In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
(Mt 4,1-2)
Carissimi/e,
da poco tempo ho intrapreso la visita pastorale, che mi sta conducendo a incontrarvi nelle vostre comunità parrocchiali e nei vostri ambienti di vita.
Ho già iniziato a sperimentare con gratitudine le consolazioni e le asperità, le gioie e le fatiche della visita, e soprattutto sto riconoscendo con stupore tanti segni dell’azione dello Spirito in voi e tra di voi. Sono segni che possono essere osservati solo “da vicino” o “dal basso”, cioè entrando nelle case, percorrendo tratti di strada insieme, ascoltando con prossimità quelle voci e quegli aneliti che il vescovo non potrebbe percepire solo dalla cattedra o dalla sede episcopale.
E così già le prime tappe della visita pastorale mi hanno confermato che non sto solo visitando, ma sto camminando con voi. Quando si cammina, infatti, si lasciano delle postazioni e si scoprono contesti nuovi, si acquisiscono nuove conoscenze e si maturano nuove riflessioni, si procede in avanti e non si ritorna semplicemente al punto di partenza. Ogni volto di cui incrocio lo sguardo, ogni cuore di cui ascolto le ansie e le speranze, ogni ambiente di cui avverto le pulsazioni vitali, ogni luogo ecclesiale o civile che mi accoglie nella propria ferialità, sono per me occasioni di nuove sorprese, di prese di coscienza a volte inaspettate, di esperienze sofferte o rincuoranti che comunque mi provocano al dinamismo spirituale, mi spingono a nuovi passi interiori e pastorali. E in tal senso, la visita è per me un’esperienza di conversione e di ascesi, di progresso del cuore e della mente.
Queste semplici constatazioni, mi suggeriscono di cogliere alcune feconde affinità che si creano tra il tempo di Quaresima e la spiritualità di una visita pastorale. Vorrei tratteggiare alcune brevi riflessioni, che sto considerando in questo tempo, con l’auspicio che la Quaresima e la Pasqua possano ispirare il vescovo e le comunità a vivificare la visita pastorale e, a sua volta, la visita stessa possa favorire in noi una feconda esperienza della Quaresima e della Pasqua.
Raccolgo questa mia proposta attorno a quattro punti di contatto che intrecciano l’anima della visita pastorale con lo spirito del tempo forte che stiamo vivendo: deserto, ascolto, conversione, cammino.
Deserto
Conosciamo il significato del “deserto” nel contesto della Quaresima: è l’ambiente della spoliazione e della prova, della fatica e della ricerca. Nel deserto si apre una duplice strada: da una parte le privazioni di ogni rivestimento superfluo portano in luce l’intima essenza dell’uomo e favoriscono la disponibilità a riconoscere chi siamo veramente, davanti a Dio e alla nostra stessa vita; dall’altra, la durezza e l’arsura tentano all’illusione e all’idolatria, alla fuga dalla realtà e alla costruzione di un’immagine del mondo centrata sull’io, sull’avere, sul potere. Le tentazioni a cui Gesù fu sottoposto nei quaranta giorni di deserto – l’io, l’avere e il potere, assolutizzati e concepiti a dispetto della paternità di Dio – racchiudono ed esprimono ciò che avviene nella quotidiana esperienza umana.
Durante la visita pastorale, attraversando i nostri normali ambienti di vita, tocco con mano l’esperienza di deserto che anche ognuno di voi vive quotidianamente. Le asperità e le diverse forme di povertà, le fatiche e i sacrifici segnano in modi diversi la vita delle nostre comunità, e venendo a incontrarvi mi accorgo con commozione di tante fragilità e tanti sforzi che molti tra di voi vivono come autentica forma di deserto quaresimale.

di Buoninsegna.
Io per primo imparo dall’incontro con voi. E da parte mia sono tra voi per confermarvi, nel nome del Signore, in una duplice certezza. Certezza che, da una parte, il deserto non può essere anestetizzato, la realtà anche aspra della vita non può essere edulcorata con illusioni e idolatrie. Ma dall’altra parte vi attesto con piena fede che il deserto non è aridità senza confine, tutt’altro. Il deserto della prova e della fatica è luogo fecondato da un’acqua viva, che fa germogliare i chicchi di grano seminati dal sudore nei solchi della fedeltà. Quest’acqua è la grazia di Dio, che accompagna e sostiene le nostre fatiche, ci chiama a spogliarci nel cuore di ciò che è superfluo e a fare del deserto la valle in cui camminare dietro a Lui e insieme ai nostri fratelli e sorelle. Nel deserto, muore chi si chiude nella solitudine dell’egoismo; ma chi cammina insieme agli altri, vive.
Il territorio geografico e umano della nostra diocesi riflette bene le diverse anime del deserto. È ambiente segnato da arsure e privazioni, di carattere sociale prima che economico. Ma è anche comunità ricca di risorse umane, culturali e cristiane capaci di far rifiorire la vita.
Le arsure che desertificano il nostro territorio hanno nomi sinistri: corruzione, mafia, malaffare. Sono arsure che asciugano le risorse dello stato sociale, della sanità, della formazione, della capacità imprenditoriale, della progettualità giovanile, del senso civico. Arsure che inaridiscono il futuro e fanno ripiegare nell’apatia. È necessario saper nominare questi mali e sentire l’effetto sinistro e disgustoso che provocano, per non abituarci e rassegnarci mai.
E le risorse le abbiamo. Nel nostro deserto, la resilienza della nostra società non è sconfitta. Ecco il deserto che fiorisce: famiglie che continuano a lottare, imprese che si radicano sul territorio, insegnanti e formatori che credono nei giovani, associazionismo che scardina l’apatia e la rassegnazione, parrocchie e comunità in cui la speranza non è una parola, ma una pratica quotidiana provocata dalla fede e alimentata dall’amore.
Sono certo che questo deserto può fiorire, a condizione che apra i propri solchi riarsi al seme della parola di Dio e all’acqua della sua grazia, fonti di un’umanità che non cede all’assuefazione.
Ascolto
Durante la visita pastorale viviamo diversi momenti e molteplici forme di ascolto. Ascolto della Parola di Dio, ascolto reciproco, ascolto delle persone, delle comunità e degli ambienti civili. Io stesso vengo per ascoltare, e non solo per farmi ascoltare. La mia parola è frutto di un prioritario ascolto delle vostre espressioni, che mi concedono la grazia e la responsabilità di prestare attenzione, interpretare alla luce della Parola di Dio, riflettere, continuare ad ascoltare.
In questo dinamismo di ascolto reciproco, la lettura della realtà che ci circonda e il nutrimento di Parola di Dio sono anima del nostro percorso verso la Pasqua. La pratica dell’ascolto reciproco, di cui la visita pastorale è tempo favorevole, è autentico spirito quaresimale che attraversa e feconda tutta l’esistenza umana, non solo questo tempo dell’anno.

Indirizzati dalla spiritualità quaresimale, vi esorto a favorire sempre e in ogni modo la pratica dell’ascolto di Dio e dei fratelli, nella comunione di fede della Chiesa, che sono chiamato a garantire e custodire.
Il nostro approccio alla Parola di Dio e all’ascolto dei fratelli non sia di tipo consolatorio, disincarnato, ma mantenga sempre il necessario contatto con la realtà viva in cui siamo immersi. L’aderenza alla storia interpella la Parola e orienta la realizzazione della Parola nelle opere.
Anche in questo senso, i Vangeli ci mostrano in Gesù il modello di ascolto e di annuncio di una Parola sempre a stretto contatto con la realtà. Da una parte, le sfide poste dalla vita quotidiana portavano Gesù all’ascolto del Padre, per discernere e agire. Le sofferenze e le attese della gente, le provocazioni e le insidie dei capi, le grandi scelte da assumere e i momenti giusti per farlo, tutte le situazioni e le necessità della missione quotidiana orientavano l’ascolto del Padre da parte di Gesù. E dall’altra parte, la Parola che Egli restituiva ai discepoli e alle folle, il suo annuncio del Vangelo, era sempre chiaramente indirizzato alla concretezza della vita. La misericordia, il perdono, le relazioni di giustizia, le vocazioni da seguire, la fedeltà nelle prove, la conversione dal male, la compassione, la forza nelle malattie, la consolazione nelle sofferenze: la Parola di Gesù permette ai suoi destinatari la luce per affrontare concretamente tutte le situazioni quotidiane e di agire in esse con responsabilità e carità, non di fuggirle nell’intimismo o nel fariseismo.
Conversione

La Quaresima ci fa risuonare in modo vivo l’appello fondamentale alla conversione, che il Signore annuncia in modo programmatico fin dall’inizio della sua missione: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17).
La visita pastorale è, nella sua essenza, la continuità di questo appello, vivo e concreto, rivolto a me e, anche tramite me, a tutta la nostra chiesa e al nostro popolo.
In epoca contemporanea, nella Chiesa giustamente abbiamo spesso parlato di varie forme di conversione comunitaria: conversione della pastorale e delle strutture, ma anche di conversione della politica e dell’economia, di conversione sociale ed ecologica. Sono prospettive sempre aperte ed esigenti, che richiedono una sincera presa di coscienza e uno sforzo convinto da parte di comunità e istituzioni. Non entro ora in una riflessione su scala globale, che richiederebbe di declinare il tema della conversione in rapporto alle grandi sfide sociali del terzo millennio, su cui la Chiesa deve continuare a offrire il suo insostituibile servizio profetico. Tenendo presente il recente magistero sociale della Chiesa, vorrei piuttosto limitarmi ad applicare l’appello quaresimale alla conversione alle scelte che riguardano la nostra realtà diocesana, e soprattutto all’atteggiamento che la conversione richiede.
Ritengo che l’appello alla conversione ci richieda una forte presa di coscienza, su due dimensioni. Prima di tutto, la dimensione personale, poi quella comunitaria.
Nessuno programma comunitario di conversione – pastorale o ecologica che sia – potrà mai aggirare o sostituire la sua condizione primaria di possibilità, che è appunto la disponibilità personale alla conversione al Vangelo. Rilanciando l’intuizione di papa Francesco, che chiamava tutti a una conversione ecologica, papa Leone ha ricordato che «è solo attraverso un ritorno al cuore che può avvenire anche una vera e propria conversione ecologica. Occorre passare dal raccogliere dati al prendersi cura; da discorsi ambientalisti a una conversione ecologica che trasformi lo stile di vita personale e comunitario. Per chi crede, si tratta di una conversione non diversa da quella che ci orienta al Dio vivente, perché non si può amare il Dio che non si vede disprezzando le sue creature, e non ci si può dire discepoli di Gesù Cristo senza partecipare del suo sguardo sul creato e della sua cura per ciò che è fragile e ferito» (Discorso nel decennale della Laudato si’, 1.10.20025). Per il cristiano, non c’è conversione comunitaria senza il continuo e personale volgersi verso la sequela di Cristo.
Da questo punto di vista, la visita pastorale del vescovo vuole essere, con tutta franchezza e semplicità, un invito a far risuonare con convinzione nella nostra vita il fondamentale appello di amore che Cristo oggi ci rivolge: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Il mio è un invito umile al Vangelo, al ritorno all’Eucaristia e alla Riconciliazione, alla preghiera, al servizio di carità, un appello a mettere Cristo al centro della nostra vita. Nei nostri incontri e nelle nostre liturgie, che abbiamo modo di vivere durante la visita, ricordiamo che prima di tutto stiamo volgendo il cuore e la vita a Cristo Signore che passa tra noi e ci invita a seguirlo.
Sulla base dell’umile disponibilità personale alla conversione, possiamo parlare anche di conversione comunitaria, sia nella prospettiva della pastorale e della missione ecclesiale, sia nella prospettiva dell’impegno civico e sociale. Papa Francesco, annunciando con forza a tutta la Chiesa la chiamata a una conversione pastorale e missionaria, chiariva che tale impegno non si attua solo a livello universale, ma si concretizza in ogni realtà diocesana: «Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa Cattolica sotto la guida del suo Vescovo, è anch’essa chiamata alla conversione missionaria. Essa è il soggetto dell’evangelizzazione, in quanto è la manifestazione concreta dell’unica Chiesa in un luogo del mondo, e in essa “è veramente presente e opera la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica”. È la Chiesa incarnata in uno spazio determinato, provvista di tutti i mezzi di salvezza donati da Cristo, però con un volto locale. La sua gioia di comunicare Gesù Cristo si esprime tanto nella sua preoccupazione di annunciarlo in altri luoghi più bisognosi, quanto in una costante uscita verso le periferie del proprio territorio o verso i nuovi ambiti socio-culturali. Si impegna a stare sempre lì dove maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto. Affinché questo impulso missionario sia sempre più intenso, generoso e fecondo, esorto anche ciascuna Chiesa particolare ad entrare in un deciso processo di discernimento, purificazione e riforma» (Evangelii Gaudium, 30).
E da questo punto di vista, colgo una necessaria condizione di partenza: la conversione pastorale e missionaria richiede una sincera disponibilità, da parte di tutti, a non adagiarsi semplicemente su prassi, atteggiamenti e tradizioni ripetute solo sulla base del “si è fatto sempre così”. Conversione significa anche accettare di mettere in discussione i propri schemi pastorali e relazionali, umile apertura alla verifica e al confronto, per capire insieme se e quali comportamenti oggi siamo chiamati a cambiare. Non so quali scelte operative si riveleranno opportune in ogni comunità che vengo a visitare, ma so che verrò ad aiutarvi per discernere insieme, senza trincee da difendere o posizioni da conservare, ma con autentica disponibilità a nuove sfide, ove necessarie.
Cammino

Carissimi, come potete osservare, ho parlato soprattutto di atteggiamenti e di condizioni del cuore, di premesse necessarie per poter ascoltare e discernere le priorità, le scelte, le azioni che lo Spirito potrà suggerirci.
La visita pastorale non viene infatti come ispezione. L’ispezione è il mero controllo affinché tutto sia a suo posto. L’ispezione mira alla staticità e alla conservazione di un ordine. Il movimento che meglio rappresenta un’ispezione è il moto circolare, un “giro”, con ritorno al punto di partenza.
La visita pastorale viene piuttosto come accompagnamento e slancio nella missione ecclesiale. Non è un giro, ma un percorso in avanti. Un tratto di cammino che si percorre insieme, valutando la direzione, l’intensità del passo, le mete immediate e quelle a lungo termine. In piccolo, la visita pastorale rappresenta tutto il cammino della Chiesa, cammino quaresimale nel deserto, cammino verso la Pasqua.
Il cammino ha anche le sue soste, necessarie a rigenerarsi e a verificare la strada, ma sue caratteristiche sono l’accettazione della provvisorietà, della gradualità, e, soprattutto, la speranza della meta. Una chiesa che si ferma ad autoconservarsi, una chiesa che non cammina, è una chiesa senza speranza, che ha smarrito l’amore di seguire il suo Signore e si accontenta di gestire i propri spazi e di mettere in ordine le proprie dimore. Una chiesa in cammino, invece, è forse impolverata e precaria, ma lieta e fiduciosa di seguire in libertà il suo Signore e scoprire ogni giorno le nuove sfide a cui Egli la conduce.
Chiesa di Cassano all’Jonio, non accontentarti delle tue sicurezze! Pensati Chiesa in cammino. Non avere timore, abbi la gioia e la libertà di attestare al mondo che il Signore chiama tutti ad attraversare il deserto verso il suo Regno.
Cassano all’Jonio, 18 Febbraio 2026
Mercoledì delle Ceneri
