25 Aprile, la memoria che libera
Il 25 Aprile non è soltanto una data della nostra storia nazionale. È un filo d’alba cucito sul buio della storia italiana, il punto in cui l’Italia, attraversando la memoria delle proprie ferite, torna a riconoscere il prezzo della libertà. In questo giorno ricordiamo la “Liberazione dal nazifascismo”: non una pagina consegnata alla polvere degli archivi, ma il respiro di un popolo che, dopo l’oppressione, la violenza e la guerra, ha ricominciato a pronunciare la parola dignità.
Ma la memoria, se è vera, non resta mai prigioniera del passato. Non è una corona deposta per abitudine, né una parola consumata dal rito. È una lampada accesa nel buio della storia. Illumina ciò che siamo stati, ma soprattutto ci chiede che cosa vogliamo diventare.
Celebrare il 25 Aprile significa sostare davanti a una domanda che non invecchia: sappiamo ancora custodire la libertà come si custodisce una fiamma fragile nel vento? La libertà non è una stanza chiusa in cui salvarsi da soli, né un privilegio da consegnare alla difesa impaurita di pochi. È pane spezzato, respiro condiviso, casa aperta. È il nome dell’altro quando smette di essere minaccia e torna a essere volto. Non siamo liberi finché qualcuno resta umiliato ai margini, escluso dalla parola, inchiodato alla croce muta dell’ingiustizia. La libertà o è promessa comune o diventa soltanto solitudine ben difesa.
Per noi cristiani, questa ricorrenza civile non resta ai margini della fede: entra nel respiro stesso del Vangelo, là dove ogni uomo ferito diventa appello, ogni popolo oppresso diventa domanda rivolta alla nostra coscienza, ogni bambino consegnato alla guerra diventa profezia spezzata sul volto della terra. Dove la dignità è calpestata, dove la violenza pretende di farsi destino, dove il pianto degli innocenti viene soffocato dal fragore febbrile delle armi, lì la libertà non è ancora compiuta.
Lì il Vangelo non ci concede il lusso del silenzio. Ci chiede di restare svegli, di non addomesticare l’ingiustizia, di non chiamare inevitabile ciò che invece è disumano, di non lasciare che il dolore dei piccoli diventi paesaggio abituale dei nostri giorni.
Oggi, mentre il mondo sembra attraversato da una lunga notte di conflitti, il 25 Aprile ci domanda di liberarci ancora. Liberarci dall’odio che riduce la complessità a bersaglio, dalla paura che inventa nemici per sentirsi al sicuro, dall’indifferenza che mette distanza tra noi e le lacrime degli altri. Liberarci dalla tentazione antica e sempre nuova di trasformare la forza in ragione, la violenza in linguaggio, il dominio in ordine. Perché ogni guerra, prima ancora di distruggere le città, devasta le parole; prima ancora di spezzare i corpi, avvelena lo sguardo; prima ancora di occupare territori, occupa le coscienze.
Questo giorno sia, dunque, memoria riconoscente e veglia accesa. Memoria di quanti attraversarono la notte perché l’Italia potesse ritrovare l’alba della libertà; memoria di chi pagò con il sangue, con la solitudine, con la paura, con l’esilio interiore ed esteriore, il prezzo di una patria restituita alla dignità. Ma sia anche veglia: perché nessuna conquista civile resta in piedi se le coscienze si addormentano, se le istituzioni smarriscono il respiro della giustizia, se le famiglie e le comunità educanti rinunciano a consegnare ai giovani il fuoco fragile e necessario della libertà.
Perché la libertà non è soltanto un’eredità consegnata alle nostre mani. È un seme fragile affidato alla terra inquieta della storia; è una promessa che chiede custodia, coraggio, respiro; è una parola che ogni generazione deve imparare di nuovo a pronunciare. Saremo davvero liberi solo quando la libertà non abiterà più come privilegio nelle case di alcuni, ma come pane, luce e dignità sulla tavola di tutti.
✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Jonio
