Carissime e carissimi,
sono lieto e grato di poter prendere parte a questo incontro dedicato alla presentazione del volume I sentieri dell’antimafia sociale, curato da Leandro Limoccia, nel ventesimo anno della Comunità del Collegamento contro le camorre.
Il titolo scelto — Radici, Rinnovare, Realizzare — non è soltanto una formula efficace. È una consegna. Le radici non sono il ripiegamento nostalgico su ciò che è stato, ma la condizione perché la memoria resti viva, generativa, capace di orientare il presente. Rinnovare significa non accontentarsi di ripetere parole già consumate, ma interrogarsi sui mutamenti delle mafie, sulle loro nuove forme di penetrazione sociale, economica, culturale e persino simbolica. Realizzare, infine, vuol dire trasformare la coscienza in opere, la denuncia in prossimità, la legalità in vita quotidiana, la giustizia in comunità.
Parlare di antimafia sociale significa comprendere che la lotta alle mafie non si esaurisce, pur essendo indispensabile, nell’azione repressiva e giudiziaria. Magistratura, forze dell’ordine, istituzioni investigative compiono un lavoro decisivo, spesso esposto, faticoso, doloroso. Ma accanto a questa dimensione necessaria esiste un’altra frontiera: quella educativa, culturale, economica, comunitaria.
Le mafie, infatti, non vivono soltanto di violenza. Vivono anche di consenso, di silenzio, di paura, di dipendenza, di favori scambiati per protezione, di bisogni sociali lasciati senza risposta. Vivono nei vuoti: nei vuoti dello Stato, nei vuoti della scuola, nei vuoti del lavoro, nei vuoti della fiducia. Vivono là dove la povertà diventa ricattabile, dove la solitudine diventa terreno di reclutamento, dove la mancanza di futuro consegna i più giovani alla seduzione di un potere rapido, immediato, feroce.
Per questo l’antimafia non può essere ridotta a una retorica celebrativa o a un’indignazione episodica. Nando dalla Chiesa lo ha ricordato con forza: l’antimafia deve diventare cultura civile organizzata, capacità di formare coscienze, istituzioni, linguaggi, pratiche. Non basta dire no alla mafia; occorre costruire le condizioni sociali, educative e politiche perché quel no diventi scelta quotidiana, abitudine democratica, responsabilità collettiva.
Qui si colloca il valore dell’antimafia sociale: non come settore aggiuntivo, non come appendice morale della repressione, ma come architettura civile della prevenzione. Essa interviene prima che il potere criminale seduca, prima che il ragazzo venga arruolato, prima che una famiglia fragile sia costretta a chiedere protezione a chi poi presenterà il conto, prima che un quartiere impari a considerare normale ciò che normale non è: la sopraffazione, l’omertà, il dominio del più forte.
Anche Rocco Sciarrone, studiando il radicamento delle mafie nei territori e nelle economie, ci ha mostrato che il potere mafioso non è mai soltanto criminale: è anche relazionale. Le mafie costruiscono reti, producono appartenenza, distribuiscono risorse, promettono riconoscimento, generano dipendenza. Il loro potere non si fonda soltanto sull’intimidazione, ma sulla capacità di entrare nelle relazioni sociali e di deformarle dall’interno. È ciò che potremmo chiamare un capitale sociale perverso: legami che non liberano, ma imprigionano; appartenenze che non generano comunità, ma servitù; protezioni che non custodiscono, ma assoggettano.
La mafia, dunque, non è semplicemente un corpo estraneo che arriva dall’esterno e aggredisce una società innocente. Spesso si alimenta dentro le pieghe della società stessa, là dove mancano fiducia, lavoro, servizi, partecipazione, speranza. Si insinua nelle convenienze, nei compromessi, nelle zone grigie, nelle complicità minute e diffuse. Per questo la risposta deve essere altrettanto profonda: non basta colpire il vertice dell’organizzazione criminale; occorre bonificare i contesti, ricostruire legami liberi, restituire forza alle istituzioni, creare fiducia dove il potere mafioso ha seminato paura.
Essere oggi in un bene confiscato alla camorra ha, perciò, un valore fortemente simbolico e concreto. Un bene confiscato non è soltanto un edificio sottratto al crimine. È una ferita che cambia destinazione. È un luogo che passa dal dominio alla restituzione, dall’arroganza alla condivisione, dalla paura alla responsabilità. È il segno che la storia non è condannata a restare prigioniera del male.
La confisca, da questo punto di vista, non è soltanto un atto giuridico. È un atto culturale. Dice che il potere mafioso non è invincibile. Dice che ciò che era stato sottratto alla comunità può tornare alla comunità. Dice che il territorio non appartiene a chi lo domina, ma a chi lo abita con dignità. Un bene confiscato diventa così pedagogia visibile della legalità: mostra ai bambini, ai giovani, alle famiglie, che il male può essere interrotto e che la giustizia può prendere casa nei luoghi un tempo occupati dalla violenza.
In questa prospettiva, il lavoro raccontato nel volume non riguarda soltanto una storia associativa. Riguarda un’idea di società. Riguarda la possibilità di costruire comunità non rassegnate. Umberto Santino ha parlato a lungo della necessità di comprendere la mafia come fenomeno insieme criminale, economico, politico e culturale. Questa intuizione resta fondamentale: se la mafia è un sistema complesso, anche la risposta deve essere complessa. Non basta colpire i vertici; bisogna prosciugare il consenso, rompere le complicità, educare alla libertà, restituire dignità alle periferie sociali e morali.
L’antimafia sociale, allora, non è soltanto una lotta contro qualcosa. È una costruzione per qualcosa. È costruzione di cittadinanza, di legami, di fiducia, di responsabilità condivisa. È una forma concreta di democrazia quotidiana. Perché la democrazia non vive soltanto nelle urne, nelle aule istituzionali, nei testi normativi. Vive nei quartieri, nelle scuole, nelle cooperative, nelle parrocchie, nei centri educativi, nei beni confiscati, nelle reti associative, nei luoghi in cui qualcuno decide di non lasciare solo chi è più fragile.
Da vescovo, sento profondamente che la Chiesa non può stare ai margini di questa battaglia. Non per supplire alle istituzioni, ma per essere fedele al Vangelo. Cristo non ha mai benedetto i poteri che schiacciano l’uomo. Ha sempre rimesso in piedi chi era caduto, ha restituito parola agli esclusi, dignità ai feriti, speranza a chi era considerato perduto. Per questo una comunità cristiana che tace davanti all’ingiustizia rischia di tradire il cuore stesso della propria fede.
La Chiesa non può limitarsi a pronunciare parole solenni contro la mafia. Deve diventare presenza. Deve abitare le ferite. Deve sostenere chi denuncia. Deve accompagnare i giovani prima che vengano intercettati da promesse false. Deve educare le coscienze a distinguere la forza dalla prepotenza, il rispetto dalla paura, l’autorità dal dominio, la comunità dal clan.
L’antimafia sociale comincia quando un ragazzo non viene lasciato solo sulla soglia della scuola, della strada, della disoccupazione, della devianza. Comincia quando una famiglia fragile trova una rete e non un giudizio. Comincia quando un quartiere non viene ricordato solo nei giorni delle retate o delle commemorazioni, ma viene abitato, ascoltato, accompagnato. Comincia quando la politica torna a essere presenza e non semplice amministrazione dell’esistente. Comincia quando la legalità non è percepita come una parola fredda, ma come la forma concreta della cura per la dignità dell’altro.
Le mafie vincono quando riescono a far credere che nulla possa cambiare. Vincono quando sequestrano l’immaginario prima ancora dei territori. Vincono quando i giovani pensano che l’unica forma di riconoscimento possibile sia quella offerta dal potere criminale: denaro facile, rispetto imposto, appartenenza distorta, protezione apparente. Per questo la risposta deve essere anche antropologica: dobbiamo offrire ai giovani un’altra idea di forza, un’altra idea di successo, un’altra idea di futuro.
Qui la questione diventa profondamente educativa. Una società che non offre riconoscimento ai suoi giovani apre spazi a chi quel riconoscimento lo offre in forma malata. Una società che lascia soli i quartieri fragili permette ad altri poteri di presentarsi come risposta. Una società che parla di legalità senza giustizia sociale rischia di trasformare la legalità in una parola distante, percepita come estranea proprio da chi avrebbe più bisogno di incontrarla come protezione, diritto, possibilità.
La legalità, senza giustizia sociale, rischia di apparire astratta. La giustizia sociale, senza legalità, rischia di diventare fragile. L’antimafia sociale tiene insieme questi due poli: regole e relazioni, diritti e responsabilità, istituzioni e comunità, memoria e futuro. Essa ci ricorda che un territorio non si libera soltanto quando viene arrestato un boss, ma quando un bambino può crescere senza dover considerare normale il linguaggio della sopraffazione.
Ecco perché i vent’anni della Comunità del Collegamento contro le camorre non sono soltanto una ricorrenza. Sono una soglia. Ogni anniversario autentico non serve a celebrare se stessi, ma a chiedersi che cosa la storia domanda ancora. Le camorre cambiano pelle. Entrano nei circuiti economici, nell’usura, negli appalti, nelle dipendenze, nella povertà, nelle solitudini. Non hanno più soltanto il volto della violenza manifesta; spesso assumono il volto dell’intermediazione economica, del controllo silenzioso, del favore, della protezione interessata, dell’offerta di lavoro là dove il lavoro manca.
Per questo anche l’antimafia deve cambiare passo. Deve farsi più educativa, più territoriale, più capace di costruire alleanze. Deve imparare a leggere i mutamenti sociali, le trasformazioni urbane, le nuove povertà, le dipendenze, la dispersione scolastica, la fragilità delle famiglie, il disagio giovanile. La mafia cresce dove la società si sfalda; l’antimafia sociale ricuce dove il tessuto civile è stato lacerato.
Abbiamo bisogno di scuole che educhino alla libertà e non solo alla competenza. Di parrocchie che siano case aperte e non recinti chiusi. Di amministrazioni pubbliche trasparenti e coraggiose. Di università capaci di produrre sapere critico. Di associazioni che tengano accesa la presenza nei territori anche quando si spengono i riflettori. Di una politica che non tema di stare dove la democrazia è più ferita.
Abbiamo bisogno, soprattutto, di alleanze stabili. Perché nessuno si salva da solo e nessun territorio si libera da solo. La lotta alle mafie chiede un patto educativo e civile tra istituzioni, scuola, Chiesa, terzo settore, famiglie, imprese sane, università, mondo della cultura. Chiede una responsabilità corale. Chiede la capacità di trasformare l’indignazione in organizzazione, la memoria in progetto, la denuncia in infrastruttura sociale.
Il volume che oggi presentiamo ha questo merito: non si limita a raccontare un’esperienza; indica un metodo. Il metodo della continuità, della prossimità, della corresponsabilità. L’antimafia sociale non è un gesto isolato, ma un cammino. Non è una bandiera da esibire, ma una trama da tessere. Non è un linguaggio per pochi specialisti, ma una pedagogia popolare della libertà.
Per questo desidero esprimere gratitudine a Leandro Limoccia, alla Comunità del Collegamento contro le camorre, a Libera, all’ANPI, alle istituzioni, agli studiosi, agli operatori sociali, ai testimoni e a tutti coloro che, in questi anni, hanno scelto di non abituarsi al male.
Non abituarsi: forse è questa una delle prime forme dell’antimafia. Non abituarsi alla paura. Non abituarsi al ricatto. Non abituarsi alla povertà usata come terreno di reclutamento. Non abituarsi alla solitudine dei giovani. Non abituarsi ai quartieri trattati come scarti urbani. Non abituarsi all’idea che alcuni territori siano perduti per sempre.
Il Vangelo ci dice che nessun uomo è perduto, nessuna comunità è condannata, nessuna storia è definitivamente chiusa. E allora continuiamo a camminare su questi sentieri. Con radici profonde, con il coraggio di rinnovare, con la concretezza del realizzare. Perché ogni bene restituito alla comunità, ogni giovane sottratto alla seduzione criminale, ogni quartiere riconsegnato alla fiducia, ogni coscienza liberata dalla paura è già un frammento di risurrezione civile.
Grazie.
