Is 58,7-10; Sal 111; 1 Cor 2,1-5; Mt 5,13-16

V Domenica del tempo ordinario anno A

Lasciamoci come sempre, nel giorno del Signore, la Domenica, interpellare dalla Parola di Dio, Parola che non ci illude e non ci delude.

La Liturgia della Parola di questa Domenica si apre con un testo forte e scomodo del profeta Isaia.

Il Signore smaschera un culto che rischia di ridursi a formalità religiosa e indica invece la via di una fede incarnata, concreta, capace di toccare la carne dell’altro: «Sciogli le catene inique, rimanda liberi gli oppressi, spezza ogni giogo».

È una Parola che non consola superficialmente, ma converte.

E proprio da questa conversione nasce una promessa luminosa: «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora». La luce non è il punto di partenza, ma il frutto di una vita trasformata. Isaia ci dice che Dio non separa mai il dono dalla responsabilità, la grazia dalla risposta. La luce di Dio abita un cuore che si lascia plasmare dalla giustizia e dalla misericordia.

Il Vangelo ci consegna due caratteristiche specifiche del discepolo di Gesù: essere luce del mondo e sale della terra, che non è un dato acquisito di diritto ma è il risultato di un cammino. Infatti tutti sappiamo che il sale può diventare insipido e la luce può offuscarsi.

Un pensatore che tanto ha determinato il pensiero del nostro tempo, così dichiarava: «Se la buona novella della Bibbia fosse anche scritta sul vostro volto, voi non avreste bisogno di insistere perché si creda all’autorità di questo libro: le vostre opere, le vostre azioni, le vostre scelte dovrebbero rendere quasi inutile la Bibbia, perché voi stessi sareste la Bibbia vivente!» (F. Nietzsche).

Essere sale della terra è la prima caratteristica dei discepoli.

Il sale ha una funzione specifica: dare sapore. Il sale viene usato perché il cibo diventi più buono. Applicata questa immagine alla vita di noi credenti significa che noi possiamo diventare “insipidi”, senza sapore, cioè poco credibili. Non è forse vero che spesso i nostri comportamenti rendono non più attrattivo il nostro cristianesimo, proprio perché siamo diventati cristiani senza sapore?

Enzo Bianchi così puntualizza: «Chi cucina, sa che mettere il sale nei cibi richiede discernimento e misura, ma è soprattutto consapevole di compiere questa azione per dare gusto. Ebbene, i cristiani devono esercitare tale discernimento e conoscere la “misura” della loro presenza tra gli uomini: solidarietà fino a “nascondersi” come il sale negli alimenti, e misura, discrezione, consapevolezza di essere solo apportatori di gusto».

Essere luce del mondo è la seconda caratteristica dei discepoli.

Essere luce significa essere fino in fondo ciò che siamo! Il compito della luce è rischiarare le tenebre! E noi siamo luce soltanto se sappiamo essere dono per gli altri, soprattutto per le persone più impoverite, più abbandonate, più sole, come ci ricorda oggi il profeta Isaia. Non dimentichiamo che “non si accende una lampada per metterla sotto il moggio”. La fede non è fatta per essere nascosta ma testimoniata, trasmessa, celebrata. E come ci ricorda la Seconda Lettura, la prima lettera ai Corinzi, la fede non nasce dalla sapienza umana ma dalla potenza di Dio. Paolo parla di una debolezza apparente, quella della croce, che in realtà è la forza che salva.

Siamo chiamati ad essere testimoni credibili.

Preghiamo perché nel “qui ed ora” di questo tempo diventiamo luce del mondo e sale della terra, non per i nostri meriti, ma per la Sua immensa misericordia che continua a farci dono di Lui. “Sarebbe stato poco esortarli (i discepoli) con il suo esempio, se non li avesse riempiti del suo Spirito” (da Omelia 93, S. Agostino).

Buona Domenica.

✠   Francesco Savino

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