VIDEO | Omelia San Biagio 2016

VIDEO | Omelia San Biagio 2016
03-02-2016

san_biagioL’omelia pronunciata dal Vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, il 3 febbraio 2016, in Basilica Cattedrale, durante la santa messa concelebrata col presbiterio diocesano in occasione della festa del Santo Patrono della Diocesi, San Biagio. [CLICCA SUL VIDEO PER ASCOLTARLA]

 

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Omelia San Biagio 2016

Carissimi,

nel nome di san Biagio, patrono della nostra Diocesi, rivolgo mio saluto cordiale e affettuoso, ai sacerdoti, alle religiose e ai fedeli laici. Il mio ossequio va anche alle autorità civili e militari,

La chiesa di Cassano è stasera qui convenuta in tutte le sue componenti per la solennità di san Biagio, che ha confessato la sua fede in Gesù Cristo fino al martirio, la diocesi di Cassano ha riconosciuto il suo speciale patrono, perché spinto dallo Spirito, annunziò per  primo la fede  ai nostri padri affinché anche qui fiorisse  la Chiesa, popolo sacerdotale di salvati, chiamati dall’Amore a raccontare nei secoli  le meraviglie di Dio; popolo di uomini  nuovi,  liberati nella  vittoria pasquale di Gesù  per essere veicolo  di liberazione nella  storia. Il senso profondo e gioioso di questa celebrazione, assieme all’esperienza del Signore risorto ed al rinnovarsi della coscienza del nostro essere chiesa – oggi e qui, – è primariamente l’evidenziazione della nostra unità in Cristo. L’unità è la testimonianza più significante dell’essere col Signore. L’unità vale più dei miracoli, anzi, è il miracolo più grande e la meraviglia di Dio che ci rende capaci di amore. Nell’amore noi siamo credibili; manifestiamo Dio e lo rendiamo presente nel mondo.

Celebriamo dunque con amore e filiale devozione, la memoria liturgica di S. Biagio, affinché ispirati dal suo fulgido esempio, possiamo seguire sempre la via che conduce alla salvezza eterna.

San Biagio visse a Sebaste, in Cappadocia, l’odierna Anatolia, tra il III e il IV secolo. Pare fosse medico, e Vescovo di quella città. Quando cominciò la persecuzione di Licinio, prima larvata, poi sempre più violenta, egli fuggì dalla città, rifugiandosi in una grotta sui monti. Licinio, uno dei colleghi di Costantino, aveva autorità sulle regioni orientali dell’Impero. Geloso della potenza del grande Imperatore, gli si mise contro, e per prima cosa divenne persecutore dei Cristiani. Con ciò contravveniva all’Editto di Milano, ch’egli stesso aveva sottoscritto insieme con Costantino. La sua persecuzione fu quindi un mezzo di lotte politiche, anzi una espressione della rivalità tra i due colleghi. Ma le sofferenze dei cristiani d’Oriente non furono per questo meno crudeli, finché Costantino non riportò sul rivale una completa vittoria. Pare che San Biagio, recluso volontario nella caverna, seguitasse a svolgere la sua opera di Vescovo. Non dimenticò, cioè, neanche sui monti, il gregge dei cristiani di Sebaste, lontano e minacciato. E a questo gregge di uomini, si aggiunse, secondo la leggenda, un seguito di animali selvatici, che visitavano il Vescovo nella caverna, recandogli il cibo.

Finalmente venne scoperto da alcuni cacciatori. Condotto nella città, fu imprigionato, e anche in carcere operò diversi miracoli. Durante il processo rifiutò di rinnegare la fede cristiana; per punizione fu straziato con pettini di ferro. “Dilacerato corpore, infractus animo resistit, dice la Passio” cioè il racconto del suo martirio, commentando la infrangibile resistenza del Vescovo, nel sanguinoso strazio del suo corpo.

Mentre veniva portato a morire, pare nel 316, guarì un bambino che stava per soffocare a causa di una lisca di pesce nella gola.

Questo episodio delicato e affettuoso, compiuto sulla via del martirio, valse al Santo la sua qualifica di protettore da tutti i mali della gola, che la tradizione ha confermato con un culto secolare, e che la Chiesa accoglie nella liturgia di questo suo giorno festivo. Il corpo di S. Biagio fu sepolto nella cattedrale di Sebaste. Una parte dei resti mortali di S. Biagio sono conservati nella Basilica di Maratea, sul monte S. Biagio.

La Parola dei due testamenti che abbiamo ascoltato sembra proporci un’immagine antica e sempre nuova, quella del buon pastore che conosce le sue pecore e dà la vita per loro.

I vari esegeti nel tentativo di dare un volto alla presenza amorevole e misteriosa di Dio, dentro l’esperienza della storia, ricorrono a immagini e metafore. E tra le metafore più amene spicca, appunto, quella del buon pastore.

È Dio, infatti, il pastore buono che pasce il suo gregge (Is 40,11) e nel fluire del tempo lo affida ai suoi servi. Questi però talvolta sono venuti meno al compito loro affidato. Ecco alzarsi la voce di Ezechiele che pronuncia il celebre oracolo: “Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura………Ricondurrò all’ovile la pecora smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata…. Susciterò per loro un pastore che le pascerà…….”

Lo sfondo biblico dell’immagine del pastore, come abbiamo visto, deriva dall’Antico Testamento ma ha valore mes­sianico.

Gesù è il buon Pastore che porta a compimento le promesse di Dio e le attese del popolo. Anzi egli non è solo il buon Pastore, che realizza ed invera tutte le qualità del pastore, conducendo il gregge in luoghi sicuri ed in pascoli ubertosi, ma giunge a privarsi della sua vita per gli altri.  Il suo ministero, infatti, è in contraddittorio con i falsi pastori, i responsabili del popolo, che svolgono la sua stessa missione ma in modo differente, come mercenari e briganti. Gesù, al contrario, è vero Pastore, perché i suoi atteggiamenti lo rive­lano tale: rischia la vita per le pecore (v. 11), conosce le pecore con una conoscenza amorosa, è riconosciuto da loro a cui fa il dono di una vita duratura (v. 14), e non permette che alcuno le rapisca, avendole ricevute tutte dalla mano del Padre suo (10, 28-29).

L’evangelista, in questa pericope, di grande re­spiro cristologico, ha esposto la missione del vero Messia-Pa­store, denunciando la falsità dei capi dei nemici e il loro pec­cato e descrivendo il nascere della nuova comunità messianica formatasi intorno a Cristo! Nella seconda lettura tratta da apocalisse emerge una frase così nettamente da imporsi rispetto a tutte le altre: “Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita” (Ap 2, 11).

È, dunque, il buon pastore, il modello di sempre cui esemplarsi per conservare la fedeltà alla chiesa e incamminarci verso la corona della vita.

Ma, oggi parlare di pastori in questa società che sembra quasi vivere come se Dio non ci fosse, richiama scenari di virgiliana memoria, bucolico, agreste di tempi passati. Se poi coniughiamo “pastore e gregge”, la conversazione diviene addirittura ambigua, quasi desueta o meglio inafferrabile.

Parafrasando Newman si può dire che spirito del mondo, ha esercitato un grande influsso anche sul sacerdote. Infatti, la cultura largamente secolarizzata, tende ad omologare il sacerdote all’interno delle proprie categorie di pensiero, spogliandolo della sua fondamentale dimensione misterico-sacramentale.

E oggi sono proprio i santi ad ammonire i pastori della Chiesa a “pascere il gregge di Dio…, facendosi modelli del gregge” nell’imitazione di Cristo (1 Pt 5, l-4). I Santi, infatti, hanno vissuto i problemi, i travagli, le difficoltà e le crisi di tutti. Ma vengono fuori da questi avvenimenti con la luce della Parola e con la forza dell’Eucaristia.

Ma, in un tempo come il nostro, caratterizzato dell’eclissi della speranza che rende difficile riconoscere la valenza “teo­logale” della santità, la lezione di San Biagio, nonostante, così lontana nel tempo, risulta quanto mai attuale per l’ora storica in cui viviamo. Illuminati dal suo insegnamento vi invito a pregare, a cogliere l’essenziale della vita cristiana per saper dare ai beni terreni l’esatta valutazione del Vangelo, perché “preghiera, carità e martirio”, sono i capitoli che rendono San Biagio attuale anche oggi.

La civiltà post-moderna ci trasmette un dinamismo di portata tragica, in quanto deve gestire un progresso dalle gigantesche proporzioni e deve misurarsi con squilibri sconvolgenti. Gli apparati, i sottosistemi, gli interessi sono talmente incidenti che l’uomo ne viene stordito e manipolato.

I mass-media amplificano talvolta ciò che scandalizza anziché ciò che costruisce. Vivono di sensazionalismo, anziché della ferialità sofferta, talvolta crocifissa, della gente e dei poveri. È la società moderna sembra una grande centrale, che sforna personaggi e trascura la persona, che costruisce idoli e tace sui valori.

In fondo, manca una vera politica, cioè la ricerca del bene comune, della promozione e dello sviluppo d’ogni persona armonizzato con il bene di tutti. Dunque, ci sono frantumazioni nel sociale e grandi trascuratezze. E inoltre la nostra una società dalle molte esigenze che spesso si esaurisce in tanti proclami (vedi politica nazionale), che risultano sterili per l’incapacità di armonizzare economia ed etica, interessi privati e solidarietà, giustizia e comunione. In questa difficoltà a ritrovarsi, si nota soprattutto il bisogno di modelli e di uomini testimoni. Questa società non ha uomini-riferimento, ma personaggi costruiti e, poi, stritolati.

C’è una seria crisi valoriale, con non poche confusioni. Tale crisi è in fondo, crisi di certezze, di etica, di misura e di autentico dialogo. Paolo, di fronte ai tanti idoli del benessere, del successo dell’eros scatenato, della cultura, dell’aggressività e del sospetto annunzia ancora il “Dio ignoto”, che per noi occidentali non è il Dio non conosciuto, ma il Dio trascurato. È l’annunzio del Dio di Gesù che ci propone l’autentica dignità dell’uomo, amato da Dio, redento da Cristo, toccato dalla luce e dalla potenza dello Spirito Santo.  Ritrovando Dio Padre, riconoscendo il bisogno e la vita di una conversione potremo trovare la fraternità che si traduce in solidarietà sociale ed in attenzione verso gli ultimi. Solo l’uomo che sa misurarsi sa aprirsi agli altri. Infatti, i sazi non comprendono mai gli affamati, dice la saggezza calabrese e questa è anche la Parola di Cristo: “Guai a voi, o ricchi”. Voi non entrate nel regno di Dio, perché siete ben impiantati nei regni del vostro potere, del vostro benessere, delle vostre sicurezze.

Oggi, bisogna avere il coraggio cristiano di chiedere a tutti la conversione, come cambiamento di atteggiamento, uscendo dall’io, per ritrovare gli altri, aprendoci al Padre, che donandoci la salvezza della Pasqua ci apre a cammini di vita e di speranza.

In questi  ultimi decenni, il nostro ethos sociale è stato rovesciato nel clientelismo, nell’evasione e nell’omertà e si è espresso in forme  parossistiche di sfruttamento, d’illegalità, con tanti diritti conculcati,  con il lavoro nero,  con l’usura  con la mafia diffusa, con riverbero d’emergenza in quella  più deplorevole organizza­ zione, che è la ‘ndrangheta, grande apparato del crimine  e della negazione  di  ogni  valore  umano e cristiano – come ha ribadito il Santo Padre Francesco nella sua storica visita alla nostra amata diocesi  –  perché  tutto  regola  sulla prepotenza  e si orienta  al guadagno ad ogni costo.

Il mio discorso di pastore, di fronte a S. Biagio, patrono della diocesi, non tende a crocifiggere nessuno, ma a responsabilizzare tutti. Urge una convergenza sinergica di riflessione, di sostegno e di proposta che divenga progettualità

La Chiesa, attraverso i suoi ministri ha un ruolo specifico, che è quello di educare la coscienza, di formare uomini nuovi e veri, di annunziare la verità, pur se disturbando, di sollecitare la concordia, esaminando ogni ricerca ed incrementando ogni germe di proposta.

Come cristiani, come uomini di chiesa, stentiamo ad entrare nella storia con il compito di orientarla secondo Dio, facendola crescere nei valori, liberandola dalle schiavitù vecchie e nuove.

A tal riguardo, con le parole di Papa Francesco dico: “preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita”.

Per cui, paradossalmente, siamo intuitivi ma bloccati, vivaci ma fermi, entusiasti ma ripetitivi. Le vie di Dio, se sono vere, passano per le vie dell’uomo per liberarlo ed autenticarlo nella sua integralità.

Via di Dio non è la via che proietta in un progresso avveniristico avventuroso, ma che porta l’uomo a verità e giustizia facendolo passare per la via della liberazione da ogni schiavitù interiore ed esteriore. Questa via che è il “nascere da capo” passa attraverso la croce cioè la morte dell’uomo vecchio per la risurrezione e la novità dell’amore.

Dobbiamo battere la via della Pasqua, nascere a libertà morendo ad ogni schiavitù interiore, sociale, strutturale e paradossalmente anche religiosa, cioè di una religiosità malintesa.  Dobbiamo entrare,  in forza della  nostra fede,  nella speranza, che è cammino aperto a novità, a giustizia,  alla redenzione dell’uomo, al superamento di  tanti  blocchi ambientali, allo svincolamento da tante dipendenze quali un familismo bloccante,  un clientelismo  nella  politica,  un assenteismo  nel sociale, un comportamento solamente assistenzialistico, una religione fatta di riti senza vita, di tradizionalismi senza futuro, di compensazione emotiva  anziché  di liberazione interiore  e storica.

I santi sono un’idea di Dio per ogni stagione della storia e della vita della Chiesa. Sono un richiamo continuo di Dio a convincerci che è possibile prendere sul serio il Vangelo, è possibile la santità; che essere santi è la situazione più normale della nostra esistenza, non è un lusso né una eccezione. La vita cristiana non è tanto una tensione verso l’aldilà quanto l’attenzione all’aldiquà, cogliendone, nella riconoscenza e nella responsabilità, la logica di senso e di gratuità che in ogni attimo l’amore di Dio vi iscrive.

Carissimi, tutti noi, in questa giornata di festa, vogliamo metterci in atteggiamento di venerazione davanti a san Biagio, e affidargli la nostra diocesi perché la renda idonea ad attraversare il fiume della vita facendola rimanere salda nei grandi valori della convivenza civile e vigile nell’attesa dello Sposo!

 + FRANCESCO SAVINO

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