Cari fratelli e sorelle,
in particolare, cari presbiteri, chiamati a rinnovare le vostre promesse,
questa celebrazione ci avvicina al Sacro Triduo Pasquale nel segno della gioia. Nonostante una imponente tradizione che ci suggerisce di contemplare il dolore di Gesù, e nel suo, ogni altro dolore ingiustamente procurato, celebrare la Pasqua è affermare la vita e annunciare la nostra liberazione dal male. Vorrei dunque riflettere quest’anno sul mistero cui rinviano gli oli che consacriamo, per i quali la nostra vita è unta di gioia e profumata di Cristo nei suoi passaggi fondamentali.
Il primo modo in cui il linguaggio dei segni ci parla è legato all’olio dei catecumeni. Nel rito del Battesimo il corpo dei catecumeni è infatti unto – il segno vorrebbe che fosse unto integralmente, dalla testa ai piedi – come si ungerebbe un atleta per predisporsi alla lotta, così da scivolare via dalla presa dell’avversario. È un’immagine potente, se pensiamo alla nostra vita. Significa l’importanza di essere agili, non rigidi, pronti al confronto con una realtà che agisce su di noi e ci vuole far suoi. Occorre non abbandonarsi, ma rispondere alla vita! Occorre giocarsi, interagire, lottare. Come è diverso questo atteggiamento dall’apatia, dalla passività o da quella rassegnazione che talvolta abbiamo persino raffigurato come una virtù. Abbandonarsi alla volontà di Dio non ha nulla della rassegnazione. Al contrario, avviene in una lotta come quella vissuta da Giacobbe. Certo, mi direte, l’olio dei catecumeni rinvia alla lotta contro il male, non certo alla lotta con Dio. È vero, ma nella vita noi ci confrontiamo con luci e tenebre, bene e male, in molti casi senza poterli districare, senza sapere in anticipo, senza trovarli allo stato puro. Sì, siamo chiamati a combattere il male, ma farlo significa non essersi ritirati dal gioco, restare nell’arena. Carissimi, voi sapete come la nostra terra soffra e come anche la Chiesa soffra a causa di una certa assuefazione a ciò che non fa. Un senso di impotenza sembra sospingerci all’accidia, al fatalismo, al “nulla cambierà mai”. È la rinuncia al vangelo e alla sua potenza. È dimenticare che ognuno di noi, come Gesù, è sospinto dallo Spirito nel deserto a imparare la lotta e a decidere da che parte stare. Per questo lo Spirito del Signore è su di noi.
Di questo Spirito disceso su di noi è segno per eccellenza il Sacro Crisma, con cui siamo unti e consacrati. Non solo noi ordinati al ministero diaconale, presbiterale ed episcopale. Nel Sacro Crisma siamo sacerdoti, re e profeti insieme a tutte le battezzate e i battezzati che camminano con noi, a quelli da cui abbiamo ricevuto la fede e a coloro che ci testimoniano mirabilmente la fede: piccoli, poveri, anziani. Il sensus fidei del popolo di Dio, in particolare degli ultimi, ci unge di dignità e di gioia, con quell’unzione che ha consacrato Gesù come Cristo. Il Sacro Crisma ci inserisce in un corpo messianico. Per questo, il mondo attorno a noi può davvero cambiare. Un mondo in cui re, sacerdoti e profeti non si contendono il potere, non si guardano in cagnesco, non competono per primeggiare, ma diffondono il profumo di Cristo, è un mondo che può sperare. Di quanto ce n’è bisogno! E allora, che ci stiamo a fare? È questa concreta, scandalosa domanda, che dobbiamo porci! Dov’è la nostra profezia? In che modo cielo e terra sono più vicini grazie al nostro sacerdozio? Come governiamo le sfide, come esercitiamo il nostro ministero di pastori? Umiltà e coraggio ci vengono dalla consapevolezza di essere segnati dal segno della croce con un crisma di gioia. Sì, nel Battesimo, poi nella Confermazione, e per chi è stato chiamato nel sacramento dell’Ordine, il crisma, il carisma messianico di Gesù, ci ha trasformati. Di noi, dunque, è scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». In questa nostra Chiesa particolare, in questa terra aspra e meravigliosa, si compia la parola che abbiamo ascoltato!
Infine, l’olio degli infermi ci parla di una fragilità trasfigurata. Lo sappiamo: non esiste l’estrema unzione! Di estrema c’è solo la volontà di Dio di rendere ogni momento un momento di vita. Estremo è l’amore di Dio che svuota di potere la croce e ne fa trono di un dono inarrestabile. L’amore non può essere inchiodato. In una cultura della performance e dello scarto, l’olio degli infermi è principio di resistenza e di trasfigurazione, che denuncia l’idolatria della perfezione e della forza, che smaschera la seduzione dell’usa e getta. L’olio degli infermi porta i malati al centro e con loro chiunque veda la sua vita minacciata, non semplicemente dal naturale invecchiamento, ma sempre più spesso dalla demolizione dello stato sociale, delle tutele con fatica conquistate, di un sistema sanitario per tutti. I limiti naturali non sono prigione, ma trampolino di eternità. L’olio degli infermi dona consolazione e profuma di senso le stagioni della vita in cui molto ancora si può amare e sperare, molto ancora si può testimoniare. I limiti strutturali, invece, le strutture di peccato, come ebbe a definirle San Giovanni Paolo II, vanno rimosse con una cultura di popolo che come Chiesa è urgente educare, perché resti viva. Ci ispiri la determinazione di Gesù, che fin da quel giorno in cui lo trascinarono fuori dalla sinagoga per gettarlo giù dal precipizio, «passando in mezzo a loro si mise in cammino». Sì, è un cammino che conosce la prova e che va verso la croce, ma mosso fino all’ultimo respiro dalla consolazione che lo Spirito infonde e che può orientarci e sostenerci quando persino il Padre sembra non rispondere più. Dio non abbandona mai. Questo è l’annuncio che ci libera la mente e il cuore.
Cari presbiteri, nel rinnovare le promesse dell’Ordinazione desidero ripetere a ciascuno le parole che l’Apostolo Paolo indirizzò a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6). Papa Leone ai presbiteri romani diceva all’inizio della Quaresima: «Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio». E proseguiva chiedendosi: «Che cosa significa ravvivare?». Ecco la sua risposta, che ci fa tanto bene: «Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse Papa Francesco, “suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma”. Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo. Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata». Cari preti, religiosi e diaconi, grazie per ciò che fate! Non scoraggiatevi. Teniamo vivo il fuoco, insieme. Non quel fuoco a cui si riscaldava Pietro, che, riconosciuto, rinnegò il suo Maestro. Teniamo vivo il fuoco acceso dal Maestro, che risorto preparò, con del pesce sopra e del pane. Egli prepara quest’oggi per noi il suo banchetto di perdono e di vita. E noi siamo lieti di prepararlo con lui per le moltitudine affamate di senso e di gioia.
Buona Pasqua, carissimi!
✠ Francesco Savino
