Per non dimenticare – Il Revolver e il Dono

Lettera ai governanti della terra sulla diplomazia del dono

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«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.»

Vangelo secondo Matteo 10,8

Mentre oggi celebriamo la solenne festa liturgica della Trasfigurazione del Signore, la mia coscienza pensante, graffiata quotidianamente  dalle molte violenze che accadono nel mondo, sente il dovere, per non dimenticare, di scrivere a tutti i governanti e soprattutto a quelli che hanno partecipato il 7 e 8 Luglio u.s. al Vertice NATO ad Ankara.

 

Alle donne e agli uomini che reggono le sorti delle nazioni:

vi scrive un vescovo del Sud dell’Italia, da una terra di ulivi e di partenze che conosce da secoli la fatica dei piccoli e la distrazione dei forti. Vi scrive seguendo l’esempio di un sindaco santo, Giorgio La Pira, che dalle rive dell’Arno spediva lettere ai potenti del suo tempo, a Washington come a Mosca, convinto che la speranza vada esercitata “spes contra spem”, sperando contro ogni speranza (Rm 4,18). Ciò che oggi mi spinge a scrivervi, dopo qualche settimana,  è, singolarmente, un regalo per non dimenticare.

I  ·  Un nome inciso sull’acciaio

Al termine del vertice atlantico di Ankara, ciascuno di voi è ripartito con un dono del padrone di casa: una rivoltella calibro .357, custodita in un elegante cofanetto insieme a sei proiettili, con il vostro nome inciso sul metallo. Ho letto delle vostre reazioni, tutte comprensibili e tutte, a loro modo, rivelatrici: chi ha portato l’arma in patria seguendo scrupolose procedure, chi l’ha scoperta in valigia soltanto atterrando, chi l’ha lasciata in ambasciata, chi la destinerà a un museo dopo averla resa inoffensiva. Come se ognuno avesse cercato, con gli strumenti del protocollo, di addomesticare un imbarazzo che il protocollo può soltanto nascondere.

Un giornalista del mio Paese, Massimo Gramellini, ha commentato l’episodio con la sua ironia gentile: almeno, ha scritto, il nome inciso sull’arma vi toglie la tentazione di riciclare il regalo, come accade con certi doni di Natale. Ho sorriso anch’io, e poi il sorriso mi si è fermato in gola. Perché quel nome inciso sull’acciaio mi ha richiamato alla mente un’altra incisione. Il profeta Isaia mette sulle labbra di Dio queste parole: «Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49,16). Dio incide i nostri nomi sulla propria carne, per custodirci. L’uomo incide i propri nomi sulle armi, per possederle. Tra queste due incisioni corre l’intera storia della salvezza e l’intera storia della violenza, e ogni generazione, ogni governo, ogni singola coscienza è chiamata a scegliere da quale parte stare.

 

II  ·  Il dono è una grammatica

Un secolo fa l’antropologo Marcel Mauss, studiando le società più antiche, scoprì che il dono è un «fatto sociale totale»: prima dei mercati e prima dei trattati, i popoli tessevano la pace scambiandosi doni, perché donare significa dire all’altro: ti riconosco, mi lego a te, mi fido di te. Il dono è dunque una grammatica, e ogni regalo è una frase pronunciata davanti alla storia. Ditemi che cosa vi regalate, e vi dirò quale mondo state preparando.

Seneca, nel “De beneficiis”, insegnava che il valore del beneficio abita anzitutto nell’animo di chi lo compie, prima che nell’oggetto donato: si può umiliare donando, e si può salvare donando. I “primi potenti” che il Vangelo mostra in ginocchio davanti a un bambino, i Magi, portarono oro, incenso e mirra: doni che riconoscevano una regalità disarmata, nata in una stalla, custodita da un falegname. Da allora ogni dono è una piccola professione di fede: annuncia il mondo che chi dona porta nel cuore.

Un libro regala un pensiero, un albero regala il futuro, uno strumento musicale regala l’armonia. Un’arma regala, a chi la riceve, il potere di togliere la vita. È il solo dono che contraddice se stesso: consegna all’altro l’esatto contrario del legame, la possibilità della sua rottura definitiva. Per questo un revolver con inciso il nome di un capo di Stato è molto più di una curiosità diplomatica: è lo specchio fedele di un tempo in cui perfino il linguaggio universale dell’amicizia, il dono, ha cominciato a parlare il dialetto degli arsenali.

III  ·  L’idolo del riarmo

Ad Ankara avete discusso ancora una volta di portare la spesa per le armi al cinque per cento della ricchezza delle vostre nazioni, mentre la spesa militare mondiale ha già superato ogni primato conosciuto dalla storia. So bene che a voi la realtà vi impone prudenza e realismo, ma esiste una soglia oltre la quale la difesa si trasforma in idolo. E l’idolo, come tutti gli idoli, chiede sacrifici umani: scuole rinviate, ospedali dimezzati, ricerche interrotte, generazioni intere educate alla paura come a una seconda lingua madre.

Il Concilio Vaticano II, sessant’anni fa, definì la corsa agli armamenti «una delle piaghe più gravi dell’umanità», una ferita che ricade in modo intollerabile sui poveri (Gaudium et Spes, 81). Un generale divenuto presidente, Dwight Eisenhower, che la guerra aveva comandato e patito, ammoniva che ogni cannone costruito e ogni missile lanciato sono, alla fine dei conti, un furto ai danni di chi ha fame e di chi ha freddo. E cinque secoli fa Erasmo da Rotterdam, dando voce alla Pace in persona, condensò tutto in tre parole: “dulce bellum inexpertis”, “la guerra piace a chi la ignora”. Chi l’ha attraversata, chi ha raccolto i propri figli sotto le macerie, parla d’altro, e parla piano.

«Mai più la guerra, mai più la guerra!»

Paolo VI, discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965

Quel grido ha compiuto sessant’anni e attende ancora di essere esaudito. Nel frattempo è diventato il grido di Kiev e di Gaza, di Khartoum e delle molte città che le cronache si sono stancate di nominare. Vi confesso il mio timore di pastore: temo un mondo che si abitua, perché l’abitudine al male è la forma più silenziosa della sconfitta.

IV  ·  L’altra tradizione: la diplomazia del dono

Eppure la storia custodisce anche un’altra tradizione, minoritaria e tenace come un filo d’acqua nella roccia. Nel Natale del 1914, lungo il fronte delle Fiandre, i soldati uscirono spontaneamente dalle trincee e per una notte si scambiarono cioccolato, tabacco, bottoni delle divise, fotografie dei fidanzamenti, canti nelle lingue nemiche; giocarono perfino a pallone nella striscia di terra che li separava. I comandi ordinarono in fretta di far cessare quella tregua, perché ne avevano intuito il pericolo mortale: gli uomini che si sono scambiati doni faticano, il giorno dopo, a spararsi. È la prova, scritta nel fango della storia, che il dono disarma prima e meglio di ogni negoziato.

Isaia vide un giorno in cui i popoli «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri» (Is 2,4): il ferro è lo stesso, è la destinazione che cambia, ed è la destinazione a decidere se il metallo servirà la morte o il pane. E davanti al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, a New York, sta dal 1988 una scultura che vi prego di andare a guardare, al prossimo viaggio, con occhi nuovi: una gigantesca rivoltella di bronzo, dello stesso calibro di quella che vi è stata regalata ad Ankara, una .357 Magnum, con la canna annodata. La donò il Lussemburgo, uno dei Paesi più piccoli della terra, in memoria di John Lennon, l’uomo che con una canzone aveva chiesto al mondo di immaginare la pace. Trovo in questa simmetria una parabola consegnata al nostro tempo: la stessa arma, nelle mani della storia, può essere offerta carica oppure annodata. Ad Ankara è stata offerta carica. A New York, annodata, veglia da quasi quarant’anni sull’ingresso della casa comune dei popoli.

Papa Leone XIV ripete in questi mesi che «la pace si costruisce con il dialogo, la giustizia e l’incontro». La diplomazia del dono è il nome concreto e quotidiano di questa costruzione: consiste nel fare all’altro, per primi, il passo che l’altro aspetta di fare a noi. È fragile, espone, può essere derisa. Ma conosce un segreto che la deterrenza ignora: il dono genera debito di gratitudine, e la gratitudine è l’unico debito che rende più ricco chi lo contrae.

V  ·  Sette doni possibili

Permettete allora a un pastore di suggerirvi, con il rispetto e la libertà che il Vangelo mi impone, sette doni che potreste scambiarvi al prossimo vertice. Costano meno di un revolver cerimoniale e valgono più di molti comunicati finali.

Donatevi alberi. Che ciascuno di voi pianti un bosco nella capitale del proprio rivale: la pace ha i tempi lenti degli alberi, e chi pianta accetta di attendere un frutto che vedranno i figli dei suoi figli.

Donatevi studenti. Diecimila borse di studio incrociate tra nazioni che si temono: chi ha mangiato alla tavola dell’altro, chi ha imparato ad amare nella sua lingua, esiterà per tutta la vita davanti all’ordine di bombardarla.

Donatevi il debito rimesso. La Scrittura chiama giubileo l’anno in cui i debiti dei poveri vengono condonati e la terra torna a respirare (Lv 25); e la preghiera che molti di voi recitano fin da bambini chiede al Padre di rimettere i debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Donatevi il costo dei vostri vertici. Che ogni summit destini una somma pari a quella spesa per organizzarlo a un’opera comune, un ospedale, una scuola, un acquedotto, costruita nel Paese più povero della terra e firmata insieme da tutti voi.

Donatevi i nomi dei bambini. Al posto dei vostri nomi incisi sulle armi, portate nel portafoglio il nome di un bambino nato, il giorno del vertice, in un Paese in guerra; e domandatevi ogni mattina che cosa avete fatto, in quella giornata, per il suo futuro.

Donatevi le restituzioni. Le opere d’arte sottratte, le memorie deportate nei musei dei vincitori, le acque e le terre contese: la restituzione è la forma adulta del dono, perché unisce la generosità alla giustizia.

Donatevi il tempo. Un’ora vera di ascolto dell’avversario, a porte chiuse, con i telefoni spenti: il primo disarmo di ogni trattativa è l’ascolto, e un accordo firmato regge soltanto se prima si sono aperte le orecchie.

VI  ·  Il nodo

Torno, per congedarmi, alla rivoltella annodata di New York. Quel nodo oggi è bronzo, dunque è per sempre; ma prima di diventare bronzo è stato un pensiero, un atto di immaginazione. Qualcuno ha dovuto credere che una canna d’acciaio si potesse piegare come un giunco. Ecco che cosa vi auguro, e che cosa chiedo per voi nella mia preghiera di ogni giorno: di essere, davanti alla storia, gli artigiani di quel nodo. Le vostre mani firmano bilanci, trattati, dichiarazioni; le stesse mani possono ancora scegliere, ogni mattina, che cosa incidere e che cosa annodare.

La generazione che verrà misurerà la vostra grandezza sui doni che avrete scambiato, prima ancora che sugli arsenali che avrete accumulato. «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9): è l’unica beatitudine che il Vangelo riserva a chi fa politica ad altezza di cielo. Ve la consegno come il mio dono, povero e disarmato, insieme alla benedizione di un vescovo che continua, contro ogni evidenza e con tutta la fede, a vivere sperando.

Dal Sud dell’Italia, terra di ulivi, con rispetto e con speranza.

 

Festa della Trasfigurazione del Signore

6 Agosto 2026

 

   Francesco Savino

Vescovo di Cassano all’Ionio

 

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