“Il tempo si è fatto breve”. Avvento e Natale 2016: la lettera pastorale del Vescovo Savino

Il Vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, scrive la lettera pastorale al popolo di Dio, ai sacerdoti e diaconi, alle comunità religiose, ai movimenti e alle aggregazioni ecclesiali per l’Avvento e il Natale 2016.

Di seguito il testo. [Per scaricare la LETTERA PASTORALE CLICCA QUI]


IL TEMPO SI E’ FATTO BREVE

O Dio, Padre buono,
tu hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore,
scegliendo il grembo purissimo della Vergine Maria
per rivestire di carne mortale il Verbo della vita:
concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo nello spirito
con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede. (Colletta alternativa IV Avvento A)

Iniziamo questo tempo di Avvento 2016 con l’invocazione della Colletta alternativa IV Avvento A, in cui chiediamo al Padre buono di “accogliere” e “generare il Verbo della vita”. Per accogliere e generare nello spirito il Verbo della vita, ci disponiamo ad intensificare l’ascolto della Parola nell’obbedienza della fede. Conoscenza, riflessione, meditazione e preghiera sono le coordinate che suggerisco a tutti di seguire nelle prossime settimane. Parliamo di tempo, di settimane, e subito è necessario che richiamiamo non soltanto alla ragione, ma anche al cuore e ai nostri gesti consuetudinari, una dimensione altra del tempo.

VIVERE IL TEMPO DEL COME SE NON

L’espressione appartiene ad una lettera di Paolo rivolta agli abitanti di Corinto che vivevano in modo molto simile al nostro, intenti cioè alle numerose attività, soprattutto commerciali, dissipando la propria esistenza nel soddisfacimento dei piaceri più sfrenati e nel disordine morale. Il suo è un richiamo forte che sembrerebbe espresso in termini catastrofici. Così non è. Anzi, il testo paolino si apre ad un orizzonte insperato che si dischiude al giudeo ortodosso di Tarso dal momento di quel famoso incontro sulla via di Damasco. Possiamo comprendere il messaggio paolino se teniamo presente il genere apocalittico.

Leggiamo in 1Cor. 7, 29-31: “Questo dico, fratelli, il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo”.

Il tempo liturgico di Avvento, ogni anno, fa pensare all’esistenza degli esseri umani che è limitata: inizia e si conclude come un “soffio”. Come leggiamo in Qoelet, su di essa non regge alcuna illusione né progettazione o attesa o speranza. Ma la considerazione lucida e filosofica, che possiamo tutti fare sulla caducità di ogni essere vivente, non soddisfa le aspirazioni profonde dell’essere umano. Perché, lo dice sempre Qoelet, nel suo esame acuto e dettagliato su ogni aspetto della vita, non risponde alla domanda che l’uomo si pone: qual è il senso della mia esistenza? Perché sono nato? Per quale fine?

Il Natale è un’occasione privilegiata per ripensare, in termini di bilanci, la personale esistenza e per lasciare che essa venga illuminata dalla luce sfolgorante di quella nascita che duemila anni orsono cambiò per sempre il corso della storia.
Dio, l’Infinito che sta oltre lo spazio e il tempo, l’Increato, si manifesta a tutti, anche ai ciechi, si fa sentire anche dai sordi, cammina accanto a chi si è fermato non sapendo più dove andare, si ferma con chi non ha pane, né abiti con cui ripararsi dal freddo, e prende una casa per abitare con noi. Lo fa in un percorso storico conclusosi con un’inesorabile disfatta umana, con la più violenta delle uccisioni, di cui il potente governo romano, insieme ai capi del popolo ebraico, è stato capace; ma il suo corpo, sepolto e avvolto in un lenzuolo, risorge. E il Risorto si fa vedere dai suoi discepoli e assicura che vive tra noi per sempre nello Spirito di Dio. Dunque la “carne mortale che ha rivestito il Verbo della vita”, attraverso cui Dio Padre rivela il Suo amore, ha rivoluzionato il tempo umano. Non soltanto perché ha inaugurato l’era cristiana, ma soprattutto perché ha indicato un modo inedito di considerare il tempo: il tempo opportuno, il kairòs, si è fatto “breve”, si è raccolto, si è arrotolato su se stesso, ha avuto una svolta, dice la traduzione letterale del verbo greco sustéllo, per altro quasi intraducibile.

Paolo afferma che tutto quanto è accaduto nel passato, ciò che accade e ciò che accadrà nei secoli, è ricapitolato in Gesù, il Cristo, l’alfa e l’omega, inizio e fine di ogni esistenza ed anche della storia nella sua completezza.

Quanto concerne la quotidianità degli uomini e delle donne che cercano di soddisfare tutto questo perde di significato: siamo chiamati a libertà, a servirci del mondo senza essere del mondo, a servirci dei beni senza considerarli il Bene Assoluto. Paolo invita a considerare provvisorie le aspirazioni e le ambizioni di questo mondo e a ritenerle illusioni. E conclude: “passa la figura di questo mondo”.

Quando? Da quando il tempo si è cristificato.

Infatti, lo sguardo umano sul mondo è cambiato da quando Gesù, nato da donna, ha percorso le strade della Galilea annunziando il Regno di Dio, lo ha reso tangibile nei gesti e nelle parole di guarigione e riscatto di malati ed esclusi, è stato riconosciuto come Figlio di Dio e ci ha chiamati fratelli.

DAVANTI A GESU’ BAMBINO

La scena del presepe ci affascina: non c’è dubbio che un neonato accanto alla mamma e al papà richiama sensazioni primordiali, stupore indescrivibile! Si può sapere tutto delle combinazioni chimiche e biologiche che si verificano dall’atto del concepimento fino alla nascita ed oltre, ma rimane sempre la meraviglia suscitata da un bambino che viene al mondo e che si offre inerme all’attenzione dei genitori, in particolare della mamma, e di tutto il contesto familiare e sociale. Soltanto se viene accolto e accudito, il piccolo essere umano
ha la possibilità di sopravvivere, e questo lo sappiamo bene; anzi, spesso si esagera in
cure e attenzioni per alcuni neonati e si trascurano le necessità di moltissimi.

Ma il Bambino della grotta di Betlemme è diverso da tutti gli altri. E’ un inedito che scombina ogni riferimento umano ed anche ogni idea su Dio. Fa tenerezza ma è anche “la scure posta alla radice”; fragilità potente quant’altri mai, si offre in un buio che diviene illuminante tanto è illuminato. Nessun neonato mai ha la potenza di Gesù neonato. E’ l’uomo Dio, che nasce bambino come tutti noi, vive e muore come noi, risorge come anche noi risorgeremo per abitare con Lui nella terra dei viventi per sempre, nella comunione dei Santi.

La nascita del Dio con noi, l’Emmanuele, anche in moltissime delle raffigurazioni pittoriche, soprattutto dei maestri del Cinquecento e Seicento, da Caravaggio ai Fiamminghi, è rappresentata con una luminosità che non proviene da una fonte esteriore alla tela, ma si diffonde ovunque nel buio circostante partendo dal piccolo che giace sulla paglia. E le figure intorno, dalla Vergine Maria, a Giuseppe, gli Angeli, fino a tutte le altre, ricevono una cascata di luce che illumina a sua volta. Si crea un trionfo di luce e chi guarda, chi si sofferma anche per pochi istanti, avverte una Presenza. Sentiamo che c’è un Bambino che nasce per noi, ha a che fare con le nostre esistenze, entra nella nostra casa fino al midollo delle ossa di noi che vi abitiamo, ci mette a nudo con la sua nudità. Tutte le ombre si rivelano e non siamo più in grado di coprire, mistificare, camuffare il male che è dentro di noi.

Un suggerimento da tener presente: volgiamo lo sguardo sulla Luce che salva. Ci può essere utile tener presente l’essenzialità, la semplicità, la scarnificazione delle scene che si predispongono nelle chiese e nelle case per l’Avvento e il Natale. Se riusciamo a non lasciarci coinvolgere dal frastuono e dalle offerte commerciali di ultima generazione ed anche dai tanti orpelli e paludamenti della tradizione locale, avremo le condizioni possibili di un Natale dentro di noi, nelle nostre esistenze. Facciamo spazio all’Assoluto che ci abita e che ha una Parola di Rivelazione capace di far germogliare ogni pianta rinsecchita, rianimare le ossa inaridite, ricomporre i cocci infranti di una quotidianità insostenibile, se priva di senso.

Ritorniamo, nella riflessione comunitaria, sulle parole che Papa Francesco riporta al n. 66 dell’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia.

L’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la santa Famiglia di Nazareth, illumina il principio che dà forma ad ogni famiglia e la rende capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia. Su questo fondamento, ogni famiglia, pur nella sua debolezza, può diventare una luce nel buio del mondo. “Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi che cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere come è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale” (Paolo VI Discorso a Nazareth, 5 gennaio 1964)

Diamo spazio nelle comunità parrocchiali all’adorazione del Santissimo Sacramento, Corpo reale di Cristo, nelle forme e nelle ore più opportune, perché silenzio e contemplazione sono le condizioni in cui ciascuno può riconoscere le sue sembianze nel Volto Santo di Dio e ritrovare lì la gioia del proprio respiro.

TENEREZZA TREMENDA

L’infante Gesù con la sua tenerezza scompiglia i piani dell’astuto Erode che, cercando la complicità dei Magi, vuole definitivamente allontanare la minaccia dal suo potere.

La tenerezza di Gesù non oppone resistenza alla violenza infanticida di Erode. Essaè una tenerezza tremenda per il vecchio re che trema al vedere compiersi le profezie e le promesse che Dio ha fatto ai Padri di Israele.

Un’occasione questa per riflettere sulle molteplici forme di infanzia negata, maltrattata, lacerata dalla violenza infanticida di tanti adulti, che rinnegano nella loro vita la luce vitale di cui i bambini sono portatori, la speranza di un compimento nel futuro.

Negando l’infanzia, il mondo degli adulti si condanna a marcire nella propria disperazione.

CULTURE DIVERSE SI DANNO APPUNTAMENTO: SCIAGURATI, SCIENZIATI, POTENTI E MISERI.

Davanti all’Infante tremendo si danno appuntamento tutte le culture umane quasi a chiedere un riconoscimento. La cultura dello sciagurato che impreca il fato o un dio silenzioso per la sua condizione; la cultura dello scienziato che aspetta una risposta etica alla sua scienza sempre più disumana; la cultura del potente che nega o rifiuta la possibilità che il mondo sia liberato dall’ossessione del dominio; la cultura del misero che aspetta di essere rivestito di una beatitudine che non conosce tramonto. Questo convivio di umanità ci invita ad aprire gli orizzonti e a non aver paura di conoscere l’altro, il diverso, colui che si è dato, davanti al presepe, un appuntamento con il suo destino.

Non è fuori luogo se, in tempo di Avvento, ogni parrocchia, in rete con altre parrocchie viciniori e con gruppi e movimenti ecclesiali, inizi un percorso volto a far maturare la disponibilità dei laici che, nel ricordo dei “tria munera” battesimali e dell’impegno assunto con il sacramento del Matrimonio, diano spazio tra le mura domestiche, piccole o grandi che siano, all’accoglienza gratuita di un anziano che vive in solitudine, di un bambino che le acque del mare ha fatto approdare vivo nei centri di accoglienza del territorio, di una famiglia in difficoltà economiche tanto gravi da mancare dei generi di prima necessità. Uno slogan di qualche decennio orsono suonava più o meno così: “Aggiungi un posto a tavola, avrai un amico in più…”. Sarebbe bello che, alla tavola delle nostre famiglie, imparassimo ad aggiungere sempre un posto in più, a cominciare da qualche parente che non incontriamo da tanto tempo a causa di dissidi ed incomprensioni. E questo non per essere più buoni a Natale, ma per fare posto davvero all’Altro, “ospite gradito dell’anima, dolcissimo sollievo”.

IL BAMBINO SUSSULTA NEL GREMBO DI ELISABETTA: DUE ARCHE DI VITA SI RICONOSCONO

L’arca è l’archetipo originario della generazione; la stessa lingua greca ne manifesta l’assonanza: arca è prima di tutto “archè”, principio, e nell’archè vi è la divinità con tutta la sua potenzialità vitale: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (Lc.1,43). Elisabetta riconosce, nel saluto di Maria, l’archè, il principio che fa sussultare ogni cuore. Nel Saluto vi è la Salvezza incondizionata! E in questo le due donne sono solidali, in questa maternità che accettano senza chiedere nulla in cambio. È la pura grazia che redime e rifonda il desiderio di trasgressione di Eva. In questa accettazione della pura grazia che viene dall’alto vi è la possibilità per ogni donna di sottrarsi alla violenza della cultura del consumo: la donna dice sì solo alla purezza e alla luce che un bambino in una mangiatoia mostra sfolgorante.

GIUSEPPE COMPRENDE E ACCOGLIE NEL SUO SILENZIO

Giuseppe è l’icona della comprensione che è propria dell’intelligenza: la saggezza che matura nell’accoglienza. Egli accoglie la decisione di Maria di “non conoscere uomo”, accoglie anche il dubbio di un suo possibile tradimento.

Giuseppe è l’uomo dell’accoglienza, della comprensione, dell’integrazione. Mostra la strada ad una Chiesa che, nello Spirito del Vivente, il Cristo, integra anche l’errante, se ne fa carico, lo avvolge con la misericordia del silenzio.

Giuseppe capovolge la forza della virilità nella custodia della Verità!

QUALCHE INDICAZIONE

Mi permetto di suggerire, come testo per la catechesi comunitaria, nelle quattro settimane di Avvento, i capp. 90-119 dell’A.L. in cui papa Francesco proponeriflessioni dettagliate ed attualizzate sull’Inno alla Carità di San Paolo. Il percorso di lettura e meditazione potrebbe anche essere adattato per la preghiera e proposto durante la Novena dell’Immacolata e di Natale. (cfr. Sussidio Liturgico)

Sono certo che, in questo I Tempo del nuovo Anno Liturgico, “contemplare Cristo vivente che è presente in tante storie d’amore e invocare il fuoco dello Spirito su tutte le famiglie del mondo” (A. L. n.59) consentirà di avviare lo svolgimento del progetto pastorale diocesano condiviso e programmato per quattro anni.

SALUTO

Come pastore del popolo che è nella Diocesi di Cassano allo Ionio, dico a tutti: “Vigilate attentamente, comportandovi da uomini saggi, profittando del tempo presente” (Ef 5,15-17).

Invoco su di voi la benedizione di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo e vi ripeto con insistenza: vi voglio tutto il bene di cui il Signore mi rende capace.

Vostro Vescovo
Francesco Savino

03-12-2016
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