At 2,14a.22-33; Sal 15; 1 Pt 1,17-21; Lc 24,13-35

III Domenica di Pasqua

In questa III Domenica di Pasqua, come credenti alla sequela di Gesù, siamo interrogati dall’incontro tra il Signore Risorto e i discepoli di Emmaus, un incontro tanto significativo quanto paradigmatico.

Sapientemente l’evangelista Luca colloca questo incontro nell’ultimo capitolo del suo Vangelo, che vuole significare una conclusione e, al tempo stesso, una apertura della narrazione che proseguirà negli Atti degli Apostoli.

Sostiene Enzo Bianchi: “Siamo di fronte a una sintesi di tutto il vangelo, perché questo testo riassume non solo l’intera vicenda di Gesù di Nazareth, ma anche l’intera storia di salvezza che Gesù stesso traccia “spiegando tutte le Scritture” (cfr. Lc 24,27). Proprio la seconda parte dell’opera lucana, gli Atti, sarà un’interpretazione, una spiegazione di tutte le Scritture dell’Antico Testamento compiutesi in Gesù e, nel contempo, la narrazione degli eventi avvenuti nel ricordo delle sue parole”.

Entriamo in dialogo con il racconto dei discepoli di Emmaus.

Due discepoli si stanno allontanando da Gerusalemme, dove Gesù è stato ucciso, è morto, e con la sua morte, sono anche stati “uccisi” i sogni, i progetti della comunità itinerante che si era creata intorno a Gesù.

Gerusalemme è il luogo della “sconfitta”, dell’amarezza e della tristezza. È il luogo della disperazione umana. La comunità dei discepoli ormai è “in fuga”, si è dispersa. I due discepoli di Emmaus si allontanano, potremmo dire che si isolano e, lungo questo cammino, “conversavano tra di loro di quanto accaduto”. L’evangelista Luca usa il verbo “omilein”, si facevano l’omelia, parlavano senza confrontarsi, scambiandosi opinioni, presi dalle loro convinzioni, dalle loro prospettive, manifestando soltanto delusione, tristezza e frustrazione. Mentre conversavano si avvicina “uno sconosciuto” che si fa dire su che cosa stessero discutendo. I due discepoli gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

I discepoli si aspettavano altro dalla sequela di Gesù. Pensavano ad un esito diverso, ad un esito di gloria, di successi, di conquiste ….

Lo “sconosciuto”, cioè Gesù Risorto, parte proprio da ciò che i due discepoli lamentano e li riprende autorevolmente per l’incomprensione e la durezza di cuore. Gesù inizia a spiegare loro come tutto ciò che era accaduto era stato profetizzato. Doveva amarci fino alla fine ed essere fedele al progetto del Padre. La parola, come sempre educante di Gesù, aiuta a chiarire le idee ai due discepoli e al tempo stesso offre loro una lettura prospettica diversa di tutto ciò che è accaduto.

“Qualcosa si accende in loro, avvertono “il fuoco nel petto”, una gioia profonda, una presenza amica che li rasserena e rischiara. Quindi “lo sconosciuto”, esaudendo la loro richiesta, resta con loro e nell’atto dello spezzare il pane lo riconoscono: è Gesù risorto!, e subito scomparve dai loro occhi. E poi, pieni di gioia, una volta ascoltato, celebrato la comunione con il Signore, ritornano pieni di gioia dagli altri discepoli, facendo nuovamente comunione con essi, annunziando quanto hanno vissuto” (Missionari della Via).

La lunga pagina del Vangelo di Luca non narra tanto l’episodio quanto propone un modello. Cerca di rispondere, come sostiene la teologa Marinella Perroni, ad alcune questioni scottanti: “Come è possibile, cosa significa, di cosa c’è bisogno per vedere il Risorto?”.

Come sono importanti queste domande, senza delle quali si corre il rischio che tutti i racconti delle apparizioni del Risorto non dicano nulla a chi non porta dentro di sé questi interrogativi.

Possiamo dire con sicurezza che con la storia dei due discepoli di Emmaus, che vivono il passaggio dall’esperienza della crocifissione e morte del loro Maestro alla fede della Sua Resurrezione, l’evangelista Luca traccia in modo decisivo e definitivo il “manifesto” della catechesi cristiana.

Se per Tommaso, nel IV Vangelo il cammino della fede nasce da un dubbio, per i due di Emmaus esso prende le mosse da uno scoraggiamento, che è emotivo, psicologico ma anche teologico: per loro quella croce piantata sul Golgota ha fatto crollare la fiducia che avevano riposto nel Maestro e nella sua pretesa di portare a compimento le promesse della Sacra Scrittura.

Lasciamoci abitare dalle domande di senso su come incontrare il Risorto, nel qui ed ora del nostro tempo, nel qui ed ora del nostro radunarci come Chiesa, nel qui ed ora delle nostre assemblee liturgiche, delle nostre eucarestie, luoghi e momenti privilegiati per fare esperienza che Gesù è vivo, che Gesù è Risorto.

“Il Signore è Risorto proprio per dirvi che, di fronte a chi decide di ‘amare’, non c’è morte che tenga, non c’è tomba che chiuda, non c’è macigno sepolcrale che non rotoli via.

Auguri. La luce e la speranza allarghino le feritoie della vostra prigione”

(Servo di Dio Don Tonino Bello).

Buona Domenica.

   Francesco Savino

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