Carissimi fratelli e sorelle,
nel silenzio della notte di Betlemme, mentre il mondo dormiva ignaro, un drappello di pastori vegliava sui propri greggi. I pastori, uomini considerati fuori legge e impuri, scartati e reietti nelle loro pieghe più nascoste da un mondo falsamente perbenista. Ed è proprio a loro, ai non “riconosciuti”, che il cielo si schiude in un lampo di luce che spezza il buio: un angelo del Signore illumina la notte, non per loro, ma attraverso loro, perché proprio nei loro occhi sgranati e nel loro cuore nascosto possa riflettersi la promessa più grande.
Nel Vangelo di Luca i pastori ci invitano a riavvicinarci al Natale con uno sguardo nuovo, capace di cogliere la verità nascosta dietro l’apparenza. Non sono uomini perfetti o santi ma persone complesse, fragili, segnate da difetti e marginalità, spesso considerati impuri e fuori legge dalla loro stessa società. Proprio in questa realtà umana così concreta si inserisce il “mistero luminoso del Natale”.
Mentre il mondo dormiva, quei pastori vegliavano sui loro greggi e non si trattava di eroi o modelli di virtù, ma di lavoratori duri, abituati a vivere ai margini, talvolta coinvolti in conflitti o scandali, esclusi dal consenso sociale e guardati con diffidenza.
La loro professione li rendeva, agli occhi della legge e della religione del tempo, persone contaminate e socialmente poco affidabili. Eppure è proprio a loro che si annuncia la nascita del Salvatore, non come premio per la loro bontà, ma come segno di una grazia che si fa lampo nel buio più impenetrabile. L’angelo non illumina perfetti esempi o cuori puri, ma uomini reali, con le loro contraddizioni, le loro paure, la loro umanità scomposta. E questa stessa umanità, fragile e irregolare, diventa la culla in cui si riflette la luce più potente: quella della presenza di Dio che sceglie di incarnarsi nelle pieghe della vita comune, tra quelli che il mondo più dimentica o disprezza e non negli spazi consacrati del potere.
È nella loro scomodità, nella loro imperfezione e marginalità, che i pastori diventano simbolo di speranza e di amore che abbraccia ogni uomo e ogni donna, senza eccezioni o giudizi.
Il Natale è dunque ciò che ci invita a non cercare la perfezione, ma a riconoscere la grazia che abita nelle vite più semplici, più problematiche, più scartate e a lasciarci sorprendere da quel Dio che non ha paura del nostro essere imperfetti.
I pastori però non sono semplicemente un richiamo alla marginalità sociale: essi incarnano la realtà profonda di chi vive l’esclusione non solo come condizione esterna ma come esperienza quotidiana di invisibilità e solitudine. Sono gli scartati, per usare un’espressione di papa Francesco, coloro che abitano le periferie esistenziali dove si fatica a essere riconosciuti come persone degne. Del resto, come ricorda San Giovanni Crisostomo, Dio sceglie coloro che il mondo respinge, affinché sia manifesto che la salvezza non si fonda sulla grandezza umana, ma solo nella Sua Grazia.
Quei pastori sono il pane ruvido della terra e proprio in questo cibo sincero e senza ornamenti si nasconde un dono prezioso: la pazienza di chi veglia, la costanza di chi sopporta gli spasmi della vita senza clamore, la fede di chi sa attendere senza certezze. In un tempo che celebra la velocità e la perfezione, i pastori ci ricordano il valore della lentezza e della fragilità come vie in cui si manifesta la presenza delicata di Dio.
Quell’andare lento che è un rispettare il tempo, abitarlo con poche cose, senza prezzo ma con grande valore, “andare lenti vuol dire ringraziare il mondo e farsene riempire” (Franco Cassano, Il pensiero meridiano).
L’annuncio che accompagna la loro veglia è dunque la carezza di Dio alla carne umana, ferita e corruttibile, incarnata nel “bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”: un’immagine che spezza la retorica del potere e dei fasti, rivelando che il Regno di Dio si fonda su ciò che è fragile, umile e apparentemente insignificante, ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti (1Cor 1,27).
Questa luce che non elimina la notte ma la abita, diventa metafora di un cammino di fede che non nega le oscurità dell’esistenza , la sofferenza, la solitudine, il dubbio , ma le attraversa con la tenerezza di chi sa che l’amore è più forte della disperazione, di ogni morte. È un invito a non rassegnarsi alla freddezza dell’indifferenza, perché in ogni vita, per quanto segnata, può nascere una fiamma capace di riscaldare e illuminare.
Così i pastori diventano per noi segno e modello: ci insegnano a restare vigili nella notte della storia, a custodire quella speranza che nasce dalla vulnerabilità e ad essere testimoni di un amore che si china verso gli ultimi, non per cambiarne i contorni, ma per accoglierli nella loro verità più autentica.
I pastori si mettono in viaggio, guidati da quella luce ardente che squarcia il silenzio, che non promette scorciatoie, ma percorsi ordinari e faticosi, fatti di passi lenti e anticipazioni di dolore e gioia. Essi incarnano il cammino di ogni persona che, nonostante le ferite e le umiliazioni, sceglie di dirigersi verso il segno piccolo e nascosto di Dio, sapendo che lì si rivela la vera grandezza.
In questo Natale, cari fratelli e sorelle, il nostro cuore è chiamato a scorgere, con occhi di tenerezza, il volto dei pastori che camminano accanto a noi: quei fratelli e quelle sorelle la cui vita si svolge spesso nell’ombra, nascosta al clamore e agli sguardi banali. Sono loro che portano il peso dell’esclusione, della fatica quotidiana, delle ferite invisibili di un’esistenza segnata dall’“impurità” agli occhi del mondo. Eppure, proprio in questa apparente fragilità si cela un segreto carico di stupore: ogni vita, anche quella che sembra più insignificante, più marginale, è una “mangiatoia”, un “tempio vivente” in cui Dio può nascere, rinnovarsi e fiorire ogni giorno come un miracolo silenzioso.
Che questo Natale sia per tutti noi un invito dolce e forte a diventare pastori dell’attesa, custodi devoti di quella speranza fragile che non conosce delusione. Con la forza gentile di Dio, cerchiamo di essere il filo d’oro che tesse ponti di pace e consolazione, la mano che solleva e sostiene, il cuore che ascolta senza giudizio. Non temete di camminare attraverso le notti più oscure, quelle in cui il silenzio pesa e la solitudine sembra infinita. La luce del Natale non fugge il buio, ma lo abita, lo trasforma dall’interno, mostrando che l’amore vero non ha paura di perdersi nelle ombre per ritrovarsi più forte. Siamo chiamati a essere questa luce, quella lanterna tremolante ma tenace che guida chi ha perso la strada.
Possa questo Natale colmare il nostro spirito con una pace profonda, un dono che trascende il tempo e attraversa le tempeste della vita.
Che possiamo sentire la vicinanza di quella Luce nata in una mangiatoia, sporca e maleodorante, ma capace di illuminare tutta l’umanità con la promessa di una gioia eterna.
Buona luce, buon Natale di una speranza rinnovata.
✠ Francesco Savino
