Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21

Solennità di Maria Ss. Madre di Dio

Giovedì  1  Gennaio  2026

 Nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio che celebriamo all’inizio del nuovo anno i temi teologici evocati sono tre: la madre di Gesù, il tempo che inesorabilmente passa e che ci pone domande di senso e la Giornata Mondiale della Pace.

Lasciamoci interrogare.

Sostiene Enzo Bianchi: “Dopo l’annuncio dell’angelo ai pastori (cf. Lc 2,8-14), ecco che questi ultimi, obbedienti, vanno a Betlemme e trovano Maria, la madre, Giuseppe e il bambino appena nato avvolto in fasce, deposto nella mangiatoia. Tutto corrisponde all’annuncio ascoltato, e le parole del messaggero celeste riguardo a quel bambino sono una rivelazione divina, che sarà la fede di tutti i cristiani: Salvatore, Cristo, Signore, ecco la vera identità di quel neonato (cfr. Lc 2,11). I pastori non contemplano nulla di straordinario, nulla che li abbagli, ma quella realtà umanissima che vedono non contraddice le parole dell’angelo che hanno udito; infatti, con semplicità raccontano ciò che era stato loro annunciato, destando in tutti stupore. L’evangelizzazione cristiana ha i suoi inizi quel giorno ed è fatta da poveri pastori, marginali nella loro società e ritenuti indegni di una vita religiosa espressa mediante il culto officiale”.

Maria, la madre di Gesù, racconta il Vangelo di oggi, “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Maria è la donna che medita, collegando le parole che lei aveva ascoltato dall’angelo, le parole dei pastori e tutto ciò che accadeva intorno a sé. È la donna del discernimento! Cerca di capire ciò che sta vivendo. Si rende conto che molto trascendeva, andava oltre sé stessa!

Passati otto giorni dalla nascita, Giuseppe deve adempiere la Legge, innestando il figlio maschio nell’alleanza stabilita da Dio con Abramo e significata dalla circoncisione (cfr. Gen 17,1-14). Così, attraverso quell’incisione nella carne, Gesù è costituito figlio di Abramo, ebreo per sempre. La circoncisione, se da un lato rende Gesù un appartenente al popolo santo, il popolo delle alleanze, delle promesse e delle benedizioni (cf. Rm 9,4-5), dall’altro afferma la semplice ma realissima umanità di quel Figlio di Dio, Messia, Salvatore e Signore. Anche questo lo ha voluto Dio, perché l’incarnazione della sua Parola, di suo Figlio non era una finzione, non era una teofania, ma era veramente il realissimo abbassamento di Dio nella nostra condizione carnale e mortale, in un popolo preciso, che discende da Abramo, mediante la nascita da una donna (cfr. Gal 4,4), come ogni figlio nasce da una madre.

Il bambino insieme alla circoncisione riceve il nome Jeshu’a, Gesù, che significa “Signore salva”, è il nome datogli dall’angelo, da Dio stesso, nome che dice la vocazione e la missione di questo bambino che solo Dio poteva dare. Ancora una volta Maria e Giuseppe obbediscono puntualmente, consapevoli che quel figlio non appartiene a loro, ma a Dio che lo ha voluto e lo ha fatto nascere in mezzo a noi per essere l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Signore e Salvatore.

Oggi è anche l’inizio dell’anno secondo il calendario della società in cui viviamo. Un altro anno è passato che impone alla nostra coscienza almeno una domanda di verifica: Come lo abbiamo vissuto? Siamo cresciuti come cittadini responsabili, come cristiani consapevoli della bellezza del dono di Gesù? Mai come in questo tempo complesso si è reso evidente un rischio: il rischio della banalità. Come già detto in altre occasioni la banalità, nel senso più profondo, non è solo una questione di superficialità o leggerezza. È un male sottile che si insinua laddove il pensiero cede il passo all’abitudine e il senso delle cose si smarrisce nella ripetizione meccanica. Hannah Arendt, nella sua riflessione sulla banalità del male, ci ha mostrato come il male più terribile possa scaturire non tanto da una volontà perversa, ma da un’assenza di pensiero critico, da una passività che accetta l’ordine delle cose senza interrogarsi. La banalità, in questo senso, è un anestetico dell’anima, che ci tiene intrappolati in una routine priva di profondità. «Il peggior male non è dunque il male radicale, ma è un male senza radici. E proprio perché non ha radici, questo male non conosce limiti. Solo il bene è profondo e può essere radicale; il male è quindi banale.” ( H.Arendt, Responsabilità e giudizio).

Aggiungo che la banalità non è solo un difetto culturale, è una condizione spirituale che svuota il senso della vita, privandola di tensione e significato.

Come cristiani, siamo chiamati ad andare controvento a questa deriva con il logos, la parola che illumina, che apre alla verità e al significato, poiché la parola si è fatta carne, Avvenimento. Romano Guardini ci invita a riscoprire nella fede “la più alta forma di pensiero”, perché essa ci spinge a guardare oltre l’immediato e a scavare nelle profondità della vita. In un tempo che celebra la mediocrità, la nostra testimonianza deve essere un richiamo alla profondità, alla riflessione, alla speranza che abita ogni frammento della realtà. Al centro di questa contingenza storica, segnata sempre più dalla follia delle guerre, dalla corsa al riarmo a tutti i costi e da una cultura dell’indifferenza che nega e spesso uccide l’alterità, un valore si impone urgente e necessario: la responsabilità. Dietrich Bonhoeffer ci ricorda che “la responsabilità non è mai astratta, ma concreta; non è un’idea, ma un atto”. Essa ci chiede di uscire dall’indifferenza, di scegliere, di prendere posizione.

Papa Leone nel suo messaggio per questa Giornata per la Pace, dal titolo : “Verso una pace disarmata e disarmante”, tra l’altro scrive: “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,[14]a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con chiarezza Leone XIII nell’Enciclica Rerum novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (Prov 18,19)»”.

L’augurio di un anno di responsabilità nella consapevolezza che ognuno deve fare la sua parte diventando artigiano di pace, costruttore di perdono e riconciliazione.

 

                                         ✠   Francesco Savino

Cassano all'Ionio
01/01/2026
condividi su