Omelie

I Domenica di Avvento anno B


I  DOMENICADI  AVVENTO  (anno B)

Is 63,16b-17.19b; 64,2-7; Sal 79; 1 Cor 1,3-9; Mc 13,33-37

 

3  Dicembre  2023

Questa Domenica inauguriamo il tempo dell’Avvento e il nuovo Anno Liturgico. L’Avvento mostra un aspetto essenziale della nostra fede: la tensione fra il “già” e il “non ancora”, il “già” della prima venuta di “Dio che si fa carne” in Gesù, che squarcia il tempo e la storia, e il “non ancora”, la venuta ultima e definitiva nella gloria, il compimento di tutto.

La nostra fede deve abitare e persistere nella tensione fra il “già” e il “non ancora”. La fede è un dono straordinariamente meraviglioso di Dio che ci cambia lo sguardo, su noi stessi, sugli altri e sulla storia.

La fede, tuttavia, non ci può fornire la certezza assoluta dell’evidenza, della chiarezza, non può rimuovere ogni interrogativo, ogni ricerca e dubbio critico. Come insegna e testimonia l’apostolo Paolo, qui in terra vediamo le cose di Dio soltanto come in uno specchio, un enigma, un indizio. Avremo la piena certezza quando, all’orizzonte del tempo, saremo faccia a faccia con Dio.

La fede dell’Avvento si apre al Dio che è venuto, che viene e che verrà.

È bello, come credenti, vivere con la consapevolezza che Dio è il futuro assoluto del mondo e di ciascuno di noi, credenti e non credenti. Il Vangelo di Marco ci accompagnerà in questo nuovo anno Liturgico che con questa Prima Domenica di Avvento inizia.

Oggi l’evangelista pone davanti ai nostri occhi la venuta del Figlio dell’Uomo alla fine dei tempi e ci dice su come attendere quel giorno.

Sostiene commentando questo brano il monaco Enzo Bianchi che: “Secondo l’evangelista più antico, la manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo avverrà dopo una tribolazione nella quale l’assetto attuale del mondo sarà sconvolto e avrà fine (cfr. Mc 13,5-23). Allora tutta l’umanità sarà posta di fronte alla visione del Figlio dell’uomo veniente sulle nubi con grande potenza e gloria (cfr. Mc 13,24-27; Dn 7,13-14). Sarà un evento estrinseco alla storia e alla volontà umana, che realizzerà un decreto del Padre: il Figlio dell’uomo instaurerà per sempre il suo Regno e, attraverso i suoi messaggeri, radunerà i chiamati da lui. Visione apocalittica, rivelativa, le cui immagini devono evocare l’inenarrabile azione di Dio, che è e sarà sempre azione di salvezza e di liberazione.

La parusia, la venuta gloriosa, coinciderà con la fine dell’attuale creazione e l’avvento della nuova, un evento che avverrà certamente ma la cui ora non è conosciuta da nessuno se non da Dio, come Gesù afferma subito prima del nostro brano liturgico: “Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32)”.

Neanche Gesù conosce quell’“ora” che verrà improvvisa, sia che gli umani l’attendano, sia che non l’attendano.

Senz’altro ci sono dei segni che possono aiutarci ad “intuire” l’ora in cui il Signore tornerà in maniera definitiva ma, facciamo seria attenzione, urge una grande responsabilità, nel discernere questi segni, leggendo sapientemente e in profondità gli eventi della storia.

E proprio perché i discepoli possano attendere quel giorno senza farsi cogliere all’improvviso, Gesù consegna ai suoi e a noi oggi una ammonizione: “Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare”.

Stare in guardia, attenti, e vegliare è un atteggiamento assolutamente necessario nella lotta, e la vita cristiana è una lotta, un combattimento contro l’intontimento spirituale, il letargo della consapevolezza, l’assopimento della convinzione nella fede, il raffreddamento della carità (cfr. Mt 24,12). Altre volte nel vangelo secondo Marco Gesù richiama i discepoli a questa vigilanza per ascoltare la parola di Dio (cfr. Mc 4,24), per non essere influenzati dal lievito dei farisei (cfr. Mc 8,15), dall’ipocrisia degli scribi (cfr. Mc 12,38), dall’inganno di quanti predicono il futuro come se lo conoscessero (cfr. Mc 13,23). Egli vuole che i discepoli siano convinti della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo, perché questo ormai è il solo evento che conta veramente e definitivamente nella storia. Anche l’Apostolo Paolo chiederà alla comunità cristiana questa vigilanza, questa capacità di stare svegli destandosi dal sonno, perché il giorno del Signore è vicino (cfr. Rm 13,11). Il momento non è conosciuto, occorre dunque attenderlo per essere pronti ad accogliere il Veniente, il Signore stesso!

Dopo l’ammonizione rigorosa di Gesù, il Vangelo insiste sul “Vegliate” perché non sapendo “quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino … non vi trovi addormentati”. E a conclusione del Vangelo di questa Domenica ancora una volta viene detto che “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”.

Possiamo dire allora, senza ombra di dubbio, che la parola forte di questa Prima Domenica di Avvento, parola che definisce bene la spiritualità dell’Avvento, è la vigilanza.

Ciò che compete a ciascun discepolo, e in particolare a chi è chiamato a vigilare in modo specifico come sentinella sulla casa o sulla comunità del Signore, è farsi trovare pronti all’incontro definitivo con il Veniente, di ieri e di oggi e del compimento della storia.

Il grande Basilio di Cesarea ammoniva: “‘Che cosa è specifico del cristiano?’. ‘Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cfr. Mt 24,44; Lc 12,40)’” (Regole morali 80,22). E i padri del deserto, dal canto loro, arrivavano a dire: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” (Detti dei padri, collezione alfabetica, Poemen 135), perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice di tutte le virtù cristiane.

Nella chiesa, a me Vescovo, che è colui che vigila, è chiesto non solo di restare sveglio, ma di risvegliare quanti sono a me affidati. Fa parte del servizio episcopale svegliare i sonnolenti, affinchè la loro fede sia rinsaldata e tutta la chiesa attenda il Signore che viene, unendo la sua preghiera all’invocazione dello Spirito perché “lo Spirito e la sposa dicono: vieni!” (Ap 22, 17).

Anche quest’anno ho desiderato scrivere alla chiesa diocesana una Lettera Pastorale: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Cristiani, ovvero capaci di discernimento. I verbi del discernimento” (pubblicata sul sito della Diocesi).

È un invito da parte mia ad accompagnarvi, quasi prendendovi per mano, Domenica per Domenica in questo tempo di Avvento, per coniugare i verbi del discernimento che la liturgia ci consegna, per vagliare ciò che vale la pena, riducendo il rumore alienante che ci circonda, discernimento che mira a dare senso e sapore alla nostra vita perché ci aiuta a diventare “sensati”, aiutandoci a non sprecare la vita e a non sciuparla con scelte che vanno contro il nostro cuore.

“Dammi o Signore questo silenzio. Fa’ che io sia paziente e cresca lentamente in quel silenzio nel quale posso star con te, so che nel mio cuore tu mi parlerai e mi mostrerai il tuo Amore” (Henri J Nouwen).

Buon Anno Liturgico e al tempo stesso vi auguro una buona strada verso il Natale!

 

                                                                            Francesco Savino