«Fermatevi! E riconoscete che io sono Dio ….» (Salmo 46,11)
Carissime sorelle, carissimi fratelli,
Sulla soglia dell’estate
vi scrivo mentre l’anno rallenta il suo passo, le scuole hanno chiuso i portoni, le agende si alleggeriscono e i nostri paesi, dal mare alla montagna, tornano a riempirsi di voci e di ritorni. La parola stessa che usiamo, estate, viene dal latino aestas, che significa ardore: è la stagione in cui la terra arde di luce e chiede all’uomo di cambiare ritmo. Qohelet ci insegna che «c’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo» (Qo 3,1): un tempo per seminare e un tempo per raccogliere, un tempo per faticare e un tempo per riposare. L’estate è il tempo che il Creatore, attraverso la sapienza silenziosa delle stagioni, consegna a ciascuno di noi perché ritrovi se stesso, gli altri e Dio.
I greci possedevano due parole per dire il tempo: chronos, il tempo che si misura con gli orologi, e kairòs, il momento favorevole, l’occasione che va colta. Per dieci mesi viviamo dentro il chronos, inseguiti dalle scadenze; l’estate ci è offerta come kairòs, come occasione propizia. E anche le parole di questi mesi custodiscono un segreto: per i latini le “feriae” erano i giorni consacrati al sacro, sottratti agli affari e restituiti al cielo; e vacanza viene da vacare, fare spazio, rendersi liberi. I monaci antichi chiamavano “vacare” Deo l’arte di svuotarsi di tutto per essere pieni di Dio. Il salmo lo canta con parole che sembrano scritte per i mesi estivi: fermatevi e riconoscete che io sono Dio.
L’arte di fermarsi: il riposo come atto di fede
Il riposo è iscritto nella creazione prima ancora che nei contratti di lavoro: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro» (Gen 2,2). Il primo a riposare, nella Scrittura, è Dio stesso, e il suo riposo è una benedizione che consacra il tempo. Il grande rabbino Abraham Heschel ha definito il sabato «una cattedrale nel tempo»: mentre l’uomo innalza santuari di pietra nello spazio, Dio consacra un santuario fatto di ore, e chiunque si ferma vi entra.
Gesù conosce la stanchezza dei suoi. Ai discepoli che tornano dalla missione, ancora pieni di racconti e di affanni, dice una parola che vorrei consegnare a ciascuno di voi come programma per queste settimane: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31). Il riposo, sulle labbra del Maestro, è un orientamento di tenerezza.
Gli antichi romani chiamavano “otium” il tempo della cura di sé, della lettura, dell’amicizia e del pensiero, e chiamavano “negotium”, letteralmente negazione dell’“otium”, il tempo degli affari: sapevano dunque che il riposo viene prima, e che perfino il lavoro si definisce a partire da esso. Il filosofo Josef Pieper ha mostrato che proprio l’otium, il tempo libero contemplativo, è la base della cultura: le civiltà fioriscono dove gli uomini sanno ancora festeggiare, contemplare, celebrare. Riposare è anche un atto di umiltà e di fiducia: mentre dormiamo il mondo continua a girare, il grano matura, il mare respira, e il Signore «ai suoi amici dona il riposo nel sonno» (cfr Sal 127,2). Chi si ferma confessa, con il proprio corpo, che la vigna appartiene a Dio e che noi ne siamo collaboratori e custodi.
Il tempo del bilancio: fare memoria con misericordia
L’estate spezza l’anno in due e ci regala un punto alto da cui guardare il cammino percorso, come il viandante che a metà salita si volta a contemplare la valle. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere» (Dt 8,2): il bilancio, nella grammatica biblica, si chiama memoria, ed è un atto spirituale prima che contabile. Sant’Ignazio di Loyola raccomandava ogni giorno l’esame: ripercorrere le ore vissute cercando le tracce di Dio, i doni ricevuti, le occasioni accolte e quelle lasciate cadere.
Vi propongo un esercizio semplice e serissimo per queste settimane: prendete un quaderno, sedetevi in un luogo che amate, e rispondete con calma a tre domande. Dove sono cresciuto, quest’anno? Dove e chi ho amato? Dove e da chi sono stato amato? Scoprirete che la gratitudine è la vera contabilità del cuore, e che l’anima, come diceva sant’Agostino, è un palazzo dai vasti recessi, dove custodiamo tesori che abbiamo dimenticato di possedere. Fu proprio Agostino, dopo un lungo bilancio della propria vita, a scrivere le parole più belle mai dette sul ritardo e sulla scoperta: «Sero te amavi», tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova. E altrove confessava: «Fecisti nos ad te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te», ci hai fatti per Te, e il nostro cuore vive inquieto finché riposa in Te.
Un bilancio cristiano si fa con la misericordia negli occhi. Guardiamo anche le nostre cadute, i propositi rimasti a metà, le parole che avremmo voluto ritirare: ma guardiamoli con lo sguardo con cui ci guarda il Padre, che di ogni frammento sa fare un mosaico. Il bilancio dell’estate serve a ripartire più leggeri, e la leggerezza, diceva un grande scrittore, è planare sulle cose dall’alto, con precisione e con grazia.
La scuola del creato: contemplare per esistere
La nostra terra ci offre d’estate una doppia cattedra: il mare e la montagna. Lo Ionio che si accende all’alba e il Pollino che custodisce faggete secolari e silenzi altissimi sono per noi molto più che mete turistiche: sono aule di teologia. Papa Francesco, nella Laudato Si’, ci ha ricordato che il mondo è «un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode»: la contemplazione è la forma più alta del rispetto, ed è anche la radice di ogni vera custodia del creato.
Nelle notti d’agosto alzate gli occhi: sotto lo stesso cielo trapunto di stelle il salmista si domandava «che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?» (Sal 8,5), e la domanda, tremila anni dopo, conserva intatta la sua vertigine. Ed è bello che la liturgia collochi proprio nel cuore dell’estate due feste di luce: la Trasfigurazione, il 6 agosto, e l’Assunzione di Maria, il 15. Sul Tabor, Pietro esclama: «è bello per noi essere qui» (Mc 9,5). È la parola segreta di ogni estate riuscita: lo stupore semplice e immenso di esserci, di essere vivi, di essere insieme.
Perfino la filosofia è nata anche all’ombra di un’estate. Platone racconta nel Fedro che Socrate, in un meriggio rovente, sedeva con il giovane Fedro sotto un platano, lungo un ruscello, mentre le cicale cantavano e narrava che le cicale riferiscono alle Muse chi, nell’ora del caldo, resta sveglio a pensare e a dialogare, mentre gli altri si assopiscono. È un’immagine che affido soprattutto ai giovani: anche una conversazione all’ombra può diventare filosofia, anche un pomeriggio di luglio può essere una liturgia dell’amicizia e del pensiero.
L’attesa che prepara il futuro
Dopo la mietitura i campi sembrano svuotati, ma chi conosce la terra sa che quel riposo è già lavoro: il suolo rigenera le sue forze, e il contadino, mentre guarda le stoppie dorate, pensa già alla prossima semina. Così è l’estate: sembra una parentesi, ed è una gestazione. La Scrittura stessa addita questa stagione come tempo di previdenza operosa, quando loda la formica che «d’estate si procura le provviste» (cfr Pr 6,8). Il futuro si prepara adesso, nel silenzio, come il vino matura al buio delle botti.
Simone Weil scriveva che l’attenzione, portata al suo grado più puro, è preghiera; e l’attesa è la forma più alta dell’attenzione, un modo di stare protesi verso ciò che viene con le mani aperte anziché con i pugni chiusi. Charles Péguy immaginava la speranza come una bambina piccola che cammina in mezzo alle sue due sorelle grandi, la fede e la carità, e che in verità è lei a trascinarle entrambe. E il nostro don Carlo De Cardona, che questa Chiesa venera come servo di Dio, amava ripetere che il mondo si divide fra quelli che vivono rassegnati e quelli che vivono sperando: l’estate ci è data per passare, ancora una volta e con tutto il cuore, dalla parte di chi spera.
Usiamo dunque queste settimane anche per pensare in grande: quale volto vogliamo dare all’anno che viene, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nel nostro lavoro, nella nostra Chiesa? Quali riconciliazioni abbiamo rimandato troppo a lungo? Quale servizio possiamo iniziare, quale studio riprendere, quale persona andare finalmente a trovare? I progetti migliori nascono d’estate, quando la mente è distesa e il cuore è largo: annotateli, custoditeli, e a settembre dateli alla luce.
Chi d’estate fatica di più
La stessa stagione che a molti regala leggerezza, ad altri chiede fatiche più dure, e una lettera sull’estate sarebbe monca se lo tacesse. Penso agli anziani soli nelle case rese roventi dal caldo, che aspettano una voce al telefono come si aspetta l’acqua. Penso a chi lavora nei campi sotto il sole, e la memoria corre ai nostri quattro fratelli di Amendolara, arsi vivi, il cui sangue continua a interrogarci su un lavoro che sia libero, dignitoso, sicuro e pagato il giusto. Penso a chi resta in città perché una vacanza costa troppo, ai malati negli ospedali e a chi li assiste rinunciando alle proprie ferie, a chi quest’anno porta un lutto e sente le feste degli altri come una fitta nel fianco.
Un’estate cristiana è un’estate che si accorge. Una visita, una telefonata, un invito a tavola, un passaggio in auto verso il mare offerto a chi è rimasto a piedi: agli occhi di Dio questi gesti valgono quanto un pellegrinaggio. Vi chiedo di fare della carità la vera villeggiatura dell’anima: è l’unico riposo che rigenera due persone alla volta.
Sotto lo sguardo dell’Assunta
Il cuore dell’estate appartiene a Maria. Il 15 agosto la contempliamo assunta in cielo, creatura compiuta, primizia dell’umanità arrivata a destinazione: in Lei vediamo dove approda la nostra attesa e che cosa custodisce il nostro futuro. A Lei affido il vostro riposo e i vostri bilanci, i vostri progetti e le vostre speranze, i vostri figli in partenza e i vostri anziani in attesa.
Vi auguro un’estate abitata: dal silenzio e dagli amici, dal Vangelo tenuto sul comodino e dal profumo del mare, dalla gratitudine per ciò che è stato e dal coraggio per ciò che viene. E quando, in una notte di agosto, alzerete gli occhi alle stelle, ricordatevi che Qualcuno, da sempre, tiene gli occhi su di voi.
Vi benedico a uno a uno, con affetto di padre.
Cassano allo Ionio, 14 Luglio 2026
✠ Francesco Savino
Vescovo di Cassano all’Ionio
Estate 2026
