie e le sorprese della sua opera non mancheranno.

 

Cassano all’Jonio, 30 Novembre 2025

I  Domenica di Avvento

   Francesco Savino

 

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