Sir 15,15-20; Sal 118; 1 Cor 2,6-10; Mt 5,17-37

VI Domenica del tempo ordinario – anno A

Dopo le beatitudini (cfr. Mt 5,1-12) e la definizione di chi le vive come sale della terra e luce del mondo (cfr. Mt 5,13-16), ecco il corpo del “discorso della montagna”: tre capitoli nei quali Matteo ha innanzitutto raccolto parole di Gesù riguardanti la Legge data a Dio attraverso Mosè e il discepolo che vuole veramente viverla secondo l’intenzione del Legislatore, Dio. Nella parte restante del capitolo 5 Gesù crea sei contrapposizioni tra lo “sta scritto” tramandato di generazione in generazione e ciò che egli vuole annunciare, come un’interpretazione della Torah più autorevole e autentica di quella fornita dalla tradizione dei maestri.

L’evangelista Matteo, dovendosi rivolgere ad una comunità molto legata alla memoria dei suoi padri, sente la necessità di presentare il messaggio di Gesù non in opposizione ma in continuità con quello mosaico. Infatti in obbedienza alla grande tradizione biblica Gesù dichiara che l’osservanza di tutta la legge diviene imprescindibile scuola di libertà. La legge, però, va messa insieme ai profeti. La legge e i profeti stabiliscono quella dialettica straordinaria che non permette mai alla lettera di essere privata dello spirito. Né uno iota né un apice di quanto Dio ha detto e comandato può andare perduto. La Parola di Dio infatti è sempre viva proprio perché è aperta a sempre nuove successive attualizzazioni.

Molto sapientemente il Concilio Vaticano II ha finalmente restituito a noi credenti la consapevolezza che la Rivelazione di Dio abita la storia. La Rivelazione di Dio se non si traduce in tradizione viva non è diversa da altri feticci religiosi. Tutte le volte in cui noi pretendiamo di cristallizzare quanto “sta scritto” in formule pronunciate una volta per tutte, rendiamo la scrittura non Parola viva ed efficace ma unicamente uno dei possibili codici religiosi. Se ancora oggi la Bibbia rappresenta per il mondo che l’ha conosciuta una linfa vitale e non un reperto archeologico è perché permette a Dio di parlare nell’oggi della storia.

Con quella affermazione “Ma io vi dico …” Gesù non soltanto non vuole fare decadere né uno iota né un apice di quanto Dio ha detto nel passato, di quanto “sta scritto”, ma vuole interpretare il comando di Dio con lo spirito di profezia, perché la legge di Dio diventi vita.

Per Gesù è fondamentale che non vada perduto il Regno di Dio e la sua giustizia. Il Regno rappresenta il “di più” di Dio, non il “di meno”, esso porta a compimento non sottraendo nulla. Per questo la sua giustizia non annulla il comando ricevuto dall’alleanza sinaitica, ma rivela che esso ha in sé altre virtualità da scoprire.

Non attardiamoci, dunque, e non perdiamo tempo nelle discussioni attinenti la fedeltà alle tradizioni. Gesù non si mette a disquisire ma dà una interpretazione che ne fa vedere la bellezza dell’applicazione nelle situazioni più inedite della vita e della storia. La giustizia del Regno di Dio oggi più che mai ci chiede di affrontare il mare aperto della complessità del momento e chiede che il messaggio del Vangelo sia interpretato con il criterio del “di più”.

Difendere la verità non significa cedere al pensiero unico o alla dottrina unica. Bisogna imparare a parlare di Dio con parresia in modo che il “si” sia davvero si e il “no” sia davvero no.

C’è sempre il rischio per noi Chiesa di parlare in modo tale che il “si” possa diventare no e il “no” possa trasformarsi in si.

È il rischio di cedere al fascino di una parola che parla senza dire, una parola che, come dice il testo del Vangelo, viene dal maligno.

Siamo chiamati a pronunciare parole, testimoniate con la vita, che denunciano l’ingiustizia a difesa sempre di chi è più debole ed emarginato, consapevoli che il silenzio omertoso è la negazione della fedeltà libera e creativa alla volontà di Dio, espressa in modo radicale da Gesù, che ancora oggi ci dice “sta scritto”, “fu detto” ma io oggi “vi dico”.

Buona Domenica.

 

   Francesco Savino

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