Lettera per il Tempo di Pasqua

LA PORTA CHIUSA E LA CARNE FERITA

Dal Sepolcro di Gerusalemme a ogni croce vissuta nella carne

Carissimi fratelli e sorelle,

c’è una porta nel cuore di Gerusalemme che da secoli viene chiusa ogni sera. È una porta di legno antico, consumata dalle mani di migliaia di custodi, di pellegrini, di pianti silenziosi, di madri che come La Madre, Maria, pregano e aspettano i loro figli, nella pancia di un luogo sacro come l’amore. È la porta del Santo Sepolcro ed ogni volta che si chiude, sembra che il mondo trattenga il respiro, che si fermi in un istante infinito, che pianga ed implori di rivedere le sue porte spalancate.

Quella porta racconta qualcosa che nessun teologo ha mai potuto spiegare del tutto: il mistero di un Dio che si lascia rinchiudere; un Dio che accetta la pietra, che diventa granitico nell’amore, che accetta il sigillo, il buio. Un Dio che ha scelto di abitare il fondo del dolore umano per attraversarlo dall’interno, per toccarlo nella sua interezza.

   I.      La porta di pietra — il silenzio di Dio

Nella tradizione di Gerusalemme, le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro sono affidate da secoli a una famiglia musulmana. È un paradosso che solo la storia sacra sa generare: la tomba del Figlio di Dio custodita da chi non lo riconosce come tale. Ma forse è proprio questo che ci dice qualcosa di essenziale: il Sepolcro appartiene all’umanità intera perché il dolore non ha religione, non ha volto e non ha storia e forse ha il volto ed è parte della storia di tutti e tutte noi.

Se quella porta rimasse chiusa il Venerdì Santo, o la Domenica di Pasqua,  sarebbe l’immagine più vera dello smarrimento dei discepoli, la chiusura più serrata, il silenzio più cupo e più vuoto. Giovanni scrive che Maria di Màgdala arrivò al sepolcro “quando era ancora buio” (Gv 20,1). Questo non è solo un dato orario ma è un dato dell’anima perché quando muore chi amiamo, quando si spezza ciò che credevamo eterno, dentro di noi è sempre ancora buio. E la porta è chiusa e quando la porta si chiude, al dolore condiviso con gli altri, si aggancia quello di una solitudine troppo rumorosa.

Eppure il buio non è l’ultima parola. Lo sapeva bene Giovanni della Croce, quell’uomo piccolo di statura e immenso nell’anima, che nella sua “notte oscura dell’anima” descrisse  il buio spirituale non come assenza di Dio, ma come una sua vicinanza;  il modo in cui Dio si avvicina troppo perché i nostri occhi deboli possano sopportare la sua luce. La tomba chiusa è il luogo dove Dio lavora nel segreto. La notte oscura dell’animo non è un castigo ma un atto d’amore per cui il dolore, vissuto con Cristo, diventa uno strumento di salvezza.

“Nell’oscura notte dell’anima, la luce risplende sempre nell’oscurità.”

— San Giovanni della Croce, Notte Oscura

 

II.       Il legno della croce — quando la sofferenza ha un nome

Ma io vi scrivo questa lettera pensando non solo al Sepolcro di pietra a Gerusalemme ma anche a quei sepolcri vivi che abitano la nostra diocesi, le nostre famiglie, i nostri cuori. Penso a chi porta una croce nella propria carne, conficcata come i chiodi di Cristo, nella carne, in una metafora che solo a pensarla, provoca già dolore.

Paolo scriveva ai Galati: “Porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17). Non lo diceva con un moto di orgoglio e nemmeno propriamente come un vanto, lo diceva con la semplicità stanca di chi ha camminato tanto, di chi è stato percosso, naufragato, perseguitato. Le stigmate di Paolo non erano miracolose come quelle di Francesco d’Assisi sul monte della Verna, erano cicatrici. Quelle cicatrici, come le nostre cicatrici, marchi di un dolore, erano il registro corporeo di una vita spesa per amore.

Francesco d’Assisi, quel poverello di Dio che amava il Crocifisso di San Damiano come si ama una persona in carne e ossa, quel Crocifisso che gli chiese di riparare la sua casa, ricevette le piaghe del Signore due anni prima di morire. Ma il vero miracolo di Francesco non fu la ferita delle mani e dei piedi, fu che egli aveva già da anni il cuore forato dall’amore per i lebbrosi, per i poveri, per il fratello lupo. La carne segnata da Dio viene dopo, prima viene sempre la carne segnata dalla compassione.

Quante persone nella nostra comunità portano questo tipo di croce invisibile! Il genitore che assiste il figlio malato da anni, e sorride, e tiene e si tiene ancorato alla vita con una forza incrollabile. La donna che ha perso il marito e continua ad alzarsi ogni mattina a fare il caffè anche se non sa più per chi o perché. Il giovane che combatte nell’ombra con la propria mente, con i propri demoni interiori, e non lo dice a nessuno per non pesare, per non essere emarginato o dimentica. Il lavoratore che ha perso tutto e si vergogna di bussare a una porta per un pezzo di pane, per un’ostia di dignità.

Queste sono le stigmate del nostro tempo e non sono meno sante di quelle di Francesco e, soprattutto, Dio le vede tutte anche quando le fa sanguinare.

III.       La pietra rotolata — il corpo che risorge

“Vedete il luogo dove era stato deposto” (Mt 28,6). L’angelo non dice: Lui è andato via, dice: guardate il luogo. Invita a sostare davanti al vuoto perché il vuoto del sepolcro non è l’assenza, è la firma di Dio, è il suo marchio,  il segno che la morte è stata abitata e vinta dall’interno.

Gesù non resuscita come se la Passione non fosse avvenuta, resuscita con le piaghe e Tommaso le tocca, Giovanni le vede. Il corpo glorioso del Risorto porta ancora i segni del chiodo e della lancia. Questo è il cuore di tutto: la Risurrezione non cancella il dolore, lo trasfigura, lo assume nella gloria e le ferite diventano porte di luce.

La teologa e mistica Adrienne von Speyr, meditando sulla Passione, scriveva che il Corpo del Signore nel sepolcro non era abbandonato ma custodito dal Padre con una tenerezza che nessun occhio umano poteva vedere. Ci pensate mai a quanto non siamo più in grado di vedere la tenerezza? Eppure, il corpo di Cristo morto è sorretto da questa tenerezza del Padre. Il silenzio del Sabato Santo è il silenzio dell’amore che lavora, sottotraccia, come il rumore di un’acqua che scorre mentre pensiamo di essere in silenzio, come il seme sotto la terra, come il bambino nel grembo.

“Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.”

— Gv 12,24 –

IV.       I crocifissi di oggi — riconoscere il Signore nella carne ferita

 

Ogni anno, durante la Settimana Santa, in molte parti del mondo uomini e donne scelgono di essere crocifissi letteralmente: nelle Filippine, in Messico, in altri luoghi di fede ardente e popolare. La Chiesa guarda a queste pratiche con discernimento, ma esse ci dicono qualcosa di profondo: il corpo umano sente il bisogno di incarnare il mistero, di non tenerlo solo nella testa.

Ma io vi dico: i crocifissi nella carne non sono solo coloro che chiedono di essere appesi a una croce di legno per poche ore, quelle sono esternazioni spesso vanagloriose. I crocifissi nella carne stanno zitti, ammutoliti e sono i malati terminali che ogni giorno affrontano il calvario del dolore fisico con una dignità che lascia senza parole; sono i profughi che attraversano il mare su barche che non dovrebbero galleggiare, portando i propri figli come il Cireneo porta la croce e non perché lo abbiano scelto, ma perché non c’era altro da fare.

Sono i bambini nelle zone di guerra, che non capiscono perché il mondo degli adulti abbia deciso di fare a pezzi il cielo sopra le loro teste mentre sognano costruzioni colorate. Sono le donne e gli uomini sopravvissuti a violenze che non si raccontano, che portano nella carne e nella memoria ferite che nessun medico sa come curare del tutto.

Matteo 25 è il capitolo più esigente del Vangelo. Non parla di riti o di dottrine ma  di fame, di sete, di nudità, di prigionia, di malattia. E dice che in ognuno di questi volti c’è il volto di Gesù non come una bella metafora ma come una realtà.

“Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

La croce non è finita il Venerdì Santo. Si rinnova ogni giorno in ogni essere umano che soffre senza essere visto.

V.      La porta aperta — il dono della Pasqua a ciascuno di voi

Ogni anno, la mattina di Pasqua, quella porta antica del Santo Sepolcro viene aperta. Le chiavi tornano nelle mani dei custodi, i pellegrini entrano, la pietra è rotolata. Il buio è vinto.

Ecco cosa vi annuncio per questa Pasqua, carissimi: la porta è aperta. Non solo a Gerusalemme, non solo nella storia di duemila anni fa. È aperta adesso, per voi, per ciascuno e ciascuna di voi, nel punto esatto in cui vi trovate: dentro la malattia, dentro il lutto, dentro la stanchezza, dentro il peccato, dentro la solitudine. La Risurrezione non è un evento del passato è una promessa viva, rinnovata, piantata nel mezzo della vostra vita reale.

A chi porta una ferita nella carne o nell’anima, voglio dire questo con tutta la forza che ho: voi non siete abbandonati. Il Crocifisso conosce il vostro dolore dall’interno, come un medico che osserva la radiografia e quella stessa radiografia l’ha vista nel proprio corpo.

Teresa di Lisieux, la piccola Teresa, diceva che non voleva diventare santa attraverso gesti eroici ma attraverso “la piccola via”,  le cose minime, il sorriso donato quando si vorrebbe piangere, la pazienza tenuta quando si vorrebbe urlare, l’amore continuato quando si vorrebbe smettere. Questa è la Pasqua vissuta ogni giorno, questa è la Risurrezione che non aspetta il mattino di domenica.

“Non abbiate paura. Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre.”

— Ap 1,17-18 –

 

Vi chiedo di portare questa Pasqua nelle vostre case non come un’abitudine religiosa, ma come un fuoco. Portatela a chi è solo, a chi non crede più di meritare nulla, portatela soprattutto a chi soffre in silenzio, a chi ha smesso di chiedere aiuto perché si è stancato di non ricevere risposta.

Voi siete la risposta che quel silenzio aspetta. Voi siete le mani del Risorto nel mondo. E ogni volta che aprirete una porta a qualcuno che stava fuori al freddo, sarà ancora Pasqua.

Con la benedizione del Signore Risorto su ciascuno di voi, sulle vostre famiglie, sui vostri malati, sui vostri anziani, sui vostri bambini, su chi è lontano e su chi è vicino, su chi crede e su chi ancora cerca, vi auguro una Pasqua vera, che cambi qualcosa dentro di voi, che spalanchi ogni porta affinché nessuna mai resti più chiusa.

 

Cassano allo Ionio,  4  Aprile  2026

 

 

Il vostro vescovo,

✠   Francesco

 

Riferimenti scritturistici: Gv 20,1 · Gal 6,17 · Mt 28,6 · Mt 25,40 · Ap 1,17-18 · Gv 12,24

Riferimenti patristici e mistici: San Giovanni della Croce · San Francesco d’Assisi · Santa Teresa di Lisieux · Adrienne von Speyr

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