Messaggio di S.E. Mons. Francesco Savino per la XXX Giornata Mondiale della Vita Consacrata

La profezia oltre la crisi

Viene spontaneo chiedersi, nel clima di un concreto pessimismo, se ha ancora senso celebrare la Giornata della vita consacrata, o la vita consacrata stessa.

Viviamo in un tempo in cui la fede sembra ridotta ad un lucignolo fumigante, le relazioni si consumano nel calcolo del vantaggio personale, e la vita consacrata viene percepita come un reperto di epoche passate, inutile o incomprensibile agli occhi di una società dominata dalla produttività. A tutto questo si aggiunge il peso della dolorosa questione degli abusi, che porta molti a generalizzare e a guardare con sospetto indiscriminato chi ha scelto la via della consacrazione. In un simile contesto, non sorprende che la vita consacrata scoraggi, e viene il dubbio che forse la speranza della ripresa sia solo un’illusione.

Mi si fa strada, però, il famoso dubito ergo sum di agostiniana memoria, per darmi la possibilità di sondare meglio il percorso e l’eventuale bellezza affascinante di questa esperienza e cioè: e se la crisi della vita consacrata nascondesse invece un’opportunità?

In greco antico, infatti, “crisi” significa scelta, decisione, separazione o momento di giudizio, e deriva dal verbo krino, cioè giudicare, distinguere, separare. Indica anche un momento cruciale di svolta e discernimento, un passaggio da uno stato all’altro, non necessariamente negativo, che può portare a un cambiamento o a una rinascita, a un’occasione di crescita e decisione.

Rivalutando allora il significato positivo della crisi quale momento di svolta e crescita che costringe al cambiamento, all’innovazione e alla presa di coscienza di decisioni importanti, mi chiedo in che modo tale crisi possa essere utile al rinnovamento umano e spirituale della vita consacrata.

La reminiscenza degli studi di psicologia mi porta a ricordare la Teoria della Disintegrazione Positiva sviluppata dallo psicologo polacco Kazimierz Dąbrowski, il quale sostiene che le crisi esistenziali e i conflitti interiori sono tappe necessarie per lo sviluppo della personalità e una crescita morale superiore. La crisi “disintegra” la struttura psichica per permettere una riorganizzazione su livelli più evoluti.

Questa teoria allora mi colpì e oggi, per associazione di idee, mi ritorna alla mente per applicarla alla crisi della vita consacrata. Se la leggiamo attraverso la lente della “disintegrazione positiva”, possiamo riconoscere in questa stagione non solo un crollo ma un processo che smantella ciò che è divenuto sterile: i vecchi schemi della quantità che soffocano la qualità; la difesa delle istituzioni che indebolisce la forza della testimonianza; l’affanno del reclutamento che lascia spazio alla scelta radicale di tornare al cuore del Vangelo, seguendo Cristo con libertà e bellezza. È la fine dell’immobilismo rigido e dell’osservanza legalista del sabato; è il via libera verso la creatività e la capacità di dialogare con le culture contemporanee, di comprendere le nuove forme di spiritualità, di affrontare le sfide della giustizia sociale e della cura del creato.

Dopo tale disintegrazione – che forse è meglio pensare come avvento di profezia -, qualcosa di nuovo deve necessariamente muoversi per testimoniare che la consacrazione non è fuga dal mondo, ma immersione nel mondo con occhi diversi. In particolare, in un mondo che separa e che isola, la fatica della convivenza è profezia che unisce, accoglie e sposa lo stile della sinodalità, dove non viene escluso nessuno perché nella fraternità tutti hanno qualcosa da dare e da dire.

Dimostra, inoltre, che in questa società dove la fede si va spegnendo, la persona consacrata va controcorrente perché abita il mondo in maniera diversa e annuncia che Dio è vivo e che la fede non è un residuo del passato, ma una promessa di futuro, e mostra che la vera unità nasce dal rispetto, dall’ascolto, dall’ accoglienza.

Vissuta da protagonista tale vita diventa laboratorio di fraternità, capace di mostrare nuove forme di convivenza e di solidarietà, dove la preghiera e la gioia sono il segno distintivo, l’una come fuoco nascosto alimentato dallo Spirito che prepara l’altra per una provocazione controcorrente. In un mondo segnato da crisi e paure e lacerazioni e compromessi, non c’è testimonianza più bella e convincente di un volto luminoso, di una comunità serena.

È profetico che lo Spirito continui a suscitare nuove forme di vita consacrata perché sono segni che la consacrazione non è finita, ma si rinnova nei laici consacrati, nelle comunità miste e in esperienze più flessibili.

Tutto questo permette alla vita consacrata di essere memoria perché custodisce la tradizione, la fedeltà, la radicalità evangelica, ma anche profezia perché osa immaginare nuove strade, nuove forme, nuove possibilità; impara a comunicare con linguaggi moderni, a raccontare la sua bellezza con strumenti più attuali e nuove forme di narrazione.

La speranza che la vita consacrata non verrà mai meno è nutrita dalla sua storia che ha attraversato i secoli nella Chiesa: ha conosciuto epoche di splendore e di crisi, di abbondanza e di scarsità, di riconoscimento e di marginalità, e non è mai scomparsa, perché lo Spirito ha sempre suscitato nuove forme, nuove comunità, nuove esperienze reinventandosi ogni volta, senza mai perdere la sua radicalità.

Questo è segno che essa è un dono di Dio, una profezia che resiste: non è solo utile oggi, ma è segno del Regno che viene nella storia come anticipazione di una vita piena in Dio, e testimonianza che non si chiude nell’immediato, ma si apre all’eterno.

La vita consacrata, in un mondo che vede solo interesse e profitto, dice che la gratuità è possibile, che la fraternità è reale, che la speranza non è un’illusione, che Dio è vivo, che l’uomo si realizza pienamente quando si dona, che la storia è aperta alla speranza.

 

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